Gettonopoli, al via l’appello per i 17 consiglieri comunali

Inizia il processo di secondo grado per l'inchiesta sulle commissioni "lampo", in cui si firmava e si usciva dopo tre minuti. Tutta la vicenda, come ci si è arrivati, quali comportamenti sono stati considerati di rilevanza penale e quali no (uno di questi in maniera piuttosto particolare)

 

MESSINA. Scatta stamattina il processo d’appello per i diciassette consiglieri comunali della scorsa sindacatura condannati in primo grado per il processo “Gettonopoli“, l’inchiesta che, nelle motivazioni della sentenza, veniva definita “un’affannosa corsa contro il tempo al fine di accumulare quante più presenze possibili, mediante la semplice apposizione di firma non seguita da alcuna partecipazione” in commissione, per “raggiungere un determinato budget di presenze, per arrivare a quel massimo di 39 gettoni di presenza pagati, ciascuno del valore di 56,04 euro, che avrebbero consentito a ciascun consigliere di percepire un ammontare di 2184 euro netti al mese“.

A luglio 2017 sono arrivate condanne per truffa e falso per tutti gli imputati: Giovanna Crifò, 4 anni e 10 mesi Piero Adamo e Nicola Cucinotta, 4 anni e 8 mesi, Carlo AbbateBenedetto VaccarinoSanti Daniele Zuccarello, 4 anni e 6 mesi, Paolo DavidFabrizio Sottile, 4 anni e 3 mesi, Santi Sorrenti, Andrea Consolo, Pio Amadeo, Angelo Burrascano, Antonino Carreri, Nicola Crisafi, Carmelina David, tutti 4 anni, Libero Gioveni e Nora Scuderi, 3 anni di reclusione. Per gli ultimi due la vicenda non riguardava il gettone ma un unico episodio di falso per l’apertura di una seduta senza il numero legale, per il quale però vi era stata la richiesta di assoluzione da parte del PM Francesco Massara. Poi interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni, diecimila euro di provvisionale da pagare immediatamente, per tutti e diciassette gli imputati, e Comune da risarcire in sede civile per i danni subiti, nonchè rifusione delle spese sostenute dallo stesso Comune, quantificate in 3500 euro ciascuno, oltre alle spese accessorie di legge.

Oggi inizia il secondo grado, in cui il processo messinese ha segnato almeno un record: è tra i pochi, delle varie “gettonopoli” in giro per l’Italia, ad essersi concluso con condanne e non con proscioglimenti. A Catania, poco meno di un anno fa sono stati assolti dalle accuse di falso in atto d’ufficio, truffa e peculato in 35 (più 17 segretari di commissione) dal Gup su richiesta della stesa accusa, esattamente come ad Acireale sempre a novembre 2017 ed a Crotone a settembre 2017. Ancora assoluzoni e proscioglimenti da parte del Gup per tutti gli imputati a Gravina di Puglia, mentre i processi sono ancora in corso a Siracusa, AciCatena ed Enna.

A Messina, un’altra tranche sempre riconducibile al percepimento dei gettoni di presenza, “gettonopoli bis” con 21 indagati, si è conclusa con un proscioglimento per tutti in fase di indagine preliminare su richiesta del Pm, che pur censurando pesantemente la condotta dei consiglieri comunali, non ravvisa estremi di reato, e non trova che la regola dei “tre minuti” (al di sotto dei quali gli inquirenti hanno considerato la permanenza in commissione e poi l’uscita come passibile di condotta fraudolenta, considerata valida nel primo “gettonopoli”) sia un’unità di misura “non di diritto o con fondamento logico”. “Diversificare chi sta tre minuti da chi firma e va via diventa un po’ esercizio di forma, ma privo di reali contenuti”, aggiunge il giudice Salvatore Mastroeni, che però rimarca anche come “che vi sia un numero di sedute sovrabbondante rispetto alle reali esigenze istituzionali, tuttavia, è un dato ricavabile altresì dal fatto che spesso in commissione non vi sono argomenti da discutere”.

Su cosa si è basato il primo grado di “gettonopoli”? Sulle risultanze di tre mesi d’indagine da parte della DIgos in cui, si legge nelle motivazioni della sentenza, “la totalità delle condotte accertate sia consistita nella permanenza dei consiglieri in aule ove si svolgeva la commissione per il tempo strettamente necessario ad apporre la propria firma con conseguente definitivo allontanamento dalla sala”. Quanto durava la permanenza?  In alcuni casi, definiti “davvero sconcertanti”, si parla di “un tempo stringatissimo, pari a pochissimi secondi“. Il consigliere entrava in aula, firmava e usciva dopo pochi secondi: col gettone di presenza “in tasca”. Il discrimine utilizzato dall’accusa è stato di tre minuti.

Non solo. Sono stati considerati di rilevanza penale, dagli investigatori, i casi in cui i consiglieri abbiano firmato solo in prima o in seconda convocazione, si siano trattenuti in sala durante i lavori per meno di tre minuti, siano usciti da Palazzo Zanca prima che la seduta fosse dichiarata deserta, allontanandosi prima degli ultimi tre minuti di attesa. Mentre, viceversa, non sono stati considerati penalmente rilevanti altri comportamenti in cui il consigliere risulti comunque aver partecipato alla medesima commissione in altra convocazione, si sia trattenuto in sala durante i lavori per più di tre minuti, si sia trattenuto in sala durante i lavori anche per meno di tre minuti, laddove ciò sia stato determinato dalla chiusura della seduta (caso in cui il consigliere entra in sala al termine dei lavori), sia rimasto all’interno del Palazzo Comunale o si sia trattenuto al bar (per le sedute dichiarate deserte) o sia uscito dal Palazzo Comunale nei tre minuti prima che la seduta fosse dichiarata deserta.

Molto bizzarra un’altra fattispecie non considerata di rilevanza penale: non è stato considerato “colpevole” il consigliere che abbia firmato a seduta già dichiarata chiusa, non partecipando così neanche ad un un secondo dei lavori.

 

Lascia un commento

avatar
400