De Luca e gli altri (IV parte). Affidarsi: la politica come fenomeno religioso

Nuova puntata dell'analisi sociologica sul primo cittadino, fra relazioni confessionali, ritmiche liturgiche e una comunicazione politica che replica Radio Maria. E del perchè " De Luca non si critica poiché sarebbe il primo politico nell’arco di decenni che prova a fare qualcosa per la città”.

 

Nella precedente puntata si è sostenuto che De Luca appartiene a quei fenomeni di ordine religioso che intrecciano la politica. A De Luca, infatti, ci si affida. Ossia, nei termini del dizionario Treccani, a lui ci si può “dare in custodia”, “consegnare alle sue capacità” e, persino, “rimettersi alla sua protezione”.

Chi ha qualche familiarità con la pagina Facebook del sindaco potrà facilmente vedere come tutti questi significati siano pertinenti e ritornino spesso, letteralmente o quasi, tanto a partire dalle rappresentazioni che il Sindaco fornisce di sé (“De Luca il Sindaco lo sa fare”) quanto dalla ricezione popolare espressa dai commenti ai post (“sei l’unico che può fare qualcosa per questa città”).

A giudicare da tali commenti – facilmente rinvenibili sulla pagina Facebook “De Luca sindaco di Messina”, a cui rimando per un confronto – i sostenitori del sindaco danno costantemente l’impressione pubblica di confidare ciecamente nelle sue capacità di amministratore e, inoltre, a lui richiedono costantemente interventi volti ad alleviare le proprie problematiche particolari. Costituiscono cioè non un pubblico di osservatori di temi politici, ma una fan-dom, ossia una tifoseria. E anche una massa di soggetti che, spesso, questuano l’attenzione dell’autorità (“Sindaco, manca la luce nella tal via”, “Ci sono gli alberi da tagliare nella tal salita. Se legge, può fare qualcosa?”).

Sono le stesse manifestazioni scritte di questo “affidarsi” che suonano religiose (oltre che politiche, naturalmente: una politica della “questua” fondata sull’illusione o il simulacro di una relazione diretta col potere). Al punto che non è azzardato paragonare la pagina Facebook del sindaco a quella di Radio Maria. Se nel caso di quest’ultima sono gli amen a prevalere (spesso profferiti talmente a sproposito da costringere gli amministratori della pagina religiosa a chiedere ai lettori di smetterla con questa pratica), in quella di De Luca saranno i “sei grande” o variazioni limitate di tale espressione a farlo.

Nel caso messinese, dunque, assistiamo all’adozione collettiva di un atteggiamento che – come si è detto nella precedente puntata – sembra consistere nell’accantonamento della razionalità e, per l’appunto, nel prevalere di quel sentimento di consegna/affidamento che è proprio delle relazioni confessionali. Oltre che in quell’impellenza a dire che è tipica della ritmica liturgica, nella quale a ogni periodo pronunciato dal prete segue un’approvazione (l’amen, per l’appunto. O la sua variazione secolare “sei grande”).

De Luca, da parte propria, coltiva questo sentimento. La sua fittissima agenda è, sostanzialmente, una dichiarazione di onnipresenza, che si affianca all’“onniscenza” (quella di carattere amministrativo. Si veda a riguardo la terza puntata). E poco importa, naturalmente, che di fatto la sua presenza agli eventi pubblici sia semplicemente annunciata e non si traduca necessariamente in una presenza reale. Ciò che conta è la diffusione dell’idea che il sindaco sia presente e si manifesti ovunque accada qualcosa di significativo per sezioni della collettività. Poco importi che si tratti di un evento artistico o l’inaugurazione di una rosticceria. Anzi proprio il fatto che la sua presenza sia estremamente richiesta in cornici non-istituzionali come l’inaugurazione di rosticcerie o di autosaloni è ciò che rende il sindaco quanto più simile a un sacerdote, chiamato a benedire il varo di barche, le case, gli animali o le nuove imprese (e naturalmente accantoniamo temporaneamente l’osservazione che questa regolare presenza alle inaugurazioni marca anche la trasformazione del potere locale in agenzia di promozione pubblicitaria. Una importante innovazione su cui bisognerà ritornare).

Inoltre De Luca, come la divinità, è presente il giorno così come la notte. Conduce i “blitz” a ogni ora, scortato platealmente da fidati vigili urbani simili ad angeli cherubini posti a guardia dell’ordine e del trono (ma, forse, simili anche ad apostoli. Uno in particolare, a cui sono spesso dedicate affezionate parole, lo fa pensare. Si tratterebbe di un apostolo prediletto. Al quale, come nella storia di Gesù, si affianca un altro discepolo, un “solerte impiegato comunale”. Ma sullo sfondo, ovviamente, c’è anche il teatro popolare con i tipici giochi tra protagonista e “spalla”), e pronuncia severe condanne rivolte contro i nullafacenti della pubblica amministrazione, gli incivili, il popolo della notte, le meretrici e i loro clienti libertini. De Luca, insomma, assume un posizionamento simbolico che è tipico dei soggetti di autorità nelle teocrazie. Incarna, cioè, i poteri politici, esecutivi, giudiziari e – ciò che lo rende per l’appunto “teocratico”, anziché semplicemente autoritario – anche quello morale.

Un’unificazione, a ben pensarci, che appare inoltre come la riproposizione insieme simbolica e secolare di un’altra tripartizione ben radicata nell’immaginario popolare: quella, cioè, che fa capo al mistero della trinità. Infatti, così come abbiamo detto nella seconda puntata, De Luca il “dia-bolico”, ossia colui che divide, separa sì il “basso” sociale, ma riunisce l’“alto” costituito dai poteri diffusi nella società locale.

Un autore francese ormai classico, Michel Foucault, ha speso pagine memorabili sul potere “pastorale” e la contaminazione tra tecniche religiose e civili atte a condurre il “gregge” (ossia le società oppure le comunità). Pagine che De Luca rende particolarmente vive quando, subito dopo avere appreso della propria liberazione dagli arresti domiciliari per una accusa di evasione fiscale, si affaccia dalla sua abitazione di Fiumedinisi, sotto la quale sosta una folla di sostenitori in adorazione, e guida la recita collettiva di un “padre nostro”. È in quell’atto straordinario e nella dinamica politica e culturale che sottintende che è racchiusa l’essenza più intima dell’Ajatollah De Luca.

Dal lato del “popolo” questo affidarsi implica un’importante serie di rimozioni e selezioni. La prima rimozione, come si diceva, è quella inerente la critica. De Luca infatti “non si critica” poiché sarebbe il primo politico nell’arco di decenni “che prova a fare qualcosa per la città” (un parere diffuso a giudicare dai commenti on line). Dunque, come nel caso dei miracoli dei santi oppure di Maria, non conta tanto che l’evento straordinario si compia davvero quanto che questo possa avvenire. È la fede, dunque, a contare. E a contare malgrado i fatti.

Se le aree periferiche continuano per esempio a essere inondate di spazzatura, per la fede popolare questa non è colpa del servizio pubblico, ma degli incivili. Come nel caso di Dio, che non può ritenersi responsabile delle calamità, delle disgrazie individuali o delle epidemie, il sentire popolare deresponsabilizza l’alto (il “divino”, ossia De Luca) per individuare invece untori e colpevoli del tutto terreni, posti in basso se non rasoterra. È, cioè, il trionfo della depoliticizzazione.

Tra tutte le rimozioni, però, la più interessante è quella che concerne le colpe passate – presunte o reali – del “pastore”. Anche questa, peraltro, una rimozione del tutto compatibile con le modalità di conduzione e affidamento proprie del cattolicesimo popolare, essenzialmente sintetizzate dalla massima “fai quel che ti dico, ma non ciò che faccio”. Quel che si rimuove, in particolare, è il fatto che il massimo moralizzatore della città ha collezionato uno straordinario numero di processi, oltre che di assoluzioni e prescrizioni.

In questo quadro il tipo di rimozione essenzialmente cattolico a cui faccio riferimento non attiene alle colpe potenziali o ai processi subiti in sé e per sé, ma alla credibilità di colui che propone alla propria ecclesia – in questo caso i messinesi – un mondo manicheo, privo di sfumature, fatto di buoni e cattivi, di civili e incivili. Lì ove è evidente però che il furore moralizzatore di colui che parla e condanna si associa a una biografia pubblica che non è esattamente immune da cadute o ambiguità – com’è del resto pressoché impossibile che sia per un politico così come per ogni altro essere umano su questa terra – e che dovrebbe dunque tenere in debito conto la complessità delle esistenze che è chiamato a governare.

A cosa risponde, dunque, questo bisogno sociale di rimozione?

(continua)

Qui le altre puntate: uno, due, tre

 

Lascia un commento

avatar
400