MESSINA. Più che da una mareggiata, Santa Teresa di Riva sembra essere stata colpita da un terremoto: un lungomare crollato per un terzo della sua lunghezza, una strada letteralmente tranciata in due per trenta metri, condotte e sottoservizi sbriciolati, una nottata e una giornata intera senza acqua, nè luce e nemmeno gas.
All’indomani della impressionante ondata di maltempo che ha determinato l’allerta rossa, il paese ne è uscito devastato. Tutti i negozi sono chiusi, i bar hanno le saracinesche abbassate, solo qualche bottega, con l’elettricità alimentata da piccoli generatori, è aperta: tutta la “vita” si concentra sulla via Regina Margherita, la statale 114, perchè il lungomare è inagibile e interdetto alla circolazione, anche pedonale. Non che ci sia tutta questa voglia di stare all’aperto.
Perchè per Santa Teresa, “l’indomani” non è ancora arrivato. Durante la mattina ha brillato un pallidissimo sole, dall’ora di pranzo in poi si è tornati al buio dei nuvoloni che nei giorni scorsi hanno ricoperto il cielo mentre il mare distruggeva tutto quello che poteva.
Anche oggi, in cui era previsto un miglioramento, le onde non hanno smesso un attimo di martoriare il lungomare, che sembra veramente un campo di battaglia dopo un fuoco di artiglieria. I pochi che sono costretti a passarci, lo fanno con passo svelto e soprattutto ben attenti a stare sul marciapiede lato monte, che la fenditura nella strada che è apparentemente ancora intatta non promette nulla di buono: tutto il resto è distruzione.
La furia dei marosi ha letteralmente staccato una porzione di strada, tirandola verso il mare, nonostante i pilastri di consolidamento che niente hanno potuto contro la violenza della natura e adesso sono lì, come denti guasti in bella vista.
C’è un dolore che non andrà via tanto facilmente, e non passerà quando i lavori di riprisrtino saranno terminati, chissà tra quanto tempo. Il tributo che il mare ha rivendicato ha portato via i due simboli identitari di Santa Teresa: la piazzetta del Gambero non esiste più, la scultura Galassiopea, per un cattivo scherzo del destino, è sospesa su quello che rimane dello slargo che la ospitava, in balia delle onde, e separata dalla terraferma da dieci metri di baratro, all’interno del quale il mare ruggisce e schiuma con un rumore sordo e amplificato dai muri che sono rimasti in piedi.
Al sindaco Danilo Lo Giudice non resta che darsi coraggio, darlo ai suoi concittadini, contare i danni e leccarsi le ferite. “E come stiamo…fammi un’altra domanda, per favore”, dice al telefono con la voce di uno che sta per essere sopraffatto dalla fatica, ma continua a impartire direttive e tentare di venire fuori da questo immane casino. “Il problema col gas è sistemato, quello con l’acqua in parte, quello con la luce è un po’ più complicato”, spiega, scendendo nei dettagli. Lo smottamento che ha aperto il lungomare in due ha tranciato tutte le condotte, è necessario creare un bypass di 200 metri, ma 200 metri di tubo con un diametro adeguato ci sono solo a Catania. “Siamo andati a prenderlo, almeno per assicurare un parziale ripristino dell’erogazione. Per quanto riguarda l’energia elettrica procederemo a blocchi”, dice, spiegando che ci vorrà un po’ più di tempo.
Nel frattempo cala la sera, la salsedine in aria arriva letteralmente fino alle colline e avvolge tutto in un’atmosfera lattiginosa e umida, schiumosa e ottundente. Il mare non ha finito di ruggire. E c’è un paese da ricostruire.





