Per motivi imponderabili, ma che hanno a che fare con la pragmaticità degli aussie, l’estate in Australia finisce con l’ultimo giorno di febbraio, e già l’1 marzo cala l’autunno. Evidentemente qualcuno ha deciso che gli australiani avevano troppe cose per la testa per potersi mettere pure a ricordare solstizi ed equinozi.

Ed effettivamente l’estate che è appena finita, di pensieri ne ha portati parecchi da questa parte di mondo. Hanno fatto notizia  i numerosi incendi che hanno devastato il Paese, con morti, feriti, case ed ecosistemi distrutti e porzioni enormi di foreste andate in fumo.

Sui giornali italiani sono rimbalzate spesso le foto dei koala in fuga dal fuoco, o tenuti in braccio da qualche volontario. Per sfortuna, purtroppo, è tutto vero.

Quello che non si sa in Italia è che i fuochi non sono divampati per bruciare intensamente, come capita purtroppo anche da noi (in Sicilia ne sappiamo qualcosa), ma sono andati avanti a volte anche per mesi e mesi, senza poter essere fermati in alcun modo. Non si sa in Italia, e spesso non si sapeva nemmeno qui, nelle grandi città: a Sydney, per esempio, ce ne siamo accorti solo tardi, quando abbiamo iniziato a svegliarci ogni mattina con i balconi ricoperti di strati di cenere e la città nascosta da un fumo a volte impenetrabile. Ce ne siamo accorti quando il fuoco ha minacciato le case intorno alla città, quando i tg hanno cominciato a mostrare le notizie, quando i politici hanno (finalmente) cominciato a parlarne –anche se poi, naturalmente, hanno finito solo per litigarci sopra. Eppure per noi restava un fastidio, qualcosa che ci impediva di mangiare in terrazza la sera e ci impregnava i vestiti e magari non ci faceva andare al mare. Di case e attività commerciali distrutte, di vite perdute, di animali sull’orlo dell’estinzione, sapevamo ma venivano sempre dopo: il problema era il fumo.

Quando poi il fumo si è fatto insistente, abbiamo reagito nell’unico modo che sappiamo: col panico, pur moderato certo – sapevamo che non saremmo andati a fuoco il giorno dopo, ma chi ci diceva che davvero non sarebbe successo più in là? Perfino i quartieri in centro, dove il sole del buon Dio manda i suoi raggi (per citare De Andrè) hanno cominciato a tremare.

Il mondo ha iniziato a mobilitarsi, pompieri e risorse sono arrivati da tutte le parti del mondo, le raccolte fondi hanno toccato vertici mai visti. Ogni tanto ricevevo la telefonata di qualche giornalista in Italia che “ne voleva sapere di più” e finiva solo per chiedermi dei koala, per stabilire che gli incendi erano solo roba delle ultime settimane dovute al caldo estivo e che la capitale dell’Australia era ignota ai più (se vi capitasse nella parole crociate, è Canberra – lo so, nessuno ci crederebbe). La sensazione che avevo, a volte, era che si stava rincorrendo lo scoop, si voleva fare un po’ di reportage straziante & lacrimoso, e perfino tutto il discorso sui cambiamenti climatici sembrava secondario.

Anche i giornali di qui non hanno brillato. Sotto i riflettori sono finiti, come sempre, i politici con le loro reazioni contestate – e che potranno mettere pace nei cuori di coloro che pensano che “all’estero queste cose non succederebbero mai” (poi certo, magari a Messina diventerebbe un alibi sufficiente per un altro decennio di totale anarchia): tra un Primo Ministro che in piena emergenza è andato in vacanza alle Hawaii con tutta la famiglia e senza dir niente a nessuno, salvo dover tornare per la morte di due pompieri, e i tentativi disperati di negare i cambiamenti climatici che hanno portato un vice-premier a dar la colpa degli incendi alle deiezioni dei cavalli (giuro, tutto vero), ce n’era per tutti i gusti. Intanto il bush bruciava e noi aspettavamo le piogge.

Quando poi sono arrivate, hanno finalmente messo i fuochi sotto controllo ma hanno anche causato l’allagamento di alcune aree nello stato del Queensland. Peccato per gli alluvionati, perché ormai la nostra attenzioni era già altrove.

Era già tempo, infatti, di Coronavirus. Montato piano nelle chat di Whatsapp, rimbalzato su link di Facebook di dubbia provenienza, e qui in Australia (ma, sospetto, non solo qui), amplificato da tutti quei pregiudizi che non sono mai finiti, nonostante la facciata equa e politically correct che proviamo a darci. L’Australia ha infatti connessioni con la Cina e con tutta l’Asia, che non si limitano alla vicinanza geografica ma sono di tipo economico, culturale, sociale. La coesistenza non è mai stata semplice, portando con sè pregiudizi e discriminazioni che gli italiani hanno conosciuto qui all’inizio del secolo e dopo le Guerre (ancora il nomignolo “wog” ce lo portiamo, scherzosamente o meno, addosso).

In questo panorama, fatto di perbenismo e pettegolezzo, il “virus dei cinesi”, come è stato chiamato, è deflagrato come una bomba culturale. Il sospetto, sempre covato da alcuni verso le popolazioni asiatiche, è sembrato crescere insieme ai bollettini medici e alle (finte) conoscenze sul caso –col dettaglio importante che qui la popolazione asiatica (o comunque di background asiatico, che quindi finisce per mettere insieme tutto e niente) è una parte importante della popolazione generale. Questo ha reso tutto ancora più irreale. Il governo australiano ha tentennato prima di chiudere le frontiere con la Cina, a riprova degli importanti legami economici, finanziari e politici, per poi cedere e sospendere i voli. Il che, in un Paese così invischiato, ha significato una perdita enorme per il commercio, per gli affari, per le università (che in alcuni casi si sono letteralmente svuotate) e così via. Per non considerare l’aspetto meno pubblicizzato di questa vicenda: le famiglie che si sono trovate improvvisamente separate da un muro di Berlino fatto di virus invisibili e paure concrete, i visti attesi da una vita e poi cancellati, i progetti in sospeso in maniera indefinita.

 

 

In questo panorama mi sono trovato a recarmi in Asia, per due viaggi già programmati da tempo, e il secondo in piena “emergenza virus” (così come ce la raccontavano i giornali). Ho trovato aeroporti pieni di gente in mascherina che si aggiravano per i gates con aria sospetta, pronti a fuggire (ma proprio correre, eh!) se qualcuno intorno tossiva o starnutiva. C’era una diffidenza totale, non solo verso gli asiatici. Gli hotel erano mezzi vuoti perché molti avevano disdetto le prenotazioni; i venditori erano ancora più famelici, determinati a coprire le perdite dovute al virus; il disinfettante veniva distributo a tonnellate, lo trovavi ovunque, dai taxi ai ristoranti, e spesso ti veniva misurata la temperatura anche solo per entrare in un centro commerciale.

Al ritorno a Sydney, la situazione non era comunque molto diversa.

No, decisamente non è stata un’estate tranquilla in Australia, nè per il resto del mondo.

Mentre un autunno in debito di pioggia timbrava il cartellino qui a Oz, il contagio e la paura avevano fatto il giro del mondo per finire nella mia Italia. Ogni giorno ci svegliamo con notizie di nuovi infetti, di vittime, di paesini e poi regioni intere messe in isolamento. Di partite sospese, di università e scuole chiuse. In chat, messaggi spaventati di amici e famigliari. Là fuori, un tempo che ti parla ancora di estate, e non di quelle buone.

La brutta stagione sembra dover continuare per un po’, in attesa di nuove e diverse piogge che possano lavar via quel che sta accadendo. Intanto la gente si scanna per comprare le mascherine e il disinfettante; in Australia da giorni si sta facendo la corsa ai supermercati per accaparrarsi tutta la carta igienica possibile, per motivi a noi ancora oscuri e che forse servono come legge del contrappasso per non aver mai introdotto il bidet (fantastica invenzione che mai rimpiangeremo abbastanza) nel Paese dei canguri. Proprio di ieri la notizia di una rissa avvenuta in un supermercato di Sydney (peraltro sotto casa mia), proprio per la carta igienica, e che da solo vale come un trattato di sociologia e di psicologia in tempi di panico.

 

Intanto fake news speranzose e catastrofiche (soprattutto catastrofiche) si inseguono su tv e social media.

Mi vengono allora da pensare un paio di cose.

La prima: che, nonostante la nostra modernità e il nostro cinismo da social, restiamo ancora creature di sangue e nervi, pronti a reagire ad emozioni forti. Il che è un bene, naturalmente, perché nel momento in cui ci distacchiamo troppo da ciò che sentiamo, diventiamo come “cinghiali laureati in matematica” (oggi mi sa che ho esagerato con De Andrè); quando però sono le emozioni a gestire il modo in cui vediamo il modo, interpretiamo le notizie e cerchiamo strategie, allora possono diventare “tossiche”, spingerci all’impulsività quando invece farebbe bene pensarci meglio (e no, in questo caso non vale il detto “Più lunga è la pensata, più grossa è la minchiata”), farci prendere scorciatoie della mente, portandoci alla soluzione più facile – ma non necessariamente la migliore, per nessuno.

La seconda, correlata alla prima, è che dobbiamo capire di chi ci possiamo fidare. Non parlo di simpatie o antipatie, ma del nostro rapporto generale con l’informazione, che in tempi di Breaking News e fibre ottiche e dirette Facebook, si è fatto allo stesso tempo più globale e molto più superficiale. Non mettiamo in discussione nemmeno più quel che leggiamo, perché in fondo non lo leggiamo: diamo un’occhiata al titolo, e da lì decidiamo se conferma o meno quello che già pensiamo. Non contestiamo mai il nostro pensiero, non approfondiamo mai niente che possa darci nuove informazioni (a prescindere dal nostro modo di pensarla): ci fidiamo a scatola chiusa perché siamo pigri e senza il coraggio di saperlo ammettere. Il contestato video dell’infermiere del Policlinico di Messina è stato subito preso per vero da tantissime persone (lo so perchè l’ho ricevuto pure io in chat) perché obbediva ad una semplice regole: alimentava le nostre emozioni di cui parlavo sopra –in questo caso, la nostra paura.

Forse, allora, il modo migliore per gestire questa paura è provare a capire meglio quel che sta succedendo, magari scegliere meglio le nostre fonti di informazioni, tagliando fuori tutti quegli pseudo-giornalisti che fanno servizi al tg in mascherina urlando come se fossero sotto le bombe a Kabul, e approfondendo su quel che succede e cosa comporta davvero questo virus.

Credo che la cattiva notizia sia che siamo umani. Credo che questa sia anche la buona notizia. Pur in questa estate lunga e complicata, abbiamo avuto chi remava contro ma anche chi ha deciso, coraggiosamente e con umiltà, di fare il proprio per aiutare la barca ad andare avanti. Penso ai pompieri volontari che si sono sacrificati per mesi per gli incendi in Australia, penso ai medici e agli infermieri in tutta Italia che stanno facendo, al momento, uno dei peggiori lavori possibili, e lo fanno comunque. Penso alla gente in quarantena, che si attiene a tutte le disposizioni e aspetta che la cattiva stagione passi.

Siamo umani, ma a volte ce ne dimentichiamo finché il fumo di un incendio o la paura di un contagio non ci bussano alla porta, ricordandoci chi siamo.

Siamo umani, e questa frase la possiamo usare per giustificare qualunque minchiata, ma anche per ribadire il fatto che ne abbiamo superate tante, e supereremo anche questa.

In attesa, come sempre, di un altro giro di pioggia.

Marco Zangari

Pagina Facebook: Marco Zangari

www.marcozangari.it

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