L’aeroporto di Los Angeles ti colpisce per tutti i motivi sbagliati. Il terminale di arrivo è minuscolo, spoglio, peggio di quello di Catania, senza niente che indichi il fatto che in quella città, tra le altre cose, si sta giocando l’evento sportivo più grande del pianeta.

Un primo segno che, come cantava Elio per Usa ’94, agli americani forse non interessano i mondiali di calcio americani.

Al terminale ci si arriva dopo il controllo passaporti, con uomini dallo sguardo torvo armati di mitra, affiancati da cani grossi come lupi, occhio serio anche in mezzo a quest’alba nuvolosa. La poliziotta che ci controlla incarna tutte le paure e le raccomandazioni che ci sono state impresse prima della partenza: attitudine sospettosa, tono della voce che volge dalla chiacchiera informale alle domande pungenti sulla nostra presenza proprio lì, proprio in quel momento. Ci viene posta per la prima volta la fatidica domanda: ma voi che ci fate qui?

Rispondiamo, lasciamo le nostre impronte digitali e poi usciamo nella caligine californiana.

Più tardi ritroveremo quel clima un po’ paranoico quando, passeggiando per le ricche ville di Manhattan Beach – due messinesi sfatti dal sonno e dal fuso orario, con felpe incredule addosso per ripararci dal freddo della mattina – vedremo telecamere ovunque e voci metalliche a dirci che qualcuno ci sta videoregistrando, quando ci soffermeremo troppo davanti a una delle case con le immancabili bandiere a stelle e strisce piantate in giardino, al di là della più classica staccionata bianca.

In quell’occasione veniamo raggiunti da due simpatici (e probabilmente facoltosi) sessantenni della zona che fanno jogging, che ci chiedono delucidazioni sulle partite (“Scusate, noi di calcio ne sappiamo poco, ma ora che abbiamo vinto questa prima partita che succede?”), si mostrano sorpresi del fatto che l’Italia non ci sia e poi ci dicono con un sorriso: “Lo so cosa pensate di noi, ma non siamo tutti orribili. Non siamo tutti gli stessi”.

Poi continuano a correre e noi ci allontaniamo dalla staccionata prima che qualcuno chiami il 911.

Gli stadi sono pieni, come abbiamo modo di constatare direttamente nella partita tra Svizzera e Bosnia – acquistata con incauto ottimismo quando ancora pensavamo, poveri sciocchi, che ci sarebbe stata l’Italia lì – ma i bar no, e a volta bisogna girare un po’ per trovarne uno che trasmetta la partita di turno, dove si radunano tifosi di tutte le squadre – tutti tranne gli americani.

Mentre guardiamo Argentina-Austria di mattina in un maxischermo insieme ad un gruppo non troppo folto di persone – e gli argentini, ad ogni mondiale, sembrano essere sempre il triplo di tutti gli altri, anche se qui se la giocano inevitabilmente con i messicani – un serpentone di americani di dirige invece allo stadio accanto per guardare il baseball, quello sì considerato uno sport.

Ritornando a Svizzera-Bosnia, per rendere più completa l’assurdità della cosa, decidiamo di andare allo stadio di Los Angeles indossando entrambi la maglia della Nazionale Italiana. Nel tempo che c’è tra gli ingressi, le file per i controlli (estremamente blandi, nonostante le migliaia di email che abbiamo ricevuto sulla sicurezza) e il gate, raccogliamo decine di commenti che non sono mai neutrali. Tantissimi bosniaci ci accolgono con un applauso e una risata, alcuni ci ringraziano apertamente (con sarcasmo più o meno velato), altri ci contestano. Ad uno di loro il mio amico indica le quattro stelle sulla nostra maglia (come in un video andato virale in questi giorni) chiedendogli quante ne avessero vinte loro: stanno quasi tutti al gioco, a parte uno che ci dice torvo che “due le abbiamo vinte negli anni Trenta”, al che faccio notare che non sapevo avessero una scadenza, ma che lo renderò noto alla Federazione.

Tutti gli altri ci ripetono la spessa domanda: ragazzi, ma voi cosa fate qui?

È una domanda che mi ero sentito fare spesso anche a Russia 2018 – perché, ebbene sì, ero stato già testimone diretto del primo Mondiale senza Italia, quando ancora eravamo tutti ingenui, fiduciosi nel prossimo Mondiale, ignari del fatto che almeno per i successivi 12 anni avremmo potuto cantare l’inno di Mameli solo il 2 giugno.

Dentro siamo seduti accanto a un ragazzo italiano che vive a Los Angeles, tifoso interista, anche lui macchiatosi di troppa fiducia nei nostri azzurri. La partita è piacevole, lo stadio è una meraviglia, l’atmosfera è quella che avevo già assaporato in Russia: durante i mondiali le partite diventano qualcos’altro.

I tifosi di squadre diverse camminano accanto, si bevono una (costosissima) birra insieme, fanno partire la ola come se fosse il 1994, e capiscono di essere parte di una festa che milioni di altri stanno vedendo da uno schermo. Ci dimentichiamo quasi subito delle nostre ferite patriottiche e ci godiamo lo spettacolo, col ragazzo italiano che, sul 2 a 0 per la Svizzera, si macchia di uno dei peccati capitali del tifoso: mai uscire prima della fine. Al fischio finale sarà 4 a 1 per gli elvetici, e i bosniaci che incontriamo dopo non saranno più tanto disposti a risate e abbracci come all’inizio. Un uomo ci dice di essere serbo ma di tifare Bosnia perchè “siamo tutti dalla stessa parte”, mentre un altro passa e urla “Bastoni!”. Già che ci siamo, ci ferma un ragazzo con una pettinatura afro e ci intervista per una radio brasiliana di Porto Alegre, iniziando la chiacchierata con la domanda che già immaginerete.

Ragazzi, ma voi che ci fate qui?

Alla fine la sensazione è quella che ho già provato 8 anni fa – cioè di esserti imbucato alla festa di qualcun altro, ma alla fine te la sei goduta lo stesso.

(Fine prima parte)

Marco Zangari © 2026

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