MESSINA. La scorsa domenica 2 agosto ha fatto tappa per la prima volta a Messina, all’Arena Capo Peloro di Torre Faro la prima edizione siciliana del festival internazionale di tech house: ATARASHI. In otto ore, a partire dalle 16 e fino a mezzanotte, si sono alternati in consolle dj e producers nazionali e internazionali come Marco Carola e Seth Troxler, entrambi DJ e producer, che si sono esibiti insieme in un set back-to-back. Con loro anche II Faces, duo di DJ e producer attivo tra house, tech house e sonorità disco; e Matteo Diop, DJ francese legato alla cultura del vinile e alla house classica. Un programma che ha messo insieme artisti di generazioni e percorsi differenti, accomunati da una ricerca musicale costruita soprattutto sul groove e sulla dimensione del clubbing.
Il format, per la prima volta a Messina e sull’Isola, nasce nell’ottobre del 2021 come una community sviluppata tra Italia e Francia, con l’obiettivo di creare occasioni di incontro tra persone provenienti da Paesi e contesti differenti attraverso la musica elettronica. Il nome deriva dal termine giapponese atarashii, che significa “nuovo” e richiama l’idea, sintetizzata nel motto «Every day is a new beginning», di vivere ogni esperienza come un nuovo inizio.
Atarashi nasce nel 2021, nel periodo immediatamente successivo alla pandemia, come una community tra Italia e Francia. Da quale esigenza nasce il progetto e che cosa significava, in quel momento, riportare le persone a incontrarsi attraverso la musica?
«È nato tutto un po’ per gioco, durante il Covid -raccontano dall’organizzazione- A Parigi organizzavamo feste private nelle case, in un periodo in cui ritrovarsi era complicato e la gente aveva una voglia matta di tornare a ballare. Senza accorgercene eravamo diventati un punto di riferimento per due mondi diversi: da un lato gli studenti internazionali, perché eravamo all’ultimo anno all’ESCP, dall’altro la scena più francese, grazie a chi di noi era già radicato sul territorio. Atarashi è stato il proseguio naturale di quelle serate. All’inizio non avevamo la minima idea della dimensione che avrebbe preso, non lo vedevamo neanche come un lavoro. Il nome dice tutto: “atarashi” in giapponese significa “nuovo”, e per noi era esattamente questo- un nuovo inizio, una nuova era di libertà dopo il trauma dei lockdown. Riportare le persone a incontrarsi attraverso la musica significava restituire loro proprio questo: la possibilità di condividere un momento di felicità e spensieratezza con altri, senza filtri.»
Atarashi si definisce una piattaforma culturale e non soltanto un’organizzazione di eventi. Che cosa rende un festival di musica elettronica un progetto culturale e non semplicemente un grande appuntamento commerciale?
«La differenza sta in cosa lasci alle persone e in come costruisci le cose. Per noi il centro di tutto è sempre stata la vibe, e la vibe nasce dal suono: fin dall’inizio abbiamo scelto di non usare i soundsystem dei locali parigini, che non erano all’altezza, e di portare provider esterni. Puoi fare una festa al buio, senza luci, ma non puoi fare una festa senza musica – questa per noi è filosofia, non un dettaglio tecnico. E poi Atarashi non è mai stata solo una line-up: è una community, un network, un modo di stare insieme che va oltre la singola serata e che oggi vive tra la Francia, l’Italia, la Spagna e tante altre realtà. Un appuntamento puramente commerciale vende un biglietto e finisce lì; noi vogliamo attirare le persone giuste, creare connessioni, dare una vetrina agli artisti che saranno le star di domani e valorizzare i luoghi in cui arriviamo. Quando fai queste cose, un evento smette di essere intrattenimento e diventa cultura.»
Qual è stata l’idea artistica alla base della costruzione della lineup?
«Volevamo qualcosa di degno di un grande festival, ma senza costruire una gerarchia. Il cuore è un incontro tra due leggende della scena mondiale – Marco Carola e Seth Troxler – ma accanto ai grandi nomi c’è sempre spazio per gli artisti della nostra agenzia e per la scena locale, perché per noi un brand cresce insieme ai talenti che rappresenta. Onestamente, oggi ci interessa meno l’etichetta musicale in sé: all’inizio ci piaceva dirci i king della tech house di Parigi, ma la nostra ambizione è diventare il brand che porta insieme le persone giuste e i più grandi della scena elettronica. Poi c’è il luogo, che detta il ritmo: otto ore di musica dal tardo pomeriggio alla notte sullo Stretto sono già una narrazione. La line-up è pensata per accompagnare quel viaggio, dalla luce del tramonto fino al buio, rispettando sia il paesaggio sia l’energia di chi balla.»
Come ha reagito il pubblico all’annuncio del festival?
«Con un entusiasmo che ci ha sorpreso, ma che in fondo ci portiamo dietro fin dall’inizio: la nostra primissima serata a Parigi era già sold out, avevamo previsto 400 persone e siamo finiti a 800, aprendo un piano che non pensavamo nemmeno di usare. In Sicilia abbiamo ritrovato quella stessa fame. Portare a Messina il primo evento di musica elettronica di questa portata significava toccare un desiderio che il territorio covava da tempo, e si è visto fin dalle prime fasi di prevendita. Non solo dal pubblico: anche il comune ha creduto subito nel progetto, tanto da concederci il patrocinio, e questo per noi vale moltissimo. C’è un senso di orgoglio nel vedere questa città entrare in un circuito da cui spesso il Sud viene tenuto ai margini. E a tutto questo si aggiunge la community storica di Atarashi, tra Italia e Francia, che ci segue in ogni nuova avventura: vederla incontrarsi con il pubblico siciliano è la conferma più bella che stiamo facendo la cosa giusta. In più abbiamo investito oltre 500mila euro sull’evento e organizzato due eventi annessi che hanno coinvolto un beach club e un ristorante della città di Messina.»
Atarashi Goes to Sicily è pensato come un evento irripetibile o come la prima edizione di un appuntamento stabile?
«È una prima edizione, non un episodio isolato. La direzione in cui stiamo andando come brand è ridurre la frequenza degli eventi e aumentarne la portata: Roma e Messina vanno esattamente in questo senso. Il sogno è diventare un giorno un grande brand itinerante, e la Sicilia è un tassello di questo percorso. Capo Peloro, una spiaggia eletta tra le più belle d’Italia, 7000 persone, un evento “festival size” mai visto prima in città: la nostra ambizione è affermarci come una realtà stabile sul territorio italiano e tornarci. Ogni edizione avrà per forza qualcosa di irripetibile – vogliamo che chi c’era senta di aver vissuto un momento unico – ma la visione è di lungo periodo. Del resto è il senso stesso di Atarashi: ogni giorno è un nuovo inizio, e questo per noi è solo l’inizio di un nuovo capitolo.»





