La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Da un lato un classico di Lucio Battisti. Dall'altro il rap colto di Murubuto. In mezzo tre brani intramontabili del rock. Dopo la pausa elettorale torna la rubrica musicale di inizio settimana: una selezione di cinque tracce per affrontare al meglio il rientro al lavoro. E il giorno più funesto

 

Oggi è un lunedì strano, è come se fosse il 15 ottobre del 1582. Se non conoscete la storia dei 10 giorni che non sono mai esistiti, be’, il riferimento vi sarà meno chiaro, ma la nostra playlist è uscita puntuale anche la scorsa settimana — si è solo perduta nel marasma di maratone elettorali fin troppo stancanti per essere vere. Al suo interno c’erano i consueti buoni propositi e, vista la coincidente parentesi politica, poteva come non poteva esserci allegato il wikihow sulla formazione di un cappio (o di un governo, o di entrambe le cose). Parlare di nulla è fin troppo facile per dimenticarsi però quello che dobbiamo affrontare: è lunedì, e qui vi spieghiamo come uscirne vivi. Anche questa settimana.

 

Murubutu – I marinai tornano tardi

 

 

Dopo essersi resi conto che la settimana precedente non è mai esistita, bisogna tornare alla realtà, e perdonateci se ce la prendiamo comoda, ma ci stiamo godendo una delle migliori penne in Italia nell’ultimo ventennio. Rapper ma sopratutto professore di storia e filosofia, Murubutu (al secolo Alessio Mariani) tra 2015 e 2017 ha confezionato due concept album particolari, legati il primo al mare e il secondo al vento. Storie da ascoltare, specie all’inizio, con il testo davanti perché il suo timbro non è di facile approccio. Facciamo così: al primo ascolto godetevi la musicalità, poi ci tornate su quando siete svegli e la capite meglio, che all’inizio non fa niente.

 

Lucio Battisti – Anna

 

 

Restiamo in Italia e con sonorità più classiche, non a caso comuni anche nel rap, perché Anna di Lucio Battisti l’hanno campionata un paio di rapper (compreso Murubutu stesso) nei propri lavori. Però, anche se non siamo iconoclasti, qui ci dobbiamo fermare sull’originale, perché la playlist odierna sta prendendo la strada della commozione e quindi dobbiamo regalarvi un Battisti innamorato perso, innamorato e deluso dalla sua Anna. Un uomo che formalmente ha tutto, tecnicamente non gli manca niente e ce lo elenca per ribadire meglio l’assenza. Un grandissimo classico, purtroppo citato meno del dovuto quando si parla di Lucio Battisti.

 

The Animals – House of the Rising Sun

 

 

Classiconi, anni ‘60… impossibile non pensare a un brano simbolo della storia musicale. Storia indefinibile, le tradizioni popolari non consentono di risalire alla nascita vera e propria della canzone, ma sappiamo per certo che nel 1964 gli Animals mettono su quella che, ad oggi, è la versione maggiormente iconica di questa casa di tolleranza cantata, nella storia, da altri nomi più o meno famosi. Ma l’Hammond di Price in questa versione la rende da subito qualcosa di particolare, la rende familiare, quel suono che senti la mattina e non riesci ad alterarti neanche se ce l’hai come sveglia. Quindi, è adatta alla nostra playlist.

 

Muse – Feelin’ good

 

 

Una delle cover meglio riuscite di ogni tempo. Senza se e senza ma, i Muse dei primi tre dischi rappresentano uno dei picchi più alti della musica rock negli ultimi trent’anni. Piaccia o meno il percorso poi intrapreso da Bellamy e soci, questa è una cosa oggettiva, così come la grandezza di Origin of Symmetry, dai più ritenuto il loro miglior album (non per chi scrive, ma questi son dettagli). Il brano è in playlist per un tot di ragioni: si parlava più o meno di cover e questa lo è, si parlava di bella musica e qua ci siamo in pienissimo e, infine, ho iniziato Luther e al termine di un episodio è partita questa a sorpresa e mi sono esaltato. Questo era il punto egoriferito, ma se non me lo permettete voi…

 

Pearl Jam – Footsteps

 

 

Questo è l’atto conclusivo di una trilogia, la Mamasan trilogy. Per farla breve: in Alive viene raccontato uno stralcio della vera storia di Eddie Vedder, leader carismatico e personaggio quasi spirituale per i fan dei Pearl Jam, ovvero il momento in cui ha scoperto, tramite sua madre, che quello che lui credeva essere suo padre in realtà non lo era, e che quello vero se n’era ito tempo addietro. In Once la pazzia derivata da questa rivelazione lo porta, tra le altre belle cose, a uccidere un uomo, mentre in Footsteps siamo all’atto conclusivo, quando il ragazzo è nel braccio della morte. Insomma, non è certo una storia positiva, ma voi ascoltate la bellezza di questa Footsteps e pensate che i cinque bastardelli di Seattle non l’hanno mai pubblicata in un disco ufficiale ma solo come b-side di Jeremy. E riflettete su quanta bellezza rischiamo di perderci al mondo perché non abbiamo il coraggio di cercare abbastanza a fondo. Poi riposatevi: è stata una giornata stancante e in fondo, oggi, è solo un altro lunedì.

 

 

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