di Alfredo Reni
MESSINA. In La rivoluzione in FM, Antonio Lo Giudice è protagonista di un capitolo che ho chiamato Il divismo. E Antonio era un divo nella eccezione che diamo a questo termine: popolarità, fans, riconoscibilità. Una signora con un passeggino si avvicinò ad Antonio – racconta Michele Lotta – e gli chiese di toccare il figlio. Come fosse una benedizione.
Quando arrivò la radio libera Lo Giudice era già conosciuto nel mondo delle discoteche (meglio, al singolare, era l’Hi Fi) ma la radio estende la sua fama da un pubblico fatto principalmente da teenagers agli adulti di ogni età, come la mamma dell’aneddoto. La sua forza era il come parlava: un fiume di parole sopra il ritmo della musica, uno stile che lo rendeva unico in quel periodo storico. Fiorello ha raccontato di quando adolescente lasciava Augusta per le vacanze a Letoianni, non si perdeva il suo Jumbo Sound.
Inseguito, osannato, ospite ambito in pranzi dove era accolto e guardato come i divi del cinema di quegli anni. Quando accadeva mi portava con lui, per avere compagnia. E per me, straniero a Messina come Ottavio Romano e anche per pochi mesi Ninni Panzera, venivamo dalla provincia dove il solo collegamento con il mondo esterno e i nostri coetanei, quegli inviti volevano dire rimediare un pranzo o una cena.
Forse son riuscito a ricambiare quegli inviti: il mio documentario nel raccontarlo, ha onorato la sua storia



