Brechtiana, ovvero quando una Capitana incontra un capitone

Dal blog di Sergio Todesco: «L’enormità di uno scandalo che da ora in poi peserà come un’onta nel cuore di un Paese come l’Italia e di un Governo mai come in questo momento tacciabile d’ignominia. Coloro che verranno ce ne chiederanno certamente conto»

 

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati” (B. Brecht).

Proprio così. Carola Rackete, questa Antigone dei nostri tempi, ha scelto per sé la parte del torto, andando incontro all’arresto e al rischio di una pesante condanna. Lo ha fatto proprio come la sua lontana sorella di Tebe. Allo stesso modo che quella si ribellò al decreto dello zio Creonte procedendo contro legge alla pietosa sepoltura del fratello, costei ha disatteso il famigerato decreto sicurezza bis di Matteo Salvini conducendo in porto la sua stremata compagnia di disperati, uomini donne e bambini, al fine di garantir loro soccorso e (si spera) accoglienza.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,

la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!

(B. Brecht, A coloro che verranno, 1939)

Proprio così. A molti di noi è passata la voglia di ridere, ritrovandoci tutti nello spazio di un mattino in un mondo più brutto e più cattivo. E rischiamo così, alloppiati anche noi per questa spietata carenza di pane, di scordarci il valore delle rose, le sole a conferire profumo all’esistenza.

E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile

(B. Brecht, L’eccezione e la regola, 1930)

Proprio così. In questo generale indurimento dei cuori, nel progressivo guadagnar terreno di una logica barbara che toglie lume alla nostra ragione, non perdiamo mai di vista che tutto ciò non è naturale (se non per il fatto che l’uomo è qui sollecitato ad imbestiarsi, a superare addirittura gli animali nell’egemonia degli istinti peggiori, rinnegando la stessa sua propria umanità). E se non è naturale, è destinato a mutare, riconducendo i più alle opere e ai giorni della pietà e della fratellanza.

Quante parole spese in questo periodo per esaminare, dibattere, tentar di dare un senso alla tragedia della Sea Watch.

Forse troppe, o troppo poche, insufficienti a rendere appieno l’enormità di uno scandalo che da ora in poi peserà come un’onta nel cuore di un Paese come l’Italia, di un Governo mai come in questo momento tacciabile d’ignominia.

Una sola, in realtà, è la verità. Un fior di donna coraggiosa e responsabile (disposta cioè a dar sempre responsa alle domande che la Storia le rivolge) si è confrontata con un ometto vigliacco e rancoroso, cui l’incapacità politica impedisce di affrontare seriamente qualunque sfida, qualunque problema, spingendolo dunque a costruire a beneficio proprio e degli stolidi che lo seguono una realtà preconfezionata, falsa, illusoria, mistificante.

Nonostante le apparenze è lei la vera vincitrice.

Tutto ciò – ahimé – tra l’indifferenza, il compiacimento, l’osceno sbadiglio, il feroce soprassalto di una larga parte di cittadini, ignoranti della storia, delle turpitudini antiche che stanno all’origine di quelle moderne.

Eppure, de nobis fabula narratur!

Coloro che verranno ce ne chiederanno certamente conto.

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