Cinque mali (in)curabili della messinesità

 

Il provincialismo e la cupola di vetro

 

 

L’impressione che si ha, vivendo la città dal suo interno, è che da qualche parte, al largo dei bastioni di Villafranca, ci sia una sorta di invisibile cupola di vetro che si estende da Rodia a Giampilieri. Una barriera inviolabile e mentale che ci isola dal mondo esterno, confinandoci nel nostra piccola bolla provinciale.

Da una parte del vetro la città, con le sue dinamiche interne, le sue logiche autoreferenziali; dall’altra la Sicilia, il continente, la realtà esterna che osserviamo scorrere nei tg. 

All’interno della bolla tutto appare amplificato. La buca nella strada, la rapina al tabacchino, la gaffe dell’assessore. Eventi che si ripetono minuto dopo minuto in ogni parte della terra, ma che nell’immaginario del messinese accadono “solo qua”. Nel bene e nel male. Ma soprattutto nel male.

Una prospettiva di un metro e mezzo di distanza dall’uscio di casa che diventa mondo, pietra miliare di ogni esperienza. Perché, su un’estensione osservabile di 13,8 miliardi di anni luce, fra triliardi di galassie, un numero incalcolabile di stelle e sistemi planetari, l’unica cosa che conta, per il messinese, è quel che accade fra Spartà e Bordonaro. 

 

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Bel pezzo.
Forse, sarebbe da aggiungere un sesto punto, che è l’abitudine al brutto: l’abusivismo, le colate di cemento, la distruzione del (pochissimo) verde, le cose fatte a metà o fatte “addamanera”.
O, probabilmente, sarebbe bastato il primo punto per racchiudere tutto.