MESSINA. Si racconta che una volta Giufà, trovandosi a passare davanti a un pozzo e vedendo la luna riflessa nell’acqua, si convinse che la poveretta fosse caduta lì dentro e, deciso a salvarla, andò a cercare una corda e un gancio per cercare di ripescarla, senza mai accorgersi che si trattava di un riflesso e che la vera luna, per tutto il tempo, aveva guidato le sue azioni con la sua luce pallida.
Messina è una città disattenta. Come Giufà. Al punto da averlo adottato, nel suo folklore, come figura caratteristica e particolarmente rappresentativa, nonostante il personaggio sia più largamente mediterraneo e attraversi – talvolta con nomi e caratteri lievemente differenti – più o meno tutto il folklore narrativo italiano. Come Giufá, Messina molto spesso guarda dei riflessi e cerca di interagire con quelli, si convince di dialogare con la realtà ma si tratta di una realtà immaginata e immaginaria, nient’altro che una storia, mentre la vera realtà le sta alle spalle pronta a sferrare i suoi attacchi.
La sera di ferragosto, la città guarda la vara: la storia che le sta più a cuore, quella che protegge davvero da ogni avversità, critica, possibilità di confronto e aderenza col reale. Quella per cui si batte e si spende di più. Un messaggio di rinascita vecchio di un secolo e che si arrotola sempre sullo stesso percorso. Proprio in quel momento, qualcuno entra al MU.ME e ruba i dipinti di Antonello da Messina. Tutti, per poi lasciare due pezzi del polittico appoggiati al muro esterno del giardino, senza che nessun sorvegliante se ne accorga. Saranno delle persone che passeggiavano da quelle parti ad accorgersi dei dipinti appoggiati al muro e dare l’allarme, è così che viene scoperto il furto. Il tratto caratteristico principale (quello che in sceneggiatura si chiama fatal flaw) di Giufà è proprio la disattenzione, l’oziare, lo stare tra le nuvole e non accorgersi di ciò che gli accade intorno salvo poi, alla fine della storia, inventarsi letture o soluzioni estremamente fantasiose nella loro letteralità. Per dirla con Sciascia: La sciocchezza di Giufà consiste nel non aver coscienza delle sciocchezze che fa, nell’ignorare che le sue azioni, sempre dettate da una specie di demone della letteralità, sono socialmente, rispetto al comune intendere e agire, delle sciocchezze”.
L’attenzione è un processo cognitivo vitale in natura. Fa la differenza tra il predare e l’essere predati, è ciò che permette di valutare un contesto più ampio e selezionare i dettagli ai quali rivolgere e applicare la mente. Il problema di Giufà sta proprio qui: bypassa il contesto per concentrarsi su un riflesso, un dettaglio che neanche esiste per davvero. Una pozzanghera con dentro la luna. E lì si ferma, senza mai alzare lo sguardo. Giufà non guarda male, guarda poco e di quel poco si accontenta, convinto che una pozzanghera possa essere l’intero mondo.
E allora proviamo ad alzarlo noi, lo sguardo: il 9 febbraio di quest’anno lo Stato italiano — attraverso il Ministero della Cultura — ha acquistato in trattativa privata un piccolo pannello bifronte di Antonello da Messina, un Ecce Homo su un lato e un San Girolamo penitente sull’altro, per 14,9 milioni di dollari, ritirandolo poco prima che finisse sotto il martello di Sotheby’s a New York. Una cifra che ha reso, di colpo, Antonello uno degli artisti più quotati sul mercato antiquario internazionale. A Messina si è parlato molto di questa cosa e sono partite diverse iniziative tra le quali una petizione perché non proprio quel frammento, ma il Volto del giovane santo (battuto all’asta a Parigi in giugno) raggiungesse le altre opere di Antonello proprio qui a casa sua, al MU.ME. Per un po’ questa cosa è stata un sogno lucido, una speranza di riscatto per la città. Antonello poteva essere il simbolo di una rinascita culturale, il risultato di una sinergia tra forze e persone che Messina la amano e vogliono trascinarla fuori da quella becera trascuratezza provinciale della quale sembra impregnata. Un’idea bellissima.
Ma noi, oltre a parlarne, sognare, dibattere e desiderare che un altro Antonello tornasse nella sua città natale, abbiamo capito cosa significava questa cosa in reverse? Abbiamo guardato la luna o il suo riflesso? Diverse opere di uno tra gli artisti più di valore del mondo stavano lì, al MU.ME. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che avrebbero potuto far gola a dei ladri e al mercato nero delle collezioni private, soprattutto dopo questa sua nuova e straordinaria compravendita? Il MU.ME. era in effetti in grado di accogliere anche questo dipinto e i relativi flussi di pubblico? La sorveglianza è stata ripensata e adeguata al nuovo riconoscimento valoriale del nostro antonellone? E poi, davvero un altro Antonello avrebbe finalmente portato i messinesi al museo? A quanto pare tutti amiamo questa città, ma questa città è disposta ad amarsi davvero? A prendersi cura di sé e di ciò che ha? Una scintilla di orgoglio messinese può dare origine a una fiamma perpetua? Insomma: abbiamo collegato le informazioni e fatto attenzione oppure ci siamo concentrati sul riflesso di Antonello da Messina in un pozzo?
Lo scorso dicembre, circa due mesi prima della compravendita dell’Antonello di cui sopra, un mio ospite mi ha chiesto di visitare il museo, proprio allo scopo di vedere Antonello e Caravaggio. Non avevo ancora visto il nuovo allestimento, sono mancata dalla città per un bel po’, e quindi mi sono unita con gioia ai suoi programmi. Era un pomeriggio piovoso e invernale e il museo era quasi tutto per noi. Sulla carta è magico, ma sulla carta si trova i difficilmente il reale: le persone addette alla sorveglianza e alle informazioni erano veramente poche e, più che discrete, disinteressate. Sì, lo so che esiste la videosorveglianza e chissà quali altri sistemi di sicurezza (che però mi sento di dire a ragion veduta che non funzionano benissimo) ma la mia percezione è stata che, se avessi avuto con me della vernice, mi sarei tranquillamente potuta lanciare in uno di quei gesti dimostrativi che piacciono tanto agli attivisti della generazione Z.
Alcune sale erano al buio. Le opere erano sì illuminate, ma niente luci ambientali. Ci è sembrata una scelta curiosa, visto che il percorso non è propriamente lineare in alcuni casi. Nell’area archeologica sono inciampata in un rostro romano, forse proprio quello ritrovato tempo fa ad Acqualadroni. Non lo so, era buio ed è stato impossibile leggere la targhetta. Quando infine siamo usciti ho chiesto alla persona che si trovava alla reception come mai alcune luci fossero spente, ipotizzando un guasto. Lei mi ha risposto candidamente che no, le luci erano spente perché ci sono i ragazzi che provano lo spettacolo. Nessuno ha sentito il bisogno di scusarsi per il disagio con due visitatori paganti. All’uscita del museo abbiamo visto un cartellone: in effetti alcune compagnie o scuole di teatro, non ho ben capito, organizzavano in quei giorni una rassegna di spettacoli. Una splendida iniziativa per portare un po’ di gente al museo, al prezzo però di cacciare via chi al museo in quei giorni voleva andarci per vedere le opere e non gli spettacoli.
In alcune versioni della storia, Giufà si applica moltissimo per cercare di tirare la luna fuori dal pozzo, si affatica al punto di cadere e battere la schiena per terra con grande dolore, ed è così che si accorge che la luna è alta nel cielo. E anche a noi la schiena dovrebbe fare un po’ di male, adesso.



