Durante 13 anni di felice permanenza nel Regno Unito, due cose (fra le tante) ho particolarmente vantato dei britannici, la loro società multietnica, tollerante verso qualunque tipo di diversità, e la fiducia, da cittadino, verso lo stato ed il governo (con tutti i dovuti limiti).

Penso che non dimenticherò mai le parole solenni del presentatore della Bbc, che con il sottofondo dei tocchi del Big Ben, la mattina del 24 giugno, annunciava il risultato storico del Eu referendum. Una vera “wake up call” che fu accolta con incredulità, incertezza, ma soprattutto incapacità ad accettare quello che stava succedendo, e quelle certezze che per tanti anni avevano delineato la mia “comfort zone” stavano incominciando a sgretolarsi.

Al termine di 6 mesi di campagna referendaria spietata, contraddistinta da bugie, messaggi populisti e tradimenti, il 52 per cento dell’Inghilterra ha scelto di voltare le spalle all’Europa, per riprendere il controllo (“take back control” era il messaggio chiave della campagna Leave), soprattutto delle loro frontiere.  È evidente che la maggior parte dei votanti in favore del Brexit non hanno mai avuto ben chiaro per cosa stavano votando. Le motivazioni dei votanti “Leave” erano spesso ben lontane dalle reali implicazioni legate alla scelta di lasciare l’Unione europea (una signora mi disse che avrebbe appoggiato il Brexit cosi l’Inghilterra avrebbe avuto di nuovo la libertà di importare lo zucchero dalla West Indie…).

Al di là di questo, sicuramente il tema del controllo dell’immigrazione è emerso come il denominatore comune dietro la scelta Brexit. Il non aver dato diritto di voto ai cittadini europei che risiedono in Inghilterra da anni è stato poco corretto, soprattutto perché molti voti a favore del Brexit sono arrivati da “immigrati di seconda generazione” che trovavano ingiusto che un europeo potesse avere diritto di permanenza illimitato nel Regno unito, mentre il loro cugino da Mumbai dovesse richiedere il permesso di soggiorno. Ed è così che l’Inghilterra, progressista e multietnica, ha incominciato a mostrare un volto nuovo, più intollerante verso l’immigrato, a tratti quasi xenofobi. Tuttavia, Londra (dove vivo) anche nel voto ha confermato di essere comunque la seconda faccia del paese, visto che ha votato fortemente per rimanere, in controtendenza con la media nazionale. A Londra probabilmente vivo una situazione differente rispetto a connazionali in altri parti dell’Inghilterra, dove il voto Brexit si è concretizzato.

È difficile accettare che nella terra delle “equal opportunities” si stia cominciando a sentirsi immigrati, perfino nella Londra icona del mondo globalizzato. Ed è paradossale che tutto questo avvenga in un Paese dove l’immigrazione è sempre stata all’ordine del giorno, e che ha speso enormi risorse per promuovere le tolleranze, l’accettazione delle diversità e per combattere ogni tipo di discriminazione. il Nhs, il sistema sanitario nazionale (dove lavoro) è forse la struttura più rappresentativa di questa cultura, visto che da sempre ha dovuto sopperire alla mancanza di personale assumendo medici e paramedici dall’estero. Lavorare in un ospedale inglese mi permette, infatti, quotidianamente di confrontarmi con gente di qualunque nazionalità europea e non, tutti uniti sotto la stessa cultura della tolleranza. Basti pensare che annualmente ogni medico per confermare la propria “fitness to practice” deve soddisfare diversi criteri, fra cui dimostrare di conoscere e condividere a pieno i principi della cultura della tolleranza.

Eppure al di fuori del Nhs il referendum ha reso evidente che probabilmente l’immigrato è stato accettato per anni ma non si è realmente integrato ed oggi è visto come un potenziale problema. Resto convinto che l’avversione contro l’immigrato rimane limitata ad una minoranza di coloro che hanno votato per il Brexit e voglio credere che l’inglese medio rimane la stessa persona tollerante che ho imparato ad apprezzare negli anni. L’attuale governo, nelle negoziazioni Brexit, farà del controllo dell’immigrazione la sua priorità anche a potenziale discapito della future prosperità economica del paese. Una scelta molto arbitraria, discutibile e spesso criticata da molti. Tuttavia, il disappunto principale arriva dalla ambiguità del governo nei confronti dei 3 milioni di cittadini europei, che attualmente vivono nel Regno unito, molti dei quali hanno messo radici e famiglia. Ci si aspetterebbe una garanzia di diritto di residenza illimitata, per chi da anni ha investito la propria vita familiare e professionale, ed ha contribuito attivamente alla crescita del Paese.

Purtroppo queste garanzie tardano ad arrivare ed il governo ha più volte accennato di voler “usare” gli attuali cittadini europei residenti in Uk come merce di scambio (bargain chips) per negoziare i diritti del milione di britannici che vivono in Europa. In questa spinosa questione è importante sottolineare le differenze tra le due parti in gioco. Nell’ambito di questa negoziazione, da un lato ci sono i cittadini europei che vivono in Uk, ebbene questi sono prevalentemente giovani, che lavorano, pagano le tasse e contribuiscono alla economia del Paese. Dall’altro lato, invece, ci sono i britannici che vivono in Europa, ebbene questi sono prevalentemente anziani che hanno scelto di svernare in climi più caldi (Spagna/Grecia/Portogallo), hanno molto più bisogno di accedere alla sanità locale e potrebbero perdere il diritto di assistenza sanitaria.

Perciò in uno scenario ipotetico in cui, quando l’Inghilterra uscirà dall’Ue, i primi dovessero tornare in Europa e i secondi in Inghilterra, i britannici perderanno forza lavoro per riacquisire i loro cittadini più anziani, meno produttivi e più bisognosi di assistenza sanitaria. Pertanto usarci come merce di scambio non è solo irrispettoso ed eticamente discutibile ma appare anche un gesto di puro masochismo, tutt’altro che tipico degli inglesi. Perlomeno finora.

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Carlo Longhitano
Carlo Longhitano
6 Marzo 2017 0:44

Bravo Dr Scalfari, ha detto tutto quello che avrei voluto scrivere io, che vivo a Londra da 17 anni e ho tre figli “British”. Il punto non e’ la scelta fuorviata di un elettorato tradito dai propri media populisti o dai propri politici opportunisti, ma la gestione politica del post-Brexit da parte del governo e, direi, di una opposizione inesistente. In molti andranno via, e faranno bene a farlo.