L’hanno sfornata, finalmente, quell’ordinanza. E lì ove non vi erano ancora riusciti i comitati del sonno eterno – quelli del degrado, del diritto a dormire, degli incivili in strada – c’è riuscito il Covid. Lo sapevamo già tutti, del resto, che le epidemie sono il sogno di ogni dittatore. E, oggi sappiamo, anche di ogni conservatore, piccolo o grande-borghese, dalla casa di lusso in centro.

 

Il Covid, dunque, ha realizzato quel sogno agognato da anni e accompagnato dalla creazione di demoni popolari come gli ubriachi e i rissaioli, dal susseguente ritiro dalle patenti e dalla militarizzazione della notte. 

 

L’ha fatto il Covid quell’ordinanza infame, ma il desiderio veniva da molto più lontano. Lontano nel tempo e nello spazio. È, infatti, il sogno del decoro, dei tavolini all’esterno occupati da raffinati avventori e dello spazio urbano lindo. La città, insomma, a misura di possidente di appartamento storico di lusso nel centro. O di aspirante tale.

 

È così che quei metri quadri di città diventano il terreno di una guerra di classe neanche tanto piccola e figurata. Una lotta di classe che gli abitanti di quegli stessi palazzi signorili interessati al sonno, oltre che alla rendita immobiliare, conducono contro una massa di soggetti disoccupati, precari e spesso ben poco corrispondenti al profilo di ricco gagà taorminese degli anni sessanta che lor signori hanno in mente. 

 

Il borghese immobiliarista si scontra con il giovane disoccupato, il precario per nulla garantito, il ragazzo dei quartieri disagiati, l’adolescente in calore che no, voglia di sedersi educatamente su quei tavolini non ne ha. Il signorotto assiste così all’appropriazione dello spazio urbano di questa popolazione dal taglio di capelli peculiare e dai modi non proprio forbiti, che al dehor che fa così tanto Parigi preferisce una più economica bottiglia di birra da consumare all’angolo della strada, accalcandosi insieme ai suoi pari e vivendo la notte in modo più adeguato alle propria tasche.

 

Il borghese, però, non ci sta. Si costituisce in comitato, approfitta di ogni quisquilia – una rissa, un ragazzino svenuto per ubriachezza – per invocare il pugno duro, la polizia, l’esercito, i pompieri. Ed è subito accontentato… Operazioni strade sicure, presidi permanenti delle forze dell’ordine, patenti sequestrate, processi. La chiamano sicurezza, ma assomiglia maggiormente a una guerra contro i giovani. Anche i giornali lo dicono, in fondo: “tot patenti sequestrati, tot denunce per violazione del codice della strada, è questo il bottino dell’operazione condotta dalle forze dell’ordine ieri sera”. 

 

In questo quadro che è vecchio tanto quanto quell’economia della notte divenuta fenomeno di massa a partire dagli anni novanta del secolo scorso, il merito e l’innovazione del Covid sta nel mettere in luce che dopo i giovani – quelli che occorre “salvare” dai propri eccessi – il nemico pubblico è costituito dagli esercenti. Ossia dagli imprenditori della notte.

 

Come nella guerra alla droga, in cui le politiche di contrasto fanno spesso fatica a distinguere tra spacciatori e consumatori, la guerra alla notte individua il continuum giovane-esercente. L’assunto infatti è che la domanda, ossia il giovane agitatore delle notti dei cittadini per bene, non potrebbe esistere senza l’offerta, ovvero senza il gestore di locali che ne coltiva lo stordimento. Ed ecco che la guerra ai giovani diventa la guerra a chi fornisce l’infrastruttura e le scorte necessarie a turbare la notte.

 

La guerra di classe – ma anche di ceto  – finisce così con l’essere più che una semplice metafora o immagine. Se la guerra di classe, infatti, ha gli interessi materiali al proprio centro, questa “guerra ai giovani” vede cadere le proprie virgolette per farsi realtà.

 

In questa cornice gli imprenditori della notte farebbero bene ad abbracciare la politica. Ma a farlo in termini molto diversi, e meno bottegai, di quanto non facciano di solito. Qui, infatti, a essere in ballo non è semplicemente il suolo pubblico da occupare o qualche tassa dovuta al Comune. A essere in gioco è una visione precisa di cosa debba essere la città. Di quale popolazione – consumatore o esercente che sia – debba accedere allo spazio pubblico. 

 

Storicamente il padrone della casa di lusso e l’esercente della notte sono stati dalla stessa parte. Entrambi hanno immaginato e perseguito uno spazio a misura di consumo e di impresa. Ciò che da un lato avrebbe innalzato il valore degli immobili e, dall’altro, accresciuto la qualità della platea dei consumatori. Ma tutto questo è chiaramente un’illusione all’interno di spazi urbani  caratterizzati dalla diversità sociale e, dunque, non omogenei come potrebbero essere invece le piazze di Taormina, Portofino o Montecarlo degli anni migliori. Ed è a partire dalla scoperta di questa impossibilità di ricondurre la diversità urbana a unità che nasce quel conflitto che oggi colloca giovani ed imprenditori della notte dalla stessa parte.

 

Gli imprenditori della notte devono capire, dunque, che a essere in ballo è la natura stessa del loro mercato e della loro ragione di investimento. Il volto reazionario della città – quello che si manifesta nella lotta alle diversità, ai senza casa, ai barboni e ai non-consumatori e di cui gli esercenti stessi sono stati una componente – ha scisso il campo e li ha collocati tra i nemici pubblici, con la complicità e compiacenza di amministrazioni e comitati per l’ordine pubblico. 

 

In questo quadro, l’invito a riscoprire la politica significa esigere il diritto proprio e della propria utenza alla città. Significa dire che se gli abitanti del centro storico hanno il diritto al sonno, gli altri hanno il diritto alla città e alla vita. Il sonno dei pensionati e dei garantiti – di chi vuole una città sonnolenta – vale tanto quanto il diritto dei disoccupati e precari di stare fuori e prendere una birra d’asporto. Oppure di consumarla fragorosamente tra quei famosi dehor. 

 

Riscoprire la politica significa dire che la città è lo spazio della diversità e che se la casa in centro è invivibile, che gli abitanti facciano le valigie e traslochino.

 

La situazione è seria e la guerra, come abbiamo detto, è stata dichiarata. E sopravvivrà solo chi saprà organizzarsi.    

 

 Post scriptum. Il Covid, che è una cosa serissima, non si combatte impedendo alle persone di stare in strada. Secondo le evidenze, il rischio di trasmissione in strada è ridottissimo. L’idea di distanziamento che ufficialmente sta dietro l’ordinanza non ha ragioni scientifiche evidenti. Inoltre se si preclude lo spazio pubblico, nulla impedisce di spostarsi nelle case oppure nei mille spazi invisibili che la cultura giovanile da sempre produce (specie nei regimi urbani repressivi), senza aumentare la sicurezza sanitaria.  La guerra ai giovani inizia negli anni novanta e quella dei nostri giorni è solo un paragrafo di quella storia. Il Covid, dunque, è solo un appiglio retorico.     

 

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