Chi l’ha detto che a Messina non si possa ogni tanto gioire per qualcosa?

Attraverso la rassegna Cento Sicilie, uno sguardo agli "eroi" di questa terra, Perchè i miti possono soccorrerci a cogliere di Messina gli aspetti ignorati, le dimensioni nascoste. E quel progetto procedimento per ottenere dell’Unesco il riconoscimento dello Stretto di Messina quale Patrimonio intangibile dell’Umanità. Che non ha avuto seguito

 

Giunta alla nona edizione, ha preso recentemente avvio la Rassegna Cento Sicilie (titolo mutuato da un memorabile libro di Gesualdo Bufalino) curata da quell’infaticabile animatrice culturale che è Milena Romeo e quest’anno dedicata agli eroi, intendendo sotto tale ambigua categoria figure le più diverse che abbiano a vario titolo caratterizzato la storia plurimillenaria della Sicilia. Si va dunque da Scilla e Cariddi alle donne impegnate nel giornalismo, da Sant’Annibale Maria di Francia a Don Pino Puglisi, da Sciascia Consolo Bufalino ad Antonello da Messina, fino a un editore come Vanni Scheiwiller che tanto spazio ha accordato alla Sicilia e agli autori siciliani nelle sue collane.

Nel primo degli incontri è stato offerto a me di presentare, confortato dalla splendida voce recitante di Gianni Di Giacomo, le due pubblicazioni di Sergio Palumbo e Nadia Terranova dedicate ai miti dello Stretto. Due pubblicazioni che puntano lo sguardo, da prospettive diverse, sulle mitologie che si sono venute elaborando in quel particolare angolo di mondo che è lo Stretto di Messina. Prospettive diverse in quanto al genere letterario, l’uno (Colapesce e altre leggende normanne di Sicilia) saggistico e rivolto a un pubblico adulto, l’altro (Omero è stato qui) favolistico-poetico e indirizzato a lettori giovani, ma accomunate da un approccio che mi pare unitario.

Perché unitario è presto detto. La Messina consegnataci dalla modernità si presenta come città piatta e banale, una sorta di non-luogo non più in grado di conferire o esprimere identità e senso di appartenenza, né a quanti la vivono né a coloro che l’attraversano. I nostri due autori ci suggeriscono invece che i miti possono soccorrerci a cogliere di Messina gli aspetti ignorati, le dimensioni nascoste. Queste dimensioni sono le varie e articolate scritture che nel tempo gli uomini hanno impresso sul territorio peloritano: le fabulazioni, i miti, le leggende, in una parola come il Genius Loci abbia influenzato le facoltà immaginifiche degli uomini.

Questo patrimonio immateriale contribuisce, forse più delle emergenze fisiche, a declinare una storia, un’identità, una memoria collettiva. Il territorio reale infatti non è mai quello che appare ai nostri occhi; esso è il prodotto di una stratificazione, di un palinsesto di “scritture” che hanno registrato, spesso occultandoli a sguardi distratti, i segni impressi da tutte le culture che in esso si sono avvicendate. In questo ampio e articolato mosaico le tessere relative alle determinazioni immateriali del territorio (i miti, le leggende, le fabulazioni, i sogni….) spesso sopravanzano quelle relative agli elementi meramente materiali come i monumenti e le opere visibili. I nostri due autori affrontano da par loro tale affascinante tematica, la cui natura immaginifica è confermata dalla scelta di accompagnare ai testi alcune suggestive immagini (Enzo Migneco-Togo per Palumbo e Vanna Vinci per Terranova).

La quarantennale attività pubblicistica di Sergio Palumbo testimonia di un lungo percorso scientifico che ha avuto come esito finale il Progetto Orion-Museo Multimediale dello Stretto. I suoi interessi precipui sono le mitologie e le interferenze letterarie che hanno su di esse prodotto, nel corso del tempo, scritture di varia natura e ispirazione, da Solino a Stefano D’Arrigo. I quattro nuclei leggendari da lui trattati (Colapesce, Fata Morgana, Artù nell’Etna, la città di Risa) ci mostrano come gli antichi – ben prima di Einstein – siano stati consapevoli della forte dimensione simbolica del tempo e dello spazio, e della loro inestricabile reciproca “attrazione”. Il saggio è arricchito dal notevolissimo apparato bibliografico e dalla ricerca accurata delle fonti.

Dalla mutazione antropologico-esistenziale di Colapesce alle sue numerose incarnazioni europeo-mediterranee, Nicolaus Piscis, PesceCola etc., d’importazione bizantina o normanna, retaggio o cascame folklorico di antichissimi culti poseidonici, da Gervasio da Tilbury, Salimbene Adam, Tommaso Fazello, Giulio Filoteo degli Omodei, Francesco Maurolico, Athanasius Kircher ai più vicini a noi Giuseppe Pitrè, Arturo Graf e Anita Seppilli, il Poisson Nicole declina la propria identità quale nume tutelare o demiurgo trickster dei mari e delle comunità alieutiche che in essi si affaccianoI due volumi ci dimostrano nel loro complesso come al di là della consapevolezza che possano averne avuto i loro creatori i miti finiscano sempre per dialogare tra loro, essendo operante al loro interno un incessante processo migratorio.

Così è per la Fata Morgana, essere mitico (Morgana-Melusina) e al contempo fenomeno catadriottico, così è per Artù nell’Etna, un vulcano visto come via d’accesso all’altro mondo, alla stregua dello Stromboli di San Willibald, così è per la città sommersa di Risa, sulla quale favoleggiano ancor oggi i nostri cocciolari …

È comune ad entrambi gli autori la percezione che gli stretti siano, oltre che topos letterario, anche luoghi speciali che si sono spesso prestati ad essere fucine di fabulazioni. Nella mitologia classica, ad esempio, Frisso e Hellè, i due figli di Atamante e Néfele, per sfuggire alle persecuzioni della matrigna montano sul vello d’oro e si dirigono in Colchide (Caucaso). Hellè però, nel passare sopra i Dardanelli, precipita nel mare che da lei prende il nome di Hellesponto. Gli stretti dunque sono stati percepiti dalla sapienza poetica degli antichi come luoghi ambivalenti e rischiosi, come ci ha definitivamente dimostrato la splendida opera di Anita Seppillo Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti (Ebbene si, sacrilegio! Chi ha orecchi per intendere intenda).

L’origine di queste credenze è forse da ricondurre – come bene ci suggerisce Geza Roheim – agli svariati quanto universali archetipi psichici relativi al trauma della nascita, a ben vedere il primo dei “passaggi pericolosi” e degli “attraversamenti dello stretto” che il genere umano sperimenta e che esso ha perciò in qualche modo sedimentato, una generazione dopo l’altra, nel proprio patrimonio genetico. Nadia Terranova ci offre una straordinaria riscrittura di vicende al contempo storiche e mitologiche (giusta la definizione di Mircea Eliade del mito come “storia vera” in grado di dare consistenza alla storia evénémentielle in quanto fondante e garante la dimensione del divenire).

I suoi romanzi hanno sempre lo Stretto come orizzonte simbolico. Qui vengono offerte, rivolte a lettori giovani ma sollecitanti emozioni e suggestioni in grado di catturare anche gli adulti, le storie di Scilla e Glauco, di Cariddi, Ercole e i buoi di Gerione, di Mata e Grifone, della Fata Morgana e di Artù suo fratello. E poi Dina e Clarenza, Cola Pesce, i fantasmi del terremoto di Messina che tornano a chiedere memoria, la ninfa Peloria e i laghi, il nocchiero Peloro e Annibale, il gigante Peloro e il gigante Tifeo, Orione, le sirene di Ulisse …..

Nadia ci propone insomma una salutare immersione nelle vicende di figure che hanno potentemente concorso a delineare il nostro Genius Loci. Forse per suggerirci che questo nostro angolo di mondo contiene ancora in sé risorse tali da poterci dischiudere, dico a noi cittadini, la capacità di elaborare strategie di riscatto, utopie in grado di divenire concreta storia civile, consapevolezza di abitare un luogo che è, di fatto, l’ombelico del Mediterraneo, con tutto quanto ciò comporti.

L’orizzonte dei due volumi è dunque il mare come luogo. Luogo di coesistenze e di stratificazioni semantiche, come tale luogo per sua natura polisemico e proteiforme. Mare placenta, brodo di coltura, involucro che dà e fa crescere la vita. Coltre che avvolge ma che a volte rischia di soffocare. Elemento morbido e “cullante” ma al contempo infido e cangiante. Mare superficie e abisso, che fa galleggiare e sprofonda. Mare luogo di continui viaggi, partenze, ritorni, transiti, attracchi, avventure, naufragi, smarrimenti; topos delle nostalgie e dei desiderî, delle utopie e delle solitudini. Mare come esito e metafora del mistero insondabile della natura, come luogo di epifanie, in cui il sacro – a volte – si manifesta; come teatro dell’inconscio, palcoscenico di multiformi metamorfosi. Mare che unisce e divide popoli e culture. Mezzo e fine, contesto e materia prima.

Sergio e Nadia ci suggeriscono in definitiva che spesso i luoghi conservano più memorie di quanto non siano in grado di fare le comunità che li vivono…..

Alcuni anni or sono, durante la mia breve esperienza di assessore alla cultura e alle identità del Comune di Messina mi ero fatto promotore dell’avvio di un procedimento volto ad ottenere da parte dell’Unesco il riconoscimento dello Stretto di Messina quale Patrimonio intangibile dell’Umanità. Un procedimento che per motivi ancora a me sconosciuti non ha avuto seguito dopo che ho dovuto lasciare l’incarico assessoriale per sopraggiunti motivi di incompatibilità, essendo nel frattempo stato nominato direttore della Biblioteca Regionale Universitaria di Messina.

Bene, sarebbe il caso che il nostro attuale sindaco, che ognora dà segno di voler lasciare una traccia della propria presenza di amministratore a Messina, ritenesse utile riprendere (senza la mia presenza, of course) quell’iniziativa, il cui esito positivo varrebbe a risollevare la città dall’inerzia in cui versa assai più delle sagre rionali e dei mirabolanti progetti che ci sono stati finora offerti.

 

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