Messina massonica, viaggio nel cuore delle logge cittadine (foto)

Quante sono, dove sono, da chi sono frequentate le "officine" messinesi, e che rapporto ha la città con grembiuli, squadra e compasso. Le immagini del tempio di via Santa Cecilia, che il Grande Oriente d’Italia aprirà ai "profani" giovedì 1 marzo

 

MESSINA. La massoneria messinese, la maggior parte di essa, apre le porte ai “profani”. Giovedi 1 marzo, dalle 18 alle 22, il tempio “Valle del Peloro” di via Santa Cecilia, sede della sezione cittadina del Grande Oriente d’Italia e delle undici logge cittadine, aprirà i battenti ai curiosi per un vero e proprio Open day, “nell’ottica della trasparenza più assoluta, e alla ricerca di un fecondo dialogo inteso al superamento di antichi quanto ingiustificati pregiudizi“, scrivono dal Grande oriente.

Perché Messina, forse per allitterazione, è sempre stata una città in cui grembiulini, squadra e compasso hanno trovato terreno fertile: non ci sono numeri certi, ma l’approssimazione più vicina alla realtà è di cinquecento liberi muratori. Adepti soprattuto al Grande Oriente d’Italia: undici logge a Messina, due a Barcellona Pozzo di Gotto (Eugenio Barresi e Fratelli Bandiera), una ciascuna a Taormina (Andromachos Tauromenita) e Torrenova (Agatirso).

I nomi sono evocativi, e si rifanno alternativamente alla dottrina o agli uomini. Allʼinterno del Goi, la parte del leone la fanno la “Giuseppe Minolfi”, che conta poco meno di una cinquantina di membri, la “Giordano Bruno”, che ne raccoglie qualcuno in meno, “La Ragione” e la “Giacomo Tallone” che oscillano tra i 30 ed 35 “muratori”. Allʼinterno dei due tempi di via Santa Cecilia operano anche i membri della “Stretta fratellanza”, “Antonio La Maestra”, “Salvatore Mormino”, “La Libertà”. A chiudere il panorama, la “Aurora”, la più antica, e la “Arturo Reghini”. Rispetto a qualche anno fa, è scomparsa la loggia “Aniadin”, sostituita da “L’asilo della virtù“.

Il Grande Oriente d’Italia non è la sola obbedienza a Messina. Meno numerose, come numero di adepti, ci sono la “scissionista” Gran Loggia Regolare d’Italia, che di officine ne ha quattro, con meno di un centinaio di iscritti sparsi tra le “Arcadia”, “Accademia”, “Cavalieri di Minerva” e “Federico II di Svevia”. I suoi muratori si riuniscono al Palazzotto Provinciale di viale San Martino, 417: storica sede della loggia è stato palazzo Formento di viale della Libertà, per anni il più grande tempio massonico italiano della Gran Loggia Regolare. A Taormina officia i riti la Tauromenitan.

Rispetto a dieci anni fa, dall’obbedienza Gran Loggia Nazionale scompare la “Ausonia”, ma arriva una loggia femminile, “Triangolo Alnilam“, della Gran loggia massonica femminile d’Italia. Nuova entrata, la Gran Loggia tradizionale d’Italia (la cui sede nazionale è a Reggio Calabria), che a Messina presenta le due officine Pistis Sophia e Accademia.

 

 

Con un tale numero di logge e fratelli muratori, non stupisce che Messina sia sempre stata ben rappresentata nelle gerarchie massoniche d’Italia, fino a sfiorare, nel 2014, la cima: a giocarsi la carica di Gran Maestro della più numerosa delle obbedienze massoniche italiane, il Grande Oriente, c’era il notaio Silverio Magno, mentre in un altro schieramento il professore universitario Santi Fedele era stato indicato nel ruolo di Gran Maestro aggiunto (e lo è diventato, Magno invece non ce l’ha fatta). Non sono i soli: c’è Orazio Catarsini, ex preside della facoltà di Veterinaria dellʼateneo messinese, che nel 1999 non è riuscito a diventare Gran Maestro per soli quattro voti. O Pippo Wrzy, Grande Oratore (la quarta carica del Goi) a metà degli anni ’90, o ancora Francesco Celona, recente candidato al ruolo di Grande Oratore Aggiunto, e andando indietro negli anni Dino Arrigo, oggi “in sonno”, che sulla massoneria ha scritto un tomo, “Fratelli dʼItalia”. Per un’altra loggia, la Gran Loggia Regolare d’Italia, il dirigente bancario Sergio Paderni è stato Gran tesoriere, il chirurgo Sergio Perri Gran Maestro regionale di Sicilia.

Cosa c’è dentro il tempio massonico “valle del peloro” di Santa Cecilia, sede del Grande Oriente d’Italia? Al secondo piano del palazzo, lʼinsegna del Goi convive con una targhetta, più piccola, che recita “centro studi filosofici”. Ad ospitare i due templi è un appartamento, per affittare il quale i “fratelli” pagavano, dieci anni fa, circa millecinquecento euro al mese. Subito dopo lʼingresso, la prima stanza a sinistra è il gabinetto di meditazione. Buio, drappi neri alle pareti, teschio sul banco e scheletro disegnato sul tendaggio, è il luogo nel quale gli aspiranti massoni trascorrono mezzʼore in compagnia di slogan dʼavvertimento e sigle iniziatiche  ed esoteriche come “V.i.t.r.i.o.l.”. Alle pareti del corridoio troneggiano foto e nuove richieste dʼaffiliazione, perché siano sottoposte al giudizio dei “muratori”.

 

 

Il primo dei due templi è il più piccolo; il secondo tempio è grande quasi il doppio. I simboli ci sono tutti: spade, calici, le due colonne (una grezza, lʼaltra rifinita, con evidente simbologia), i sette scalini. Poi, sullʼaltarino, il compasso e la squadra sovrastano una Bibbia, il libro sacro, nonostante i rapporti pessimi che da sempre intercorrono tra chiesa e massoneria. Per ultimo, una specie di ironia della sorte. Per una loggia la cui frequentazione delle donne è vietata, anni fa il bagno è piastrellato in un vezzoso rosa shocking.

 

 

 

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