L’Università al tempo del Coronavirus: l’esperienza di una studentessa di Ingegneria

Riceviamo e pubblichiamo la lettera anonima di una giovane che racconta le sue impressioni riguardo le video lezioni e cose le manca di più delle aule fisiche, dividendo i professori in due categorie: "quelli che ci provano, e in qualche modo riescono, e quelli che falliscono"

 

MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo una lettera anonima inviata da “Link Messina Studenti Indipendenti” e scritta da una studentessa dell’Università di Messina iscritta alla facoltà di Ingegneria. La giovane racconta la sua esperienza sulle video lezioni, le sue impressioni e ciò che le manca di più, dividendo i professori della sua facoltà, dove la maggior parte delle lezioni sono caratterizzate da formule scientifiche difficilmente spiegabili a voce, in due categorie: “Nella prima rientrano i possessori di tavolette grafiche, penne touch, webcam di ultima generazione. Sono quelli a cui piace testare tutte le funzionalità, che hanno saputo registrare e condividere lo schermo dal primo istante. Nella seconda rientrano quelli meno propensi alla tecnologia, hanno appreso le funzionalità di base e si accontentano di quelle. Mi accontenterei anche io se non fosse per un piccolo particolare: non si possono dimostrare teoremi e formule con il mouse o, peggio ancora, a voce”.

Di seguito la lettera integrale:

 

Contagiati o meno, il Covid influenza le vite di tutti noi, comprese quelle degli studenti e delle
studentesse dell’Università degli Studi di Messina, di cui io faccio parte. Sono qui per raccontare com’è la vita di uno studente medio alle prese con video lezioni, classi virtuali ed esami, tutto comodamente da casa.

Per me “università” significa aule affollate, gesso sulla lavagna, corse per non perdere la navetta, lezioni interminabili, scambi di opinioni, braccia alzate, risate e pianti. É tutto questo e molto altro. Eppure adesso, dopo circa un mese e mezzo di lezioni online, rimane solo un vago ricordo.

La prima lezione al mattino comincia alle 9. Entro in classe con un click, mentre finisco la colazione, il buongiorno ai colleghi rigorosamente su whatsapp e intanto attivo il microfono per un saluto veloce al professore, che inizialmente è solo un’immaginetta sfocata in un riquadro dello schermo. A quel punto cerco di raccogliere tutta la concentrazione necessaria, mentre la voce dall’altro lato parla parla, cambia slide, prova a scrivere (invano) con il mouse e cerca di autoconvincersi di non star parlando con un muro. Spesso mi ritrovo a sperare che quella voce non si blocchi, perché quando succede significa che la connessione è saltata o che devo riavviare qualcosa, mentre perdo il filo della spiegazione e inveisco contro il modem. Eppure quel modem o quel computer posso solo essere grata di averli. Penso a quelli che non sono così fortunati e inevitabilmente mi chiedo “ma come fanno?”.

Penserete che è impossibile: chi non ha un pc dovrà pur possedere almeno un telefono, no? Ecco, non funziona esattamente così: sfido chiunque a seguire ogni giorno delle lezioni su un dispositivo minuscolo come può essere un cellulare, che sia anche abbastanza potente da non surriscaldarsi troppo. Ed anche ammesso che il cellulare sia un buon compromesso come la mettiamo con la connessione internet? Non tutti ne hanno una, io per prima mi sono ritrovata in una situazione del genere e non la auguro a nessuno. Io ho tempestivamente risolto, ma immagino che per altri non sia stato possibile lo stesso. Non mi sembra che si sia parlato molto di questo problema, quindi spero che chi di competenza agisca al più presto per garantire a tutti il sacrosanto diritto allo studio.

Comunque sia da quando sono cominciate le lezioni online ho imparato diverse cose, prima fra tutte ho capito che i professori si dividono in due grandi categorie: quelli che ci provano, e in qualche modo riescono, e quelli che falliscono. Nella prima categoria rientrano i possessori di tavolette grafiche, penne touch, webcam di ultima generazione. Sono quelli a cui piace testare tutte le funzionalità, che hanno saputo
registrare e condividere lo schermo dal primo istante. Nella seconda categoria rientrano quelli meno propensi alla tecnologia, hanno appreso le funzionalità di base e si accontentano di quelle. Mi accontenterei anche io se non fosse per un piccolo particolare: non si possono dimostrare teoremi e formule con il mouse o, peggio ancora, a voce.

Io frequento una facoltà scientifica, dove le lezioni si svolgono per un buon 90 percento alla lavagna. I professori fanno il possibile, nel mio caso utilizzano prevalentemente le slide, ma non bastano. Ed è per questo che, secondo me, sarebbe fondamentale dotare i professori che lo richiedono tavolette grafiche o di qualsivoglia strumento necessario a rendere una lezione in video il più vicino possibile a quella fisica. La difficoltà è grande non solo dal punto di vista logistico, ma anche da quello umano: dovessero chiedere cosa mi manca di più direi il rapporto con i colleghi. Lo schermo di un telefono o un messaggio scritto non potranno mai sostituire uno scambio di sguardi, un sorriso oppure un confronto di opinioni dal vivo. Dove sono finiti i pomeriggi in biblioteca, l’ansia collettiva prima di un esame, le pause al bar? Sembra di vivere in una sessione infinita e, a proposito di esami, la situazione non può che essere drammatica.

Nel mio dipartimento è quasi sempre prevista una valutazione scritta e una orale e spesso il lavoro in sessione di esami è alleggerito grazie agli esoneri che si svolgono durante l’anno. La situazione è sempre stata abbastanza chiara, poche sorprese: tutta l’ansia è concentrata in un solo periodo; se studi passi, e se non succede, ti rimetti in carreggiata. Adesso, invece, un giorno si e l’altro no, qualcuno cambia le carte in tavola: “si alle prove scritte”; “no, non si fanno più”; “in realtà si fanno, ma a discrezione dei docenti”. Questo è quello che ci sentiamo dire sempre più spesso, e i professori, vittime e carnefici in mezzo a tutta questa confusione, con una bella dose di fantasia cercano di trarre il meglio da questa situazione.

Ed è così che nascono esami scritti di pochi minuti, test erogati su server mai sentiti, correzioni di gruppo in piattaforma. All’ansia dell’esame si aggiunge quella di inviare il compito svolto nel tempo prestabilito, in quella che sembra una corsa all’ultimo sangue, pena esclusione dalla prova. Per non pensare poi all’orale. Le preoccupazione principale è legata alla connessione: e se dovesse saltare, bloccarsi o altro? Oppure se il professore dovesse pensare che sto leggendo o copiando? Improvvisamente devo preoccuparmi anche di dover dimostrare la mia innocenza.

Insomma, dopo un mese e mezzo di lezioni mi sono resa conto che le difficoltà sono tante. Tuttavia vorrei spezzare una lancia nei confronti dei professori che, in un modo o nell’altro, ce la stanno mettendo tutta. Immagino che anche per loro parlare da soli di fronte ad uno schermo non sia il massimo; inoltre non hanno neanche la possibilità di leggere le nostre impressioni e ricevere un feedback immediato.

In aggiunta vorrei ringraziare i tecnici e l’università in generale che hanno provveduto ad organizzarsi il prima possibile, e che sono sempre disponibili per la risoluzione delle problematiche varie ed eventuali. La didattica online ha i suoi alti e bassi in fondo: penso agli studenti fuori sede che riescono ad evitare ore di viaggio e costi annessi; noi tutti, in generale, evitiamo lo stress degli spostamenti (e inquiniamo meno il pianeta).

In futuro potremo sicuramente dire di essere vissuti in un periodo particolare che non dimenticheremo tanto presto e che adesso ci permette di guardare al passato con nostalgia, ma al futuro con speranza. Con la consapevolezza che si può sempre migliorare e che siamo ancora lontani da una didattica equa per tutti, mi auguro che questo possa essere un momento ci crescita sul piano personale e sociale. Ci hanno chiesto di uscire dalla nostra comfort zone, ma di rimanere in casa, di adattarci a una nuova realtà in cui la parola d’ordine è coesione virtuale e noi faremo proprio questo, ci adatteremo, sopravvivremo e diventeremo ancora più forti!

Una studentessa del Dipartimento di Ingegneria

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