Se l’architettura diventa bosco: un’insensata restituzione ecologica 

Alberi nei balconi, fitti rampicanti sui prospetti, piante da giungla sugli sbalzi e prati sui terrazzi: i controsensi estetici ed etici della nuova moda del "bosco verticale". Che ricorda da vicino gli animali della savana fatti vivere nelle gabbie di uno zoo metropolitano. Dal blog di Carmelo Celona

 

Un medico può seppellire i suoi errori, ma un architetto può soltanto consigliare ai suoi clienti di piantare una vite americana”. Così si esprimeva Frank Lloyd Wright, uno dei più grandi architetti di tutti i tempi, sull’assenza di contenuti nell’architettura.

La risoluzione della complessità del progetto architettonico pare che oggi sia demandata alla vegetazione applicata all’architettura stessa. Da tempo si assiste ad un diffuso fenomeno che caratterizza le grandi espansioni urbane delle metropoli globalizzate, dove in quelle Babilonie del Capitalismo si scorgono edifici alessici che si spacciano per architettura innovativa sol perché, impropriamente, contengono fitte e lussureggianti vegetazione in vaso: alberi nei balconi, fitti rampicanti sui prospetti, piante da giungla sugli sbalzi e prati sui terrazzi.

Suggestioni per menti semplici ma nessuna idea che si plasticizzi e prende la forma di una nuova architettura che abbia un senso. Sono manufatti che spiazzano ogni tentativo di comprensione, ogni ricerca di senso. Non si intuisce alcun canone, non vi è un codice né una logica che risponda ad una funzione concreta o ad una nuova idea creativa. Solo la patetica velleità di un finto finalismo ecologico. Palazzi che riferiscono un significante che rimanda ad un triste tentativo di riparare l’equilibrio naturale che la loro realizzazione ha compromesso. Colate di cemento che hanno violano la natura o sradicato boschi e che ora, goffamente, restituiscono quanto hanno sottratto sotto forma di una fasulla nuova idea di bosco che chiamano eufemisticamente: “bosco verticale”. Un improbabile boscaglia ostentata enfaticamente sul quel cemento con il quale hanno seppellito le spoglie del bosco vero. Non vi è molta distinzione tra l’albero sul balcone e gli animali della savana fatti vivere nelle gabbie di uno zoo metropolitano. Una vanità che non è affatto uno stile architettonico ma risponde solo ad una moda di cattivo gusto, inventata da speculatori travisati da ecologisti. Non si capisce cosa siano questi “boschi verticali”: manufatti che penosamente tentano di riparare la causata perdita di equilibri naturali?  L’espressione inconscia del senso di colpa di un progettista ambientalista in stato di necessità economica? Un oltraggio, una burla operata per celia dall’immobiliarismo neoliberista che si fa beffa della sensibilità degli ambientalisti? Una soluzione scaltra quale contentino per alcuni settori dell’ambientalismo militante compromesso con il capitale?

Sarebbe il momento di aprire un serio dibattito su queste “architetture” che oltre a non avere alcun senso sono di dubbia qualità e di altrettanto dubbia funzione. Stanno pienamente nella categoria della speculazione edilizia mascherata, in modo posticcio, da ecologismo. L’architettura deve rispettare la natura, non camuffarsi di essa per mimetizzare la sua afasia. Un organismo architettonico è una modellazione dello spazio che rispetta il contesto in cui si inserisce ed è volto a generare perfetti equilibri tra architettura e natura favorendo un autentico rapporto armonico, e non fasullo, tra uomo e ambiente.  In queste opere l’uomo non dialoga con la natura, non si confronta, non si inserisce rispettoso e al tempo stesso creativo, come è riuscito a fare il succitato Wright (padre dell’architettura organica) che con la sua “Casa sulla Cascata” realizzata in Pennsylvanianel 1939, ha concepito il paradigma di come un prodotto antropico deve entrare in perfetta armonia con la natura. La moda del “bosco verticale” sta diffondendosi, apprezzata e quasi senza critica, imponendosi come cifra architettonica innovativa. Invece si tratta solo di un esperimento che, oggi, può sembrare suggestivo e avanzato solo agli impreparati, ma presto mostrerà tutti i suoi limiti in termini di efficienza e di deperimento incipiente delle strutture e di tutti i sistemi funzionali e formali dell’organismo edilizio.

Se troppa acqua permane a lungo all’interno delle architetture presto si trasforma in patologia. È dunque compito essenziale degli architetti progettare sistemi rapidi e regimentati per espellere ogni goccia d’acqua che inciderà sulla superficie della costruzione. L’acqua, bene prezioso, che sin dall’antichità si raccoglie e conserva anche attraverso l’architettura (vedi: le tipologie delle case a Dammuso), è salubre solo se viene a contatto brevemente con gli elementi architettonici e presto evapora o viene smaltita o accumulata altrove. Il prezioso liquido deve convergere subito verso l’esterno dell’involucro e mai stazionare al suo interno ne ruscellare alle pareti o ristagnare nelle strutture orizzontali. Questa è conditio sine qua non anche per le architetture di senso, anche per le più innovative. Lo ha imparato bene Le Corbusier, quando, disattendendo questi principi nella realizzazione della Villa Savoye, ha evitato una grave condanna, grazie allo scoppio della seconda guerra mondiale che ha costretto la famiglia Savoye ad abbandonare la famosa dimora e la vertenza che aveva intrapreso contro l’architetto elvetico accusandolo di gravi danni causati alla salute di un figlio, il quale durante la permanenza nella villa, a causa degli elevati livelli igrometrici negli ambienti, fu colpito da un’infezione polmonare che si trasformò poi in polmonite che lo costrinse ad un anno di sanatorio lasciandolo consunto. Le invasioni d’acqua si registrarono da subito, tanto che poco tempo dopo la conclusione dei lavori Madame Savoye così scriveva al grande architetto: “Piove nell’atrio, piove nella rampa e il muro del garage è zuppo. E come se non bastasse, piove nel mio bagno che si allaga, poiché l’acqua entra dal lucernario. Dopo innumerevoli richieste da parte mia lei ha ammesso che la casa è inabitabile. E’ in gioco la sua responsabilità e non devo essere io a pagarne le spese. La prego di renderla abitabile immediatamente: spero in tutta sincerità di non dover ricorrere ad un’azione legale”.

Questi suggestivi edifici che trasformano l’architettura in fioriera o in serra, quasi sempre, sono tristi manufatti amorfi o anonimi grattacieli camuffati con qualche ciuffo d’erba nel fraudolento tentativo di conferirgli quell’espressività che non hanno. Essi sono fortemente discutibili anche sotto il profilo etico: spesso per realizzarli vengono distrutti boschi o terreni naturali, si alterano irreversibilmente equilibri ecologici, si prosciugano corsi d’acqua, si inquina l’aria, si costruisce inutile cemento e poi si restituisce una fittizia naturalità, con la pretesa di chiamarla la nuova frontiera dell’architettura, ben sapendo che questa frontiera tra qualche anno presenterà il suo conto in termini di costi non sostenibili, degrado architettonico e sofferenza strutturale. L’architettura è l’architettura e la natura è la natura. L’architettura è un’opera dell’uomo che deve contestualizzarsi, deve rispettare l’integrità ecologica dei luoghi in cui si insedia, ma al tempo stesso deve restare architettura: un significante che abbia un senso formale e una funzione sempre più efficiente al servizio del benessere dell’uomo. L’architettura è un manufatto antropico che ha senso solo se soddisfa a pieno due fattori fondamentali: la forma e la funzione. La seconda è finalizzata a migliore le condizioni di vita dell’uomo. La prima il significante di un’idea innovativa, di un processo culturale di senso compiuto. Il paradigma del “Bosco Verticale”, viceversa, rappresenta un processo di negazione dell’architettura generando un’ulteriore sottrazione culturale nell’epoca in cui tutto si misura con il denaro e dove senso e non senso si confondono con l’irreversibilità di un processo entropico.

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