Messina sopravvissuta, quella finestra del dormitorio di Montevergine

Testimonianza del gusto tardo gotico in città e quasi del tutto dimenticato, l'elemento architettonico si trova su una delle terrazze del complesso religioso fondato da Santa Eustochia. Che custodisce altre sorprese, quasi del tutto inedite

MESSINA. Non è facile da individuare, tanto che anche le più recenti guide cittadine non ne fanno menzione, eppure, su una terrazza del complesso architettonico che un tempo fu esclusivamente il Monastero di Montevergine, stretto tra via XXIV Maggio e via Rocca Guelfonia, fa bella mostra di sé una grande finestra in stile gotico. Fu realizzata, probabilmente, in seguito alla trasformazione di un insieme di edifici in un’unica struttura conventuale destinata ad ospitare Eustochia Calafato (la fondatrice, morta nel 1485 e santa nel 1998, che ottenne dal Papa il permesso di dar vita a una piccola congrega di primitiva osservanza della Regola di Santa Chiara) e le sue consorelle dopo l’abbandono della loro prima sede, alloggiata nell’ex Ospedale di Santa Maria Accomandata.

Franco Chillemi, nel suo “Profilo dell’architettura a Messina” (2017), data la finestra al 1502 senza particolari riferimenti (complici, probabilmente, proprio i lavori relativi dalla nascita di Montevergine, tra la fine del XV e gli inizi del XVI), scrivendone così: “Il finestrone del Monastero di Montevergine adotta ancora, alle soglie del nuovo secolo, un linguaggio misto che conserva qualche elemento attardato: l’arco inflesso è infatti associato a un arco ogivale di aspetto trecentesco ed entrambi sono sostenuti da fasci di colonnine strombate”. Già in precedenza, lo studioso aveva parlato dell’elemento architettonico in “Antonello a Messina”, volume curato da Giovanni Molonia ed edito da Di Nicolò Edizioni nel 2012, analizzandolo e pubblicandone le immagini insieme ad altre foto di sopravvivenze del monastero di epoca medievale. In precedenza, la finestra è menzionata in “Messina prima e dopo il disastro” del 1914.

 

Monastero di Montevergine, finestra del dormitorio

 

La finestra, di grandi dimensioni, era una di quelle del dormitorio ed è visibile solo se ci si trova a debita distanza dall’edificio e senza palazzi che ne impediscano la visuale. Per raggiungerla, si può accedere da via Rocca Guelfonia, dove alcuni locali del Monastero (da tempo di pertinenza delle suore che reggono l’Istituto Sant’Anna) ospitano un ente di formazione professionale. La sorpresa, però, non è soltanto vedere il manufatto da vicino, ma anche poter gettare un occhio su altri ambienti di Montevergine, difficilmente visitabili , scoprendo, ad esempio, come buona parte delle finestre interne siano originali (almeno così appaiono a distanza). Anch’esse, come quella del dormitorio, giocano sull’accoppiata tra pietra calcarea e pietra lavica.

Il complesso di Montevergine, ricostruito dopo il terremoto ricomponendo le parti lapidee sopravvissute è, allo stesso tempo, uno tra i pochi luoghi identitari di Messina rimasti ancora in piedi, uno dei più illustri ma anche uno dei meno conosciuti, complice, probabilmente, il suo essere sede (in una sola porzione, ormai), delle clarisse di Santa Eustochia.

Riguardo alla datazione della finestra e degli altri materiali lapidei, si deve tener conto che Santa Eustochia “unitamente alla sua comunità di dodici suore, dovette trasferirsi, tra il maggio e l’agosto del 1464, in una casa offertale da Bartolomeo Ansalone, nella località ove sorge l’attuale Monastero, e che, con l’acquisto di altre abitazioni adiacenti, formerà con queste un unico complesso, denominato Monte delle Vergini, e più propriamente, in onore della Madonna, Monte della Vergine” (dal sito ufficiale delle clarisse); quindi, non è verosimilmente possibile stabilire con precisione quanto sia stato realizzato ex novo per il nascente Monastero e quanto, delle abitazioni di epoca precedente, compresa la prima chiesa di San Nicolò dei Gentiluomini, sia stato inglobato e riutilizzato.

La chiesa, che prende il nome dalla messinese canonizzata da Giovanni Paolo II, può considerarsi a tutti gli effetti un edificio preterremoto. Al suo interno, offre una delle più belle testimonianze dell’abilità delle maestranze messinesi nella lavorazione del marmo, oltre che uno splendido dipinto di Giovan Battista Quagliata e un piccolo percorso museale che porta al corpo incorrotto di Eustochia Calafato.

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