L’Otis

 

Restiamo sempre in Galleria (pre-restauro), quando, appena qualche anno prima del Re Vittorio, bastava varcare una porticina anonima accanto al bar per scendere nei meandri dell’inferno. Lì, sotto ai piedi della movida, sorgeva il leggendario Otis: fumoso e rumorosissimo locale venerato da centinaia di avventori e musicisti che tutt’oggi lo rimpiangono, raccontandone le serate con un’aura di leggenda e mistero “carbonaro”. Appena una rampa di scale, in un corridoio claustrofobico e buio, e si accedeva in un piccolo tempio della musica dal vivo popolato da metallari, punkettoni, jazzisti e rockettari assortiti in cui si beveva sul lungo bancone, si fumava ai tavoli e soprattutto si suonava ininterrottamente sul piccolo palco, sotto lo sguardo vigile del proprietario Maurizio, che aveva avuto l’ottima idea di provvedere a strumenti ed amplificatori; la gioventù messinese ci metteva il resto: pressoché tutti quelli che avevano, o avrebbero avuto una band,  prima o poi hanno partecipato ad una delle interminabili jam sessions che iniziavano quando dalle scale si palesavano i primi avventori e terminavamo, per sfinimento, alle prime luci dell’alba.

L’Otis era sprezzante nei confronti di ogni misura di sicurezza, era stretto, soffocante, chiassoso e anarchico, ma aveva anche dei difetti: di giorno purtroppo era chiuso.

Chiuse i battenti, insieme a una pagina indimenticabile della storia “underground” cittadina, il 30 maggio del 2007.

 

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