MESSINA. Una testimonianza per denunciare un episodio legato al tema dell’aborto. A scriverla è una donna messinese, che racconta le traversie personali che ha dovuto affrontare in una provincia dove il 98,2 per cento dei medici si dichiara obiettore di coscienza: 52 professionisti su 53. Un argomento affrontato sul primo numero di “LetteraEmme Magazine”, in un servizio che ha spronato la lettrice a prendere carta e penna e a raccontare la sua storia, che riportiamo integralmente in forma anonima.

 

Di seguito la lettera:

A causa di una patologia cromosomica riscontrata al feto durante il mio terzo mese di gestazione, ho deciso di interrompere la gravidanza tramite aborto terapeutico. Significa che, avendo superato i 90 giorni entro i quali le donne possono decidere di abortire volontariamente, si ricorre ad una pratica in tutto simile al parto naturale a termine: travaglio indotto attraverso la somministrazione di prostaglandine ed espulsione vaginale. Per quale ragione mi soffermo su quest’aspetto “tecnico”? Perché ho notato che molte donne non conoscono questa realtà, e indipendentemente dalla necessità o meno di dovervi ricorrere è giusto che si sappia cosa prevede la legge in Italia in tema di aborto da una certa epoca gestazionale in poi. Ritengo, infatti, che vi sia ancora molta strada da fare se si considera che in altri Paesi europei il test del dna fetale (un semplice prelievo di sangue) è un esame gratuito e diagnostico con un’elevatissima percentuale di esattezza. Ciò permette di arrestare eventualmente la gravidanza ad uno stadio in cui è sufficiente il raschiamento, evitando l’occorrenza di test invasivi come l’amniocentesi, che si può eseguire solo tra la 15esima e la 18esima settimana. Sebbene al ginecologo e alla genetista che hanno preso in carico il mio caso interessasse solo il referto del test del dna per i suoi eclatanti valori di attendibilità (99,37%), sapevo di dover pazientemente mettere in fila i giorni che mi separavano dal ricovero. Anche perché a Messina solo un medico si è dichiarato non obiettore e questo, come potete immaginare, allunga ulteriormente i tempi. Calcolando l’attesa dei risultati (e sto letteralmente mettendo tra parentesi tutte le implicazioni psicologiche della faccenda), si finisce per obbligare la donna a dover soffrire penosamente per “dare alla luce” un lutto. Scusate la brutalità dei toni, ma non mi dà pace il pensiero di aver dovuto affrontare questa esperienza. Ingenuamente, prima che la transulenza nucale rilevasse delle anomalie, mi ero sottoposta al test del dna presso un laboratorio privato (ad un costo molto importante), convinta che se fosse emerso qualcosa di patologico avrei avuto diritto all’interruzione di gravidanza entro la 13esima settimana. Invece no. In Italia non ha alcun valore legale. Quindi, donna: cosa ti resta da fare? Aspettare tutto il tempo stabilito dalla burocrazia, mentre dentro di te la vita va avanti, il ventre cresce, i movimenti fetali ti fanno sentire una madre. E che tipo di madre? Quante donne si sono chieste, in circostanze simili alla mia, se siamo moralmente all’altezza della nostra scelta mentre condividiamo tutte le viscere del nostro corpo con un altro esserino?

Ma ecco che, davanti a questi dilemmi bioetici, ho il piacere di introdurvi ad una “figura” in grado di risolvere tutti i problemi delle donne che decidono di abortire: lo “psicologo” di una nota struttura ospedaliera messinese. Mi preme sottolineare il grande imbarazzo che ho provato nei confronti di quest’ospedale pubblico nello scoprire che tale “servizio di supporto” alle donne viene svolto da un membro del movimento cattolico per la vita, a cui viene fornito l’elenco delle pazienti con i relativi dati sensibili. Mi chiedo come mai non facciano firmare un modulo, una dichiarazione, una liberatoria che attesti IL CONSENSO della donna a voler affrontare tale colloquio. Il motivo per il quale mi sono decisa ad accettare questa pagliacciata è che, ai fini legali, sapevo di dovermi sottoporre ad una consulenza psichiatrica, e ho scambiato quell’incontro con uno step decisamente più serio che mi è toccato ripetere il giorno successivo. Quando sono entrata con mio marito in quella stanzetta, ho capito che ormai al peggio non c’era fine. Intanto non era compito di questa figura entrare nel merito dell’abortoterapeutico, di cui evidentemente disconosceva anche i passaggi burocratici. Ciononostante, ci ha interrogato senza tatto e discrezione sul perché non volessimo mettere al mondo un bambino malato. È chiaro che le nostre argomentazioni non gli interessavano davvero. Mi ha liquidato quasi subito dicendo “Ma tu non ti preoccupare, porta avanti la gravidanza e il bambino lo prendiamo noi!”. Sul concetto di “qualità della vita” non stiamo nemmeno a discutere. “Solo le cose hanno qualità! La vita è altro!”. Di fronte a queste esaltazioni pittoresche, ho cominciato a sorridere. Tuttavia, dentro di me ero avvilita. E pensavo a tutte le donne, a tutte le famiglie, che sono passate e passeranno da quella stanzetta. Perché devono spiegazioni a questa persona? Perché in uno Stato laico gli ospedali pubblici reclutano questi personaggi? Le donne hanno tutta la capacità di valutare e sopportare un aborto! E se non ce l’hanno, esistono PROFESSIONISTI LAICI a loro supporto.

Ho chiesto nuovamente a questa persona chi fosse, nella speranza di essermi sbagliata ad assecondarlo (anche se in quell’elenco c’era IL MIO NOME), e mi ha ribadito che lo “psicologo” che avrebbe autorizzato ed evaso la consulenza era proprio lui. Anzi, che ero stata quasi cretina a capire che si trattava di “consulenza psichiatrica” e non “psicologica”.

Avevo ragione io, ma l’ho scoperto troppo tardi. Due giorni dopo, è iniziato l’iter che mi ha portato alla soluzione medica: ritorno spesso con il pensiero al dolore, alla disperazione psicofisica di quei momenti, ma voglio ricordare anche la grande solidarietà femminile che ho ricevuto sia da parte del personale sanitario, sia da parte di altre ragazze che hanno dovuto affrontare un percorso simile. 

Desidero che la mia testimonianza attiri l’attenzione su un tema, quello dell’aborto, ancora fortemente critico. È un esempio di come il corpo delle donne sia tuttora uno spazio che non riguarda solo noi, e le cure che vi si correlano non tengono conto del quadro globale. Perché è considerato normale che uno sconosciuto discuta, con intento deliberatamente manipolatorio, la nostra libera scelta? Perché la sofferenza, che può essere limitata tramite interventi diagnostici tempestivi e non necessariamente invasivi, deve prolungarsi fino a sconvolgere la nostra lucidità? Le streghe saranno pure tornate, ma a tremare sono ancora loro.

 

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