MESSINA. L’ultima beffa è stata il sequestro di tre aree da parte della Guardia costiera: aree abbandonate in una terra di nessuno, ridotte a discariche in balia di chiunque abbia qualcosa di cui disfarsi, e solcate da cani randagi. Uno scenario post bellico, dove le macerie di alternano agli inerti abbandonati, i copertoni deturpano la spiaggia e carcasse di frigoriferi e divani spuntano tra le erbacce che crescono indisturbate da anni. Da ieri, a delimitarle ci sono centinaia di metri di nastro bianco e rosso.

Sullo sfondo, il mare. Quel mare che dovrebbe essere il waterfront della città, a quattrocento metri dal viale San Martino: una spiaggia lunga km e km, oggi pressoché inaccessibile, e servita da una strada male in arnese in cui gli insediamenti produttivi sono depositi fatiscenti, officine che hanno visto tempi migliori, saracinesche chiuse e immobili semi diroccati.

Questo oggi è Maregrosso. Il degrado.

Eppure, non sono i progetti che mancano. Meno di un mese fa è stato firmato, dopo trent’anni, il contratto per la nuova via Don Blasco. Sette anni fa è stato raso al suolo il campo Rom. Ci sono il Piau, il piano strategico Messina 2020, i Prusst, il progetto “Porti e stazioni”, il masterplan. Fino ad oggi niente è riuscito a scalfire il cuore nero della città.

E forse non è un caso che per arrivare a Maregrosso, via Don Blasco, ferita che non si rimargina sul volto della città, si debba percorrere un tunnel. In fondo al quale non si riesce ancora a vedere la luce.

 

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