Esiste un tipo di nebbia, qui a Messina, che fischia e ulula come lo spettro di mille navi. Si distende come un serpente sullo Stretto e con le sue spire strangola ogni possibile visione di ciò che si trova oltre il primo tratto di mare. Isola le due sponde che, sgomente, si ritrovano separate nonostante la loro sempiterna condizione di gemelle, e sono costrette a fare a meno l’una dell’altra. Noi la chiamiamo Lupa, forse perché gli antichi marinai sapevano che, quando sale dal mare, bisogna guardarsi dagli artigli di scoglio e dai denti pietrosi di Scilla.
Quando ero una ventenne inquieta, mi piaceva osservare Messina dall’alto. Durante le giornate di lupa il digradare dei soliti colori pastello in una scala perfetta di grigi mi ricordava tanto l’inghilterra, mi faceva sentire ad Avalon.Tra ringhiere deformate, scalinate segrete, risicati belvedere condominiali e panchine arrugginite, lontano dall’orda dei clacson di mezzogiorno ma alla portata del fiato meccanico del gallo del duomo, mi perdevo nella contemplazione di questa città fatta di mare, di vento e di contraddizioni e mi arrovellavo su un problema senza nome, che poi ho riscoperto in narrativa: la sospensione dell’incredulità.
Si tratta di un patto implicito e silenzioso tra chi racconta e chi fruisce: la storia è un territorio neutro che vive di regole proprie, e tutto può succedere purché sia verosimile. Tutti sanno che i mostri marini, le fate illusioniste e le nebbie quantiche non esistono (forse), eppure sono disposti ad accettarli all’interno di una storia. Allo stesso modo tutti i messinesi sanno che la macchina non si parcheggia in doppia fila e che non si dovrebbe gettare la spazzatura nei recinti che delimitano i monumenti, ma sono disposti ad accettare queste cose all’interno del loro contesto.
Sospensione dell’incredulità: quella luce di smarrimento che annebbia gli occhi dei crocieristi quando sbarcano in questo posto bellissimo che sembra preso d’assalto da un’orda di barbari. Ci vuole un po’ perché il cervello abbassi le sue difese e decida di stare al gioco, un po’ perché la lupa annebbi ciò che esiste al di fuori di questa realtà. Come se lo Stretto fosse a tutti gli effetti una soglia mitica: qui la realtà si deforma perché il contesto possa rimanere coerente, verosimile; un universo incantato solo apparentemente inserito nello stesso tessuto spaziotemporale del mondo. Avalon, che protegge i suoi segreti attraverso una nebbia magica. Forse non è un caso se, tra tutte le figure mitologiche del nord, qui è arrivata proprio la fata Morgana. E, a quanto pare, ci si è trovata benissimo: ogni tanto si fa ancora vedere.
Guardando le cose in questa ottica, forse, ci si può stupire un po’ meno di alcuni fatti che in città vengono visti come semplici camurrìe, quando non ignorati e che in qualsiasi altro posto al mondo sarebbero considerati invece straordinari, e non nel senso buono del termine: come una nebbia che ulula e che sale dal mare, ciò che esce dall’ordinario non può essere mediocre, ma raramente porta benefici quando si applica alla vita delle persone. Se poi le persone nascono e crescono in una prospettiva di nebbie ululanti, mostri marini e accettazione dello straordinario come se fosse la norma… be’… ecco che arriva Cariddi, il vortice che si autoalimenta. E noi lo sappiamo dai tempi di Omero: Scilla e Cariddi si fronteggiano non per competere tra di loro, ma per dividersi equamente le sfortunate prede che sono cadute nei loro tranelli.
Viviamo in una città circondata dall’acqua, edificata su più di 80 torrenti e siamo senza acqua corrente per più di tre quarti della giornata. Quando, nel 2015, una frana a Fiumefreddo lasciò la città a secco per quasi un mese, la stampa nazionale – che delle nebbie mitiche e delle città incantate sa ben poco – apprese con sgomento che sì, quella era una situazione eccezionale ma quella abituale non era poi troppo meglio. Sulla TV impazzavano le immagini dei tetti dorati della città, tutti impreziositi di serbatoi azzurri in materiali plastici. E l’acqua non tornava, non si riusciva a ripristinare la fornitura. Sembrava proprio una maledizione della Fata Morgana. Da un’intervista ai vertici dell’AMAM emerse che l’azienda non era in possesso di una mappatura dettagliata delle aree interessate dal passaggio della conduttura. L’unico documento disponibile era una tesi di laurea. Sospensione dell’incredulità. Una nebbia che sale dal mare lungo il corso di torrenti umiliati da tubi, fognature, discariche abusive e oblio.
Quando, nel 2020, viene disdetto il contratto di locazione per la sede dell’Archivio di Stato — mille anni di storia cittadina in otto chilometri di documenti — nessuno si preoccupa più di tanto. La burocrazia è un vortice di proroghe, ripieghi, rimbalzi. Quando, nel 2022, scadono i termini formali del contratto, non parte alcuna pianificazione alternativa. Quando, nel 2025, i materiali vengono fisicamente spostati verso un deposito in via temporanea di Riposto, la cosa avviene nel silenzio, di nascosto e a ridosso delle dichiarazioni tranquillizzanti di un senatore. Quando, nel dicembre del 2025, viene annunciato in pompa magna il ritorno dell’Archivio in città, tornano solo i dipendenti: nella sede individuata non c’è abbastanza spazio per i documenti. Al Ministero non sembra interessare: per la Direzione Generale Archivi conta solo che quei documenti vengano conservati, non importa dove. Chi, tra i candidati alle prossime elezioni, si è espresso a riguardo? Eppure esiste una forte mobilitazione di cittadini e intellettuali sul tema. Sospensione dell’incredulità. Un vortice di dimenticanze e distrazioni, un continuo rimbalzare che poi non va da nessuna parte, che si autoestingue e si autoalimenta.
Ci sono poi storie che emergono dalla lupa e sfidano la sospensione dell’incredulità perfino qui, nella città che ne ha fatto la sua conditio sine qua non. Come quella del cavaliere pazzo che ha costruito un castello di cemento e spazzatura a Maregrosso, per colorare il degrado e mettere i pennelli – e non le pistole – in mano ai bambini. Per tutta la sua vita il cavaliere Cammarata si è opposto fisicamente alle ruspe dei proprietari del terreno sul quale era edificata quella che, nota ai più come la casa del puparo, era a tutti gli effetti un’opera d’arte eclettica; Taschen la inserì tra le cento case fantastiche della raccolta Fantasy world del 1999 e poi di nuovo nel 2007, quando ormai la nebbia ululante e i vortici eterni l’avevano inghiottita quasi del tutto. La costruzione è infatti stata demolita qualche anno dopo la morte del cavaliere, per fare posto al parcheggio di un supermercato. Rimane solo un pezzo della facciata, a ergersi come un eroe mitico in mezzo a un deserto di centri commerciali tirati a lucido. Nel 2024 è stato approvato un finanziamento regionale per il restauro di quei pochi scampoli, ma i lavori non sono ancora partiti: ci si è limitati a ingabbiare dietro una rete di contenimento i pochi pupi rimasti, tra erbacce e cumuli di spazzatura ammonticchiati. Delle visioni favolose di Cammarata rimane un don Chisciotte scolorito e un po’ triste, con la stessa espressione annebbiata dei turisti che devono ancora settarsi sulla sospensione dell’incredulità.
E il vero rischio, nel vivere ad Avalon e in generale nei luoghi incantati, è proprio fare la fine di quel don Chisciotte: mantenere uno sguardo lucido in cerca del razionale là dove il razionale, semplicemente, non è e non può essere. Si dice che Avalon esista ancora, da qualche parte, persa dentro alla sua nebbia al punto da non appartenere più veramente a questo mondo, a potersene al massimo avvicinare. Messina, invece, è tutta intorno a noi.





