Il sonno della ragione genera mostri. Genera, altresì, coglioni, idioti, mezzecalzette, psicopatici e tarati di vario genere. Solo ricorrendo all’ipotesi di una morte della ragione si può comprendere quale enorme quantità di disturbati mentali affolli le nostre giornate storiche, i nostri territori, il nostro verde.

Nel 1920, tre anni dopo la rivoluzione d’ottobre e due prima di quella fascista, Sigmund Freud pubblicò una monografia, Al di là del principio del piacere, destinata a divenire uno dei capisaldi della ricerca psicanalitica. Perché mi interessa, qui e ora, quest’opera? Perché in essa Freud, allontanandosi da quella che fino ad allora era stata la sua proposta ermeneutica, ipotizzava che accanto al principio del piacere (eros) nell’uomo fossero altrettanto fortemente, e forse ancor più fortemente, radicati un principio di morte (thanatos), una pulsione distruttiva, una “coazione a ripetere” che induceva gli esseri umani a rivivere ossessivamente episodi sgradevoli del proprio passato. 

Se ci riflettiamo, parrebbe proprio che a tale istinto di morte siano da ricondurre gran parte degli atteggiamenti che costellano la nostra esistenza quotidiana. Alcuni esempi? Gli atteggiamenti di un manipolo di esagitati che, sventolando striscioni razzisti e xenofobi  sugli spalti di uno stadio, credono di comportarsi da sportivi; gli atteggiamenti di chi (parlo per Messina) nelle calde notti d’estate affronta le strade cittadine a centoventi all’ora per dimostrare a se stesso di esistere in qualche modo; gli atteggiamenti di chi sevizia i figli o i genitori e quelli di chi lancia le pietre dai cavalcavia: gli atteggiamenti insomma di tutti coloro i quali non si sentono, nel proprio intimo, genere umano, ma avvertono l’esigenza di limitare, ridurre e svilire la propria appartenenza pensandosi bianchi, ricchi, ariani, padani, etc., invece che “soltanto” uomini, vagheggiando cioè un’identità sempre ostinatamente percepita come condizione da far valere contro qualcuno.

Questa società ha condotto dunque alle estreme conseguenze un “cupio dissolvi“, un desiderio autodistruttivo che affonda le proprie radici nel cuore degli uomini e che forse dobbiamo ascrivere ad Adamo ed Eva.

Certamente tale istinto di morte si è sviluppato a dismisura ed è stato portato a livelli sublimi di efficienza in particolar modo nella guerra. Al di là delle motivazioni palesi, quasi sempre ridicole, dei conflitti (mantenere la pace, esportare la democrazia, difendere il proprio posto al sole etc.) e al di là delle stesse cause sottaciute di essi (il potere il potere il potere il denaro il denaro il denaro), pare che sia proprio lei, nostra sorella morte, a dettare tutte le regole. E quando morte chiama, diventa difficile, quasi impossibile sottrarsi all’invito… a meno che non si faccia valere un opposto “istinto di vita”, che è poi quello che ha consentito di porre riparo ai pasticci della coppia sopra menzionata.

Ma le guerre, almeno fino ad oggi, non sono dappertutto nel pianeta. E a chi si trova a vivere in luoghi dove non si spara quotidianamente e però avverte fortissimo l’istinto di morte, cos’altro rimane da fare se non inventarsi forme di distruzione, per così dire, domestica? Se la storia mi ha insegnato che Nerone traeva grande diletto dal suonare la cetra deliziandosi delle fiamme appiccate a Roma, a me (che non suono la cetra ma un accendino posso sempre rimediarlo) non spetta almeno un surrogato? C’è tanto verde in giro, tante sterpaglie che non chiedono altro che di ardere…… Da qui gli incendi che rischiarano le nostre notti, che devastano boschi ultracentenari che un tempo rendevano mitica la nostra isola (lucus a non lucendo…..), che distruggono case, fabbriche, esercizi commerciali, che a volte uccidono persone in carne e ossa come me che scrivo e voi che mi state leggendo.

Questa torma di subumani è probabilmente composta da poveracci che per un trauma risalente all’infanzia (o addirittura sviluppato quando ancora poltrivano nella placenta di mammà) o per intima vergogna della propria condizione di impotenza esistenziale (direbbe de Martino “l’incapacità di poter essere in una qualunque storia possibile”), decidono che la colpa dei loro malesseri è degli altri, e che quindi questi altri – in pratica l’universo creato – vanno puniti, naturalmente attraverso i sistemi biechi e vigliacchi che sono a loro proprî. Sistemi, non dimentichiamolo, umani. L’animale uomo è l’unico capace di stuprare il proprio habitat, e per questo è certamente il più stupido degli esseri viventi.

È dubbio che questi figuri si rendano conto fino in fondo del danno che arrecano a se stessi, ai loro familiari, alla propria comunità. Forse l’accensione repentina di un arbusto, destinata a propalarsi in breve fino a distruggere ettari di verde, provoca loro un piccolo orgasmo, un piacere fisico che per un attimo fa loro scordare le miserie di un’esistenza fallita.

Sono certo che Papa Francesco direbbe che anche per essi esistono prospettive di conversione e riscatto. Per quanto mi riguarda, sospendo ogni giudizio in merito. Mi piacerebbe però che tale riscatto avvenisse nel corso di una discreta (diciamo una quindicina di anni) permanenza nelle patrie galere.

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IDA RUGGERI
IDA RUGGERI
11 Luglio 2017 11:58

Io butterei la chiave della patria galera! mi domando com’è che non ne prendono mai di questi “subumani”? Nemmeno coloro che hanno distrutto Nebrodi e Madonie a giugno dello scorso anno! senza punizioni immediate ed esemplari come può esserci giustizia e civiltà?