Messina, quei 2,7 miliardi di euro spesi senza alcuna ricaduta per la città

I tre progetti più costosi finanziati con fondi nazionali e comunitari negli ultimi due settennati appaiono destinati al comune, ma sono molto... lontani. Uno di quelli più ambiziosi, invece, è stato ultimato e pagato per intero. Ma non esiste

 

MESSINA. Un miliardo e 900 milioni di euro tra il 2007 ed il 2013, due miliardi e 300 milioni (parziali) nel settennio di programmazione ancora in corso 2014/2020. In provincia di Messina gli euro da fondi nazionali e comunitari, negli ultimi dodici anni, sono arrivati con la pala. Un fiume di miliardi, quattro e duecento milioni, che non sono riusciti però ad incidere nel tessuto produttivo della provincia.

E a Messina? In dodici anni, dallo Stretto sono transitati 2,7 miliardi di euro: ironia della sorte, nessuno dei tre progetti più costosi ha dirette ricadute sulla città di Messina: più del doppio dell’intero importo (quasi un miliardo e mezzo) va a finanziare il raddoppio della ferrovia Messina-Palermo, ma nel tratto “Fiumetorto-Ogliastrillo”, stazioni che ricadono nel territorio di Cefalù, nel palermitano. Nella tratta sono attualmente in atto sia interventi di completamento delle fasi funzionali precedenti sia nuovi interventi di potenziamento, e il progetto è in finanziamento e realizzazione sin dal 2007.

Anche il secondo dei progetti più costosi è un’opera infrastrutturale ferroviaria, e anch’essa è piuttosto lontana da Messina: si tratta del raddoppio della linea tra la stazione di Bicocca e Catenanuova, a Catania per un’estensione pari a 38,3 km, di cui circa 21 km in affiancamento al binario esistente e circa 17 km in variante. Il costo dell’opera è di 135 milioni di euro, 101 dei quali messi a disposizione dall’Unione europea.

Terzo progetto più costoso sono gli oltre 115 milioni per “acquisizione di mezzi mobili per operazione di ricerca e soccorso in mare di migranti”, finanziata per tre quarti dall’Unione europea (85 milioni di euro) e per un quarto dal fondo di rotazione a cofinanziamento nazionale.

Tra i progetti completati, e interamente pagati (oltre 38 milioni di euro), c’è anche il centro di eccellenza oncologico di Papardo, i cui lavori risultano essere iniziati nel 2006, ultimati nel 2012 e pagati fino all’ultimo centesimo. Senonchè, del centro oncologico di eccellenza, al Papardo non c’è traccia: materialmente, non esiste. La storia, piuttosto bizzarra, l’hanno ricostruita gli studenti di due quarte classi dell’istituto tecnico commerciale Jaci nel 2017, nell’ambito del progetto di monitoraggio civico del Ministero dell’Istruzione “A scuola di Opencoesione”.

I fondi sono stati prima spesi per l’adeguamento strutturale di reparti già esistenti e per la costruzione di nuovi locali, e per l’acquisto di macchinari e attrezzature mediche (in gran parte mai usati). Successivamente, dopo la cancellazione del polo oncologico dal piano sanitario regionale, i fondi rimanenti sono stati dirottati verso il recupero di alcuni padiglioni di un altro ospedale, il Piemonte, che all’epoca faceva parte della stessa azienda ospedaliera del Papardo.

 

 

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