C’è chi ascoltando una canzone si ritrova istintivamente a chiedersi se gli piaccia o meno, oppure c’è chi, senza neanche accorgersene, si ritrova inevitabilmente a canticchiarla non avendo la più pallida idea di come gli sia entrata in mente. E poi ci sono persone che, ascoltandola quella canzone, provano a capire da dove arriva, chi l’ha scritta, quale meccanismo culturale l’ha generata e perché, in quel preciso momento storico, riesce a parlare a milioni di persone. Gabriele Fazio appartiene a quest’ ultima categoria. Nato a Messina nel 1984, cresciuto in città e formatosi all’Università degli Studi di Messina, dividendosi, da sempre, tra la passione per la scrittura, il teatro, il cinema e la musica, è, infatti, ad oggi uno dei critici musicali più seguiti e riconoscibili del panorama giornalistico italiano. Dopo le esperienze al Corriere della Sera, al Fatto Quotidiano, all’AGI, ed ancor prima in diverse redazioni locali, come TCF e RadioStreet Messina, è approdato, dunque, a Open, dove continua a raccontare la musica italiana con uno sguardo che va ben oltre la semplice recensione. Perché per lui la critica musicale non è dire se una canzone è bella o brutta. È capire cosa rappresenta, andando sempre alla ricerca della giusta colonna sonora per ogni momento della vita o, più semplicemente, della giornata.

Hai sempre voluto fare il lavoro che fai?
“Ho sempre voluto scrivere. Questa è la cosa di cui sono stato certo fin da subito. Successivamente ho trovato nel giornalismo il modo migliore per trasformare quella passione in un lavoro. In origine pensavo alla scrittura narrativa, allo scrittore. Poi ho capito che il giornalismo rappresentava una straordinaria occasione per raccontare storie vere, spesso ancora più interessanti di quelle inventate.”

Arriva prima la scrittura o la musica?
“Direi insieme. Non riuscirei a separarle.
Se non avessi avuto una passione autentica per la musica, precedente al lavoro, non sarei mai diventato un critico musicale.
Può capitare che un giornalista finisca per specializzarsi in un settore quasi per caso, ma per fare critica musicale serve una passione reale. Devi frequentare gli ambienti, conoscere le persone, ascoltare continuamente musica, seguire gli artisti, comprenderne i percorsi.
Se non ami davvero la musica, è difficile fare questo lavoro.”

Ricordi la prima cosa che hai scritto?
“La passione per la scrittura nasce dalla lettura. Leggevo tantissimo.
A un certo punto mi sono detto: voglio fare anch’io questa cosa bellissima che consiste nel raccontare storie.
La prima cosa che scrissi davvero fu una serie di racconti sui miei amici dopo un’estate passata insieme. Tornai a casa, avevo uno dei primi computer su cui si poteva scrivere con una certa comodità e decisi di raccontare quell’estate.
Erano testi probabilmente illeggibili, ma ricordo perfettamente la sensazione: quella di fermare su una pagina qualcosa che altrimenti sarebbe andato perduto.”

E la musica? Qual è stato il primo disco che ti ha aperto un mondo?
“Una raccolta dei Queen prestatami da un vicino di casa più grande di me.
Ero ancora un ragazzino. Fino a quel momento ascoltavo la musica che passava in televisione o che si ascoltava in famiglia. Quello fu il primo disco che cercai io. Esiste una differenza enorme tra la musica che ti arriva addosso e quella che scegli di andare a cercare. Quando ascoltai quei brani dei Queen capii che esisteva un universo enorme oltre la musica che conoscevo.”

E il disco che ti ha cambiato?
“Ovunque Proteggi di Vinicio Capossela.
Ricordo perfettamente l’effetto che ebbe su di me. Mi accorsi che la musica poteva cambiare una persona. Prima di quel disco ero una persona. Dopo quel disco ero una persona diversa. Quando succede una cosa del genere significa che hai incontrato un’opera importante.”

Cos’è esattamente un critico musicale?
“Prima di tutto bisogna chiarire cosa non è.
Un critico musicale non è una persona che possiede gusti superiori a quelli degli altri.
La critica non è una questione di gusti.
È una questione di analisi. Il mio lavoro consiste nel raccontare cosa sta succedendo nella musica. Analizzare i trend, capire chi scrive le canzoni, perché vengono scritte in un certo modo, quali meccanismi culturali e industriali ci sono dietro. Non si tratta di dire “questo è bello” o “questo è brutto”. Si tratta di capire se qualcosa ha senso, se è autentico, se possiede una visione artistica oppure se è semplicemente un prodotto costruito per il mercato.”

Una canzone bella è per forza di cose una canzone che “funziona”?
“Assolutamente no. Anzi, spesso non coincidono affatto. Il successo è imprevedibile. Anche i più grandi autori italiani non sanno quale canzone funzionerà. Persone come Davide Petrella o Federica Abbate scrivono moltissime canzoni. Alcune vengono archiviate, altre pubblicate senza ottenere risultati, altre ancora diventano enormi successi.
Non esiste una formula matematica.”

Si può ancora parlare di musica indipendente?
“Assolutamente sì. Per capire il fenomeno bisogna ricordare il contesto. L’esplosione dell’indie arriva in un periodo in cui il pubblico era saturo di pop televisivo e talent show. Per anni la televisione aveva imposto quasi esclusivamente un modello musicale. Poi arriva internet. Arriva Spotify.
Le persone possono scegliere da sole cosa ascoltare. E all’improvviso emergono artisti come Calcutta e i The Giornalisti.”

Una rivoluzione, quindi, che ha migliorato il pop italiano?
“Secondo me sì. Ha introdotto nuovi linguaggi, nuove sensibilità e ha incoraggiato anche artisti più tradizionali a sperimentare. È stata un’evoluzione positiva.”

Le piattaforme digitali hanno democratizzato in un certo senso la musica?
“Sì, ma forse l’hanno resa fin troppo accessibile. Oggi chiunque può pubblicare musica. Questo ha ampliato enormemente il mercato ma lo ha anche reso molto più affollato. La conseguenza è che escono troppe canzoni e il pubblico non ha più il tempo di affezionarsi agli artisti e ai loro brani come accadeva in passato.”

Questa è una delle tue battaglie più note, anche perché ogni domenica su Open possiamo trovare le tue recensioni sui pezzi usciti il venerdì…
«Assolutamente. Oggi vengono pubblicate quantità enormi di musica. Io ricevo circa cento segnalazioni a settimana dagli uffici stampa. Ne ascolto una cinquantina e riesco a recensirne circa quaranta.
È un ritmo che rischia di impoverire il settore. Senza tempo per sedimentare, le canzoni diventano intercambiabili e gli artisti faticano a costruire una carriera duratura.”

Perché la musica napoletana piace così tanto e perché questa sua forte connessione con il mondo del rap?
«Innanzitutto perché non è mai davvero scomparsa. In secondo luogo perché il napoletano possiede una musicalità straordinaria. Mi spiegò una volta Neffa che la fonetica napoletana si avvicina molto a quella inglese e questo rende il napoletano particolarmente efficace nel rap. Ma il vero punto è che artisti come Liberato o i Nu Genea hanno saputo trasformare la tradizione in qualcosa di contemporaneo.”

Il pregiudizio verso il neomelodico esiste ancora?
“Sì, ma dovremmo superarlo.
La musica popolare napoletana possiede una storia ricchissima. Liquidarla come “musica per ignoranti” significa non conoscere davvero quel patrimonio culturale.”

La città di Messina ti ha più aiutato o ostacolato nel tuo percorso?
“Direi che è stata fondamentale. Forse se fossi nato in una grande città alcune cose sarebbero arrivate prima, ma probabilmente non avrei fatto lo stesso percorso. Messina mi ha permesso di vivere da vicino l’esplosione della scena indipendente grazie al Retronouveau. Grazie al Retro ho iniziato a frequentare il circuito indipendente italiano da semplice appassionato: ho conosciuto artisti, manager e professionisti del settore già in tempi non sospetti. Quando poi l’ondata indie è esplosa, anche la mia competenza è cresciuta insieme a quel fenomeno ma partendo già da una base che mi ero costruito proprio qui.”

E l’Università di Messina?
“Le devo moltissimo. Il corso di Editoria e Giornalismo mi ha fornito strumenti che utilizzo ancora oggi. In particolare devo ringraziare il professor Centorrino, che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione. Molte delle cose che mi ha insegnato le utilizzo ancora oggi.
Me ne accorsi soprattutto quando iniziai a lavorare per AGI, dove velocità e sintesi sono fondamentali. Inoltre fu proprio grazie a un documentario realizzato per la tesi che vinsi il Premio Maria Grazia Cutuli. Quel riconoscimento mi aprì le porte del Corriere della Sera e diede una svolta alla mia carriera.”

Qual è stato il momento fondamentale che dato il via alla tua carriera?
“Nel documentario che ho preparato per la tesi avevo intervistato anche Marco Travaglio. Girai tutta Roma portando il mio lavoro in diverse redazioni. Quando tornai a casa ricevetti una sua telefonata. Mi propose uno stage al Fatto Quotidiano.
Da lì è iniziata una parte importante della mia carriera.”

Che rapporto ha ad oggi Messina con il mondo della musica?
“Messina è cambiata molto.
È passata dall’essere una tappa fondamentale per il circuito indipendente a essere una tappa importante per il mainstream. Lo stadio e il palazzetto ospitano grandi eventi. Questo è positivo.
Quello che manca è una fascia intermedia: concerti di artisti emergenti e di medio livello. Ma credo sia un problema relativo agli imprenditori e organizzatori, credo sia una questione di domanda culturale.”

Mentre della musica made in Messina che ne pensi?
“Ci sono realtà molto interessanti.
Recentemente ho scoperto Tony Zeno, rapper della provincia messinese di cui mi hanno parlato come di un talento straordinario, dicono sia potenzialmente il nuovo Marracash. L’ho scoperto grazie ad un feat con MadMan e ho scoperto che è della provincia di Messina. Ci sono i The Whistling Heads che stanno avendo un buon successo, e c’è Johann Sebastian Punk, adesso in realtà con il suo nuovo progetto The Messines, che considero un musicista di altissimo livello e una delle realtà più interessanti del territorio.”

Tre aneddoti, tra ricordi e frame, curiosi o surreali che ti sono successi in questi anni di lavoro tra interviste e chiacchierate con artisti della scena musicale italiana…
“Due degli artisti in gara nel Sanremo 2026 mi hanno bloccato su Instagram per alcune recensioni, ma fa parte del gioco. Una delle immagini che porto nel cuore, invece, è una fotografia che mi ritrae mentre scrivo un articolo in piedi con il pc appoggiato sopra una cassa sotto il palco durante un concerto di Vasco Rossi.
Attorno a me c’era il caos del pubblico.
Io ero lì che lavoravo, quando ho visto quella foto ho pensato: questa situazione è davvero assurda. Ed una chiacchierata avvenuta per caso con Fiorella Mannoia:
dovevo intervistare Ermal Meta al Foro Italico, alla fine mi ritrovai con lei a parlare per quasi due ore di serie tv. È probabilmente la persona più preparata in materia che abbia mai incontrato. Ogni volta che le consigliavo una serie prendeva un quaderno e si annotava il titolo. Mi raccontò persino di essere andata in Croazia per visitare i luoghi del Trono di Spade.”

Tre artisti da portare in concerto a Messina…
“Salmo, Lamante e Andrea Lazslo De Simone.”

Tre emergenti da ascoltare…
“Lamante, Mille e Matteo Alieno.”

Ti dividi tra Roma e Messina, ma hai vissuto anche a Milano e Torino. Cosa manca nella città dello Stretto?
” L’educazione alla cultura. Non mancano gli artisti. Non mancano gli eventi.
Non mancano le idee. Manca la capacità di creare un’abitudine culturale. Portare le persone a uscire di casa per vedere uno spettacolo, ascoltare un concerto, assistere a una rappresentazione teatrale anche quando non conoscono già quello che andranno a vedere. Manca la curiosità.
È una sfida enorme e non so come si risolva. Ma credo sia il tema centrale.”

Cosa consiglieresti a chi oggi sogna di scrivere di musica?
“Studiate giornalismo. Ma studiate anche i social. Oggi la comunicazione passa da lì.
Le pagine Instagram e i creator hanno un peso enorme. A volte persino maggiore di alcune testate. La provenienza geografica non è più un ostacolo. Se hai un’idea valida e la capacità di comunicarla, puoi partire anche dal più piccolo paese della provincia e costruirti uno spazio. Oggi, da questo punto di vista, è molto più facile di quando ho iniziato io.”

Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?
“Acoltare buona musica rende persone migliori, rende il mondo migliore e più buona musica ascoltiamo e più verrà proposta buona musica. Dipende tutto da noi.”

 

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