di Giacomo Risitano*

MESSINA. Secondo i dati anagrafici del Comune di Messina, la città ha perso quasi 20.000 abitanti tra il 2013 e il 2023, con un ritmo di circa 1.500–2.000 residenti l’anno. La Sicilia, secondo elaborazioni su dati ISTAT, è passata in venticinque anni da oltre 5,6 a circa 4,8 milioni di abitanti. Le proiezioni demografiche SVIMEZ al 2050 stimano per il Mezzogiorno una perdita di 3,5 milioni di residenti, con la Sicilia tra le regioni più esposte con un calo atteso del 18% della popolazione attuale. Sono numeri noti, citati spesso, e quasi mai letti nella loro dimensione più scomoda perché non dicono solo quante persone se ne sono andate, ma, soprattutto, quante persone qualificate se ne sono andate.

La risposta che circola nel dibattito pubblico messinese e che ha trovato espressione nella manifestazione “L’ora del Ponte” del 28 marzo 2026 è che la svolta infrastrutturale fermerà questa emorragia. Il Ponte sullo Stretto come chiave di volta per trattenere i giovani, per invertire lo spopolamento, per dare un futuro alla Città dello Stretto. Comprendo che possa essere una narrativa comprensibile. Purtroppo, nella misura in cui promette di fermare la fuga dei cervelli, è una narrativa che i dati smentiscono con precisione chirurgica: il problema di Messina non è mai stata la larghezza dello Stretto, ma la qualità delle opportunità che chi parte non trova nella propria città.

 

Chi parte, e quando: il profilo reale dell’emigrazione messinese.

Sono certo che molti hanno letto il rapporto SVIMEZ “Un Paese, due emigrazioni” uscito a febbraio 2026 che ricostruisce con dati ISTAT e Almalaurea il profilo di chi lascia il Mezzogiorno. Il quadro che esce è inequivocabile. Dal 2002 al 2024, quasi un milione di under 35 ha trasferito la propria residenza dal Mezzogiorno al Centro-Nord. La perdita netta nella fascia 25–34 anni supera le 500.000 unità, di cui circa 270.000 laureati. Personalmente, forse perché “addetto ai lavori”, il dato che cambia radicalmente la lettura del fenomeno è un altro. Se nel 2002, la quota di laureati tra i giovani meridionali che emigravano non superava il 20%, nel 2024 ha raggiunto quasi il 60%. Stiamo assistendo a una selezione progressiva, non a un esodo indifferenziato perché partono i più formati, i più dinamici, quelli con maggiore capacità di adattamento.

Per di più, partono sempre prima. SVIMEZ documenta quella che chiama “emigrazione anticipata”: per una quota crescente di giovani meridionali, la scelta migratoria non si colloca più al termine degli studi, ma viene anticipata già al momento dell’iscrizione universitaria. L’immatricolazione in un ateneo del Centro-Nord diventa il primo passo di una traiettoria che tende a consolidarsi dopo la laurea, riducendo drasticamente le probabilità di rientro. I dati Almalaurea lo confermano impietosamente; tra i laureati occupati che si sono formati in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% lavora ancora lì a tre anni dalla laurea e solo il 6% torna al Mezzogiorno. Tra chi si laurea al Sud, il 30% lavora già al Centro-Nord dopo tre anni. Nell’anno accademico 2024–2025, circa 70.000 diplomati meridionali hanno scelto un ateneo del Centro-Nord. La quota sale al 21% per i corsi STEM come ingegneria industriale e dell’informazione. La Sicilia, insieme alla Campania, genera quasi la metà di questo flusso in uscita. La “rottura con il territorio” avviene al momento dell’iscrizione universitaria, non alla ricerca del primo impiego. Il Ponte non esiste ancora a quel punto della storia.

C’è un elemento ulteriore che raramente compare nel dibattito pubblico come la marcata selettività di genere. La quota di migrazioni qualificate tra le giovani donne meridionali è cresciuta dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024. Il Mezzogiorno perde le sue laureate a un ritmo accelerato rispetto agli uomini. È uno svuotamento selettivo che compromette in modo strutturale le prospettive di sviluppo, innovazione e riequilibrio demografico. Il fenomeno raggiunge la sua espressione più acuta al livello della formazione più avanzata come il Dottorato di Ricerca. Secondo un’analisi pubblicata da La Ragione del 2026 su dati ISTAT, gli atenei del Nord rilasciano il 47% dei titoli di dottorato, ma solo un terzo dei dottorandi proviene da quelle regioni; il resto è composto in larga parte da meridionali che hanno già lasciato il Sud per formarsi al Centro-Nord. Di questi, solo il 5% dei PhD del Sud resta nel Mezzogiorno a carriera avviata. Dal Nord, invece, il 45% dei dottori emigra all’estero e la ragione è brutalmente salariale; chi resta in Italia con un titolo di dottorato guadagna in media 1.500 euro netti mensili in meno rispetto a chi lavora all’estero. Sopra i 3.500 euro mensili arriva solo il 7,4% dei Ph.D. occupati in Italia, contro il 50% di chi è emigrato. Ricordo che il dottorato di ricerca è il livello più alto della piramide formativa, esattamente il profilo che nessun cantiere infrastrutturale può intercettare. Sicuramente, sarò sensibile a questo tema essendo un Coordinatore di uno di questi percorsi presso UNIME, ma trovo il punto di importanza neanche lontanamente minoritaria.

 

Il costo reale: quanto paga la Sicilia per formare chi lavora altrove

Come tutte le cose, anche questo fenomeno ha un costo economico preciso, che pochi hanno finora messo a confronto con le cifre del dibattito pubblico locale. Ricordo, costo economico che ogni siciliano paga quotidianamente. Il focus Censis-Confcooperative “Sud, la grande fuga” quantifica il costo medio di formazione di un laureato, partendo dalla scuola primaria all’università, in 112.000 euro tra spesa pubblica e privata. I dati ci dicono che ogni anno, 36.000 laureati meridionali lasciano il Mezzogiorno di cui 23.000 verso il Centro-Nord e 13.000 verso l’estero. Il conto per l’intero Sud è di 4,1 miliardi di euro all’anno di investimento formativo disperso.

Per la sola Sicilia, applicando la quota proporzionale al flusso, circa il 22–25% del totale meridionale, la perdita formativa annua è dell’ordine di 380 milioni di euro. Sommando tutti i canali stimabili, mancata compartecipazione IVA, tasse universitarie perse dagli atenei siciliani, PIL immobiliare e indotto non generato, quota attribuibile della mobilità sanitaria passiva (220 milioni di euro l’anno secondo il Ministero della Salute), si arriva a una perdita complessiva stimabile in circa 700 milioni di euro all’anno. Sull’intero periodo 2002–2024, il costo cumulato per la Sicilia supera i 15 miliardi di euro, quasi un quinto del PIL annuale siciliano, evaporato in silenzio senza neanche troppo rumore.

Vale la pena fermarsi su un numero di confronto. Il Comune di Messina ha recentemente annunciato un pacchetto di agevolazioni fiscali per le attività produttive del valore di 1,6 milioni di euro l’anno, riduzione della TARI per commercio e turismo, canoni mercatali dimezzati, suolo pubblico scontato. Una misura legittima, pensata per alleggerire la pressione fiscale su chi già fa impresa in città. Purtroppo, il confronto con la scala del problema è impietoso; 1,6 milioni di euro investiti per sostenere l’economia esistente, a fronte di 700 milioni di euro l’anno che escono dalla Sicilia sotto forma di capitale umano formato e non valorizzato. Lo 0,23% del costo annuo dell’emigrazione qualificata.

Il cantiere e il laureato: un mismatch radicale

Veniamo ora al Ponte o meglio, al “Ponte come risposta alla fuga dei cervelli”, che è la tesi dei promotori de “L’ora del Ponte” e di una parte significativa del dibattito pubblico messinese. Questa analisi non riguarda il Ponte in sé, ma l’equazione fortemente semplicistica che lo presenta come soluzione alla fuga dei cervelli. La domanda è sempre la stessa ed  è semplice: “Che tipo di lavoro crea il cantiere del Ponte?”. Come sempre, i dati disponibili ci vengono in aiuto e parlano chiaro. La Società Stretto di Messina stima una media di 4.300 addetti diretti l’anno, con un picco di 7.000 nei momenti di massima intensità costruttiva. Il programma “Cantiere Lavoro Italia” di Webuild-Eurolink cerca assistenti di cantiere, responsabili del controllo qualità, buyer, planner, ispettori per sicurezza e monitoraggio ambientale.

Si tratta di profili tecnici specializzati nell’industria delle costruzioni, non certo di ingegneri del software, ricercatori, biotecnologi, designer industriali, esperti di finanza d’impresa, professionisti della salute. Lo dico con grande dispiacere, ma il profilo medio dell’emigrato messinese, laureato in discipline STEM o economiche, formatosi in un ateneo del Centro-Nord, occupato nel sistema produttivo lombardo o emiliano, non corrisponde in alcun modo al profilo medio dell’occupato in un grande cantiere infrastrutturale. Ammettiamo anche che una quota di laureati messinesi potesse trovare impiego nel cantiere, è evidente che il lavoro dura 8–10 anni e poi, inevitabilmente, finisce.

Gli ecosistemi non si costruiscono con i cantieri temporanei. Dobbiamo essere più che chiari, se no, illudiamo, famiglie, giovani e genitori: per ogni laureato occupato in più nel Mezzogiorno, quasi due hanno lasciato l’area ed il cantiere del Ponte non invertirà questo rapporto. Il saldo occupazionale netto, anche nella migliore delle ipotesi, non è quello promesso dalla retorica dei 100.000 posti di lavoro, cifra che la stessa Società Stretto di Messina ha precisato riferirsi a unità lavorative annue cumulate, non a occupati stabili.

 

Il paradosso della connettività

C’è un elemento teorico che il dibattito pubblico ignora sistematicamente, ma che la letteratura economica ha documentato con sufficiente solidità. Un territorio ben collegato, ma privo di un ecosistema che non trattiene il suo capitale umano, lo perde più velocemente! La connettività abbassa il costo dell’emigrazione. Infatti, rende più facile, non più difficile, andarsene. È sicuramente vero che un treno veloce, un’autostrada efficiente, un ponte riducono il costo di spostamento ed aumentano la mobilità in entrambe le direzioni. Purtroppo, in un territorio come il nostro con minori opportunità economiche, si produce un effetto netto di accelerazione dell’esodo, non di arresto. Lo stesso SVIMEZ lo documenta indirettamente quando dice il Mezzogiorno non è un’area che forma i propri lavoratori. È, nelle parole dello stesso rapporto, “un’area di formazione per il sistema produttivo centro-settentrionale”. Il Centro-Nord attrae laureati dal Sud e li trattiene perché offre salari più alti, carriere più rapide, ecosistemi produttivi più densi. I laureati siciliani guadagnano in media 1.549 euro netti al mese a tre anni dalla laurea, il terzultimo valore in Italia. Chi lavora all’estero guadagna 613–650 euro in più ogni mese ed è evidente che nessun cantiere risolve questo differenziale.

La Commissione Europea ha un nome per quello che sta vivendo il Mezzogiorno e lo definisce “trappola dei talenti”. Si dice che una regione è in trappola quando combina calo della popolazione in età lavorativa, bassa quota di laureati giovani ed emigrazione netta negativa. Nella trappola, i territori più forti attraggono risorse umane mentre quelli più fragili entrano in una spirale di perdita demografica, produttiva e fiscale. Il Mezzogiorno con Messina in testa è il caso più strutturato in Europa di questa dinamica. Mi spiace calcare la mano, ma le trappole si rompono con ecosistemi concreti e non con infrastrutture.

C’è un ulteriore indicatore che completa il quadro e che raramente viene messo in relazione con il tema dell’emigrazione: la media in cui i giovani italiani lasciano la casa dei genitori. Secondo i dati Eurostat 2024, in Italia questa media è di 30,1 anni, il quarto valore più alto in Europa, dopo Croazia (31,3), Slovacchia (30,9) e Grecia (30,7). In Scandinavia la stessa soglia si raggiunge a 21-22 anni e in Germania e Francia intorno ai 23-24. Il divario non è marginale visto che parliamo quasi di un decennio di dipendenza economica in più rispetto ai coetanei nordeuropei. Al di là di facili commenti fondati su inutili luoghi comuni presso latitudini più a nord di noi, la ragione non è culturale, il cosiddetto “legame mediterraneo con la famiglia”. I dati raccontano qualcosa di più preciso e molto più scomodo (per alcuni!) come contratti a termine, tirocini sottosoglia di autonomia, affitti cresciuti a doppia cifra mentre i salari di ingresso ristagnano. In questo contesto, emigrare non è solo una scelta professionale, ma spesso l’unica via per raggiungere quella indipendenza economica e abitativa che il territorio di origine non consente. A Messina, con salari medi da 1.549 euro netti al mese e un mercato del lavoro strutturalmente debole, questa equazione è ancora più stringente. Chi parte non parte soltanto per fare carriera, ma parte perché restare significherebbe rinunciare a diventare adulto.

 

Cosa servirebbe davvero

Ci tengo a precisare che questa mia modesta analisi non ha l’ambizione di disegnare una politica industriale per Messina. Questo è un compito di chi ambisce a governare la città prendendosi impegni concreti ed evitando azioni populistiche tipiche di questa moderna era. Non nego la sensazione di una forte assenza di un concreto progetto economico per la città, ma queste mie parole hanno l’ambizione più limitata di indicare la scala corretta del problema e, di conseguenza, la scala delle risposte necessarie.

SVIMEZ propone un “Graduate Staying Premium” che non è altro che una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti per i primi cinque anni nelle regioni europee in “trappola dei talenti”, da finanziare con i fondi di coesione europei della programmazione 2028–2034. La ritengo una di alcune concrete, scalabile e coerenti con le priorità europee proposte sentite ultimamente. Ovviamente, non risolve tutto, ma aggredisce il differenziale salariale che è uno dei principali motori dell’emigrazione qualificata.

Al livello locale e regionale, le domande che il dibattito pubblico messinese dovrebbe porsi sono, però, altre. Che tipo di domanda di lavoro qualificato esiste oggi a Messina? Quali filiere produttive ad alto valore aggiunto potrebbero svilupparsi intorno all’Università degli Studi di Messina? Che ruolo può giocare il sistema universitario nel trattenere studenti e nel connettere la ricerca alle imprese del territorio? Come si costruisce un ecosistema dell’innovazione, non un hub di rappresentanza, ma una rete reale di capitale, competenze e mercato? Sono le solite domande scomode perché non hanno risposte semplici e non producono manifesti politici in piazza. Certo è che sono le uniche domande che, se trovassero risposta, potrebbero cambiare la traiettoria di Messina.

Il Ponte, se mai si farà, in una versione tecnicamente credibile e finanziariamente sostenibile, potrà essere un pezzo di un ecosistema più ampio, non certo il sostituto di quell’ecosistema. La differenza non è tecnica, ma concettuale e, mi spiace dirlo, è, in questo momento, la differenza tra una politica ambiziosa che guarda al domani e una pressapochista che si consola con l’oggi. Il treno che parte da Messina carico di talenti non si ferma costruendo un ponte, ma costruendo ragioni per restare.

*ordinario di Costruzione di macchine all’università di Messina, coordinatore del Dottorato di Ricerca In Bioingegneria Applicata alle Scienze Mediche, autore di brevetti e fondatore di 2 spin-off universitari

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