piazza cairoli deserta

Coronavirus e sentimento sociale: cosa resterà di Messina dopo l’emergenza

Uno sguardo alla città "spenta" da emergenza e decreti, e tuttavia priva del suo abito peggiore, "quello della frenesia, del tutto ora e subito, della confusione babelica che assomma in sé locali uffici file chilometriche ai semafori". Dal blog di Giuseppe Ruggeri

 

Il recupero di Messina passa anche attraverso la capacità che avremo di fronteggiare, nel modo più intelligente possibile, il clima di restrizioni che ci viene imposto dal nuovo D.P.C.M. mirato al contenimento dell’infezione da Covid-19. Non perdendo di vista il fatto che, se è vero che nel testo sono presenti limitazioni e prescrizioni in abitudini e comportamenti, certo non ve ne sono – né d’altronde potrebbero essercene – nella proposizione di iniziative in grado di mantenere vivo lo spirito relazionale della nostra comunità.

Ben vengano quindi i “flash-mob”, i cori all’aperto, le luci accese a illuminare l’Italia dal satellite, ben vengano le appassionate testimonianze di chi quotidianamente affronta un lavoro che è anche una sfida, di chi adempie in silenzio il proprio dovere in ospedali, centri di raccolta, associazioni di volontariato. Ho sentito e ho letto di giovani che si offrono di recapitare a domicilio degli anziani la spesa, di servizi voluttuari che inviano pizze da asporto gratuitamente a pazienti in ospedale, di momenti d’intensa preghiera in collegamento skype. Tutte iniziative che rafforzano il sentimento sociale della popolazione, messo a dura prova dall’attuale regime di coercizione posto in essere da un’emergenza sanitaria qual è quella dell’attuale epidemia.

Ma ho anche avuto modo di visitare, prima delle ulteriori strette, la città nelle ore mattutine e specialmente serali, apprezzandone la bellezza nascosta, quella che si rivela quando vie strade e piazze non soffocano sotto il peso del suo caotico e smodato traffico autoveicolare, quando i magnifici panorami d’acque e colline non sono velati dalla patina dello smog che, nelle stagioni più calde, esala in vampe acherontee dall’asfalto. In quei momenti, Messina mi si è rivelata priva del suo abito peggiore, quello della frenesia, del tutto ora e subito, della confusione babelica che assomma in sé locali uffici file chilometriche ai semafori, un coacervo di nulla che cela la vista del tutto.

Un tutto che è esploso da pochi giorni come un dono inaspettato, un punto di vista diverso, una nuova maniera di vederci e di vedere, per capire che se siamo – e siamo così – lo dobbiamo anche e soprattutto al fatto che non ci eravamo resi conto, almeno finora, di essere custodi, e pertanto responsabili, di una bellezza sconvolgente. Una bellezza venuta fuori dalle macerie di una comunità ci si augura per sempre sepolta, e che ci fa guardare alle cose sotto una prospettiva di rinascita.

Qualcuno ha detto e scritto che ci manca il rumore di fondo della città, la sua vita e, perché no, anche la sua “movida” – e sarà pure vero ma, se ci pensate un momento, c’è un’altra vita e un’altra “movida” nell’affacciarsi dai nostri balconi, alla sera, e cantare a squarciagola la nostra gioia di essere e soprattutto di essere insieme. Anche così, senza toccarsi, abbracciarsi, baciarsi, ma ugualmente sentendosi parti vive di una comunità che, nel presunto “isolamento” cui è stata sottoposta, riscopre la sua vocazione verso gli altri. La sua vera vocazione, voglio dire, che è quella di sentire gli altri vicini a sé e in modo aperto, disinteressato, non più governato da interessi di bottega, da opportunismi di sorta.

Messina, zona rossa come tante, riscopre nell’era del corona-virus la propria bellezza. Una bellezza di luoghi, di prospettive, d’incanti conformi alla terra di storie e di miti che è sempre stata, ma soprattutto una bellezza di sentimenti, che la superficialità delle apparenze aveva costretto a una cattività forzata che ci faceva esser altri da quelli che in realtà siamo sempre stati: un popolo d’accoglienza.

Ricordiamocelo sempre quando, in fila indiana davanti ai supermercati e ai negozi di generi alimentari e alle edicole e ai tabacchini, ci manteniamo a debita distanza l’uno dall’altro, per cautelarci da un possibile contagio. Grazie a questo momento, che prima o poi passerà, abbiamo avuto modo di ritrovare un mondo – il nostro mondo – che non dovrà più passare, pena la nostra definitiva radiazione dall’albo delle comunità civili. Un mondo che è bellezza, condivisione, consapevolezza d’essere parte d’un tutto in cui, come ci ricorda l’apologo di Menenio Agrippa, ciascuna cellula collabora con l’altra in direzione d’un medesimo disegno.

Dalle ceneri del Covid-19 – questo dunque l’augurio che faccio a tutti noi – rinasca, una volta per tutte, la Messina nella quale i cittadini di buon senso hanno sempre sperato.

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