MESSINA. Quello che arriverà a Messina entro i primi giorni di marzo sarà il quinto commissario (nominato), su sei sindaci eletti, probabilmente un record. Praticamente negli ultimi 23 anni solo una delle sindacature che si sono succedute alla guida di Palazzo Zanca ha avuto la sua naturale conclusione. Le altre cinque, in qualche maniera, sono terminate con un commissariamento: è il poco invidiabile record che la città dello Stretto ha accumulato dal 2003 ad oggi, con il solo Renato Accorinti ad aver portato a termine, benché con l’inciampo di una mozione di sfiducia che poi non è passata, la scadenza naturale del termine amministrativo.

Chi sono stati i commissari? Il primo Bruno Sbordone per un lungo periodo di tempo, praticamente due anni, dopo la decadenza di Giuseppe Buzzanca nel 2003 a causa della condanna per peculato d’uso che era incompatibile con il suo ruolo da primo cittadino. Un periodo di tempo lunghissimo, da dicembre 2003 a dicembre 2005, in cui il prefetto di origine napoletane ha governato la città con l’ausilio del Consiglio comunale, ma soprattutto dell’allora direttore generale Gianfranco Scoglio, con una produzione “monstre” di quasi duemila provvedimenti adottati.

Gaspare Sinatra, subentrato dopo la decadenza di Francantonio Genovese nel 2007 per via di un incredibile ricorso elettorale che all’epoca invalidò le elezioni di dicembre 2005, facendo decadere anche il Consiglio comunale: la diatriba riguardava un ricorso vinto davanti al Consiglio di giustizia amministrativa del candidato a sindaco Antonio Di Trapani e della lista del Nuovo Psi di Gianni De Michelis, esclusi dalla competizione elettorale, portato avanti da un gruppo di napoletani (candidati in una lista al Consiglio comunale) che avevano zero interesse nelle vicende messinesi. Sinatra, funzionario regionale, governò da solo, coi poteri del consiglio e della giunta (e persino di quelli dei consigli di circoscrizione, decaduti anch’essi), da fine ottobre 2007 a fine giugno 2008.

Anche la seconda sindacatura di Buzzanca, iniziata nel 2008, è terminata anzitempo: stavolta per sua volontà. L’allora primo cittadino rassegnò le sue dimissioni il 31 agosto, in tempo per poter partecipare alle consultazioni regionali, qualche mese dopo, dalle urne delle quali uscì comunque sconfitto. A prendere il suo posto fu l’ex procuratore capo Luigi Croce, da settembre 2012 a giugno 2013, in uno dei periodi più nefasti della storia messinese: il commissario prima annunciò (in una tetra conferenza stampa) che il comune di Messina aveva oltre mezzo miliardo di debiti, e che avrebbe dovuto, per legge, dichiarare il default. Successivamente considerò che una decisione tanto vincolante per il futuro avrebbe dovuto prenderla un sindaco, e aprì alle “consultazioni” con gli allora candidati. L’unica ad essere favorevole al default fu Maria Cristina Saija del Movimento 5 stelle. Accorinti, che qualche mese dopo, a fine giugno 2013, vincerà le elezioni (e terminerà il suo mandato senza commissariamenti) e arriverà all’incontro indeciso, ma propenso per il dissesto, lasciando la stanza del commissario convinto invece della possibilità di aderire al piano di riequilibrio.

L’abbandono di Cateno De Luca è arrivato dopo due tentativi a vuoto, in cui aveva rassegnato o annunciato le dimissioni per poi retrocedere dalla sua intenzione: dimissionario a febbraio 2022 per poter gestire le candidatura sua personale a presidente della regione e del suo movimento Sud chiama nord a regionali e politiche, tenute contemporaneamente a dfine settembre, ha fatto arrivare a palazzo Zanca Leonardo Santoro, ex ingegnere capo del genio civile, e con l’ex sindaco sono state subito scintille. Insediato il 25 febbraio, già l’8 marzo con De Luca sono partiti gli scazzi importanti: secondo il commissario, che aveva intenzione di riformulare il piano pluriennale di rientro dai debiti già rimodulato dall’ex sindaco prima delle dimissioni, “Messina rischiava”. Ma a De Luca non era andata giù: “mi deve spiegare quali sono i punti critici”, ribatteva, prima di accusarlo di “mascariare” il suo lavoro, grande classico della narrativa deluchiana. Mossa, quella di Santoro, che in realtà ha favorito anche De Luca e soprattutto il sindaco che sarebbe stato eletto da lì a tre mesi, Basile: la “riformulazione” del piano di riequilibrio, ha consentito di guadagnare 150 giorni di tempo dalla “volontà di rimodulare” il piano, che poi è stato ripresentato, e approvato dagli organi competenti, proprio da Basile.

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