di Giuliana Sanò e Pietro Saitta per Rete 34+

 

Con l’insorgere dell’epidemia anche i temi della scuola e dell’istruzione sono tornati a far discutere e, più esattamente, a dividere l’opinione pubblica tra quanti si dicono favorevoli alla chiusura delle attività scolastiche e quanti, invece, di chiusura non ne vogliono sentir parlare. Inoltre, come accade con altre questioni, anche in questa circostanza sembrerebbe decisamente arduo sottrarsi al gioco degli schieramenti nel tentativo di produrre un ragionamento più complesso. Un ragionamento, cioè, capace di leggere le criticità che affliggono il mondo della scuola in un’ottica di lungo periodo, che rimandi alle condizioni e ai processi politici che hanno determinato nel tempo un indebolimento dell’istituzione scolastica.

Tra i fatti di cronaca più recenti, le testate giornalistiche locali hanno riportato la notizia di un diverbio scatenatosi tra una dirigente scolastica e un gruppo di genitori in cerca di rassicurazioni circa un sospetto caso di Covid-19. Alla richiesta dei genitori di poter visionare l’esito del tampone eseguito su un bambino è seguito un secco rifiuto da parte della dirigente scolastica, la quale si è detta pronta a procedere contro quei genitori che rinunciano a mandare i propri figli a scuola per paura del contagio, segnalandoli ai servizi sociali e alle forze dell’ordine.

Al di là della legittima presa di posizione della dirigente scolastica nei confronti di una richiesta che non può che configurarsi come illegittima sotto il profilo della privacy e della tutela del minore, la vicenda appare tuttavia emblematica e aiuta a mettere a fuoco una serie di elementi, i quali, se considerati all’unisono, restituiscono un quadro meritevole di analisi.

In questa vicenda si sommano infatti una serie di questioni che l’emergenza sanitaria ha scoperchiato e messo a nudo, riproponendole sotto forma di un instancabile braccio di ferro tra i singoli e le istituzioni. Questioni, tuttavia, che non costituiscono affatto una novità, ma sono il risultato di quanto esisteva già prima. Esse sono infatti il necessario esito di un sistema fallimentare di welfare che, venendo meno, ha scaricato i costi della cura dei figli sulla famiglia e, in maniera particolare, sui nonni: sulla categoria, cioè, che in questa circostanza sembra essere più a rischio di altre. Va da sé, allora, che molte delle preoccupazioni espresse in questo periodo dai genitori sono dovute al fatto che la possibilità di un contagio dei figli metterebbe a rischio l’intera architettura dell’organizzazione familiare, l’unica su cui possono effettivamente contare.

Di conseguenza, le modalità di riproporre le questioni messe in risalto dall’emergenza sanitaria, secondo la logica del braccio di ferro, stabilisce, prima di tutto, che le responsabilità (e in qualche caso le colpe) dell’andamento scolastico così come della buona organizzazione familiare, vadano fatte ricadere esclusivamente sui singoli individui e sulle famiglie.

Già, perché a rileggere la vicenda dello scontro tra la dirigente scolastica e il gruppo di genitori si direbbe che a prevalere e ad avere la meglio su tutto – e in particolare sul tema di un’istruzione che sia effettivamente uguale e accessibile a tutti e a tutte – sia stato il meccanismo della “segnalazione”, interpretato come lo strumento che più di ogni altro serve a inchiodare alle proprie responsabilità le persone.

Infatti se sul fronte genitoriale si rincorre l’idea secondo la quale tutto ciò che accade all’interno delle aule scolastiche debba essere segnalato e debba, quindi, essere passato al setaccio della “verità” perseguita dalle chat di Whatsapp, sul fronte dell’istituzione scolastica si assiste analogamente all’inesorabile rinuncia del proprio mandato istituzionale e alla delega dei propri compiti ai servizi sociali attraverso, ancora una volta, l’impiego di segnalazioni.

Esattamente come accade in altri ambiti, per esempio quelle che riguardano il binomio salute-lavoro, anche in questo caso le difficoltà a far combaciare salute e istruzione vengono fatte ricadere sui singoli. Se vi è un tratto distintivo delle società contemporanee, questo è senz’altro riconducibile all’attitudine degli attori coinvolti a semplificare la complessità; ovvero a sgomberare il campo dalle cause che strutturalmente costituiscono le questioni sociali, a tutto vantaggio di una rappresentazione semplificata del reale, che divide essenzialmente tra “buoni” e “cattivi”, “meritevoli” e “non meritevoli”, “responsabili” e “irresponsabili”. È del tutto evidente che la messa al lavoro di questo genere di semplificazioni ha l’effetto di dividere la cittadinanza e di porre gli uni contro gli altri, facendo sì che gli autori dei tagli alla scuola e alle reti di sostentamento delle famiglie possano continuare indisturbati a smantellare istruzione e welfare.

Concretamente questa semplificazione fa sì che chi apprende notizie come questa dai giornali, istintivamente sarà portato a propendere per l’uno o per l’altro schieramento, a seconda della vicinanza emotiva e sentimentale che egli o ella sente e stabilisce nel momento in cui recepisce la notizia.

Difficilmente capita, invece, che notizie come questa conducano la base sociale a un ragionamento più articolato, che tenga conto, cioè, delle ragioni dell’una e dell’altra “fazione”, avvicinandole e schierandole contro una politica che impiega la comunicazione come un tizzone, pronto a infuocare le paure di una cittadinanza che arranca dietro il susseguirsi schizofrenico di decreti governativi e ordinanze sindacali del tutto prive di basi ed evidenze scientifiche. Oppure contro un sistema di welfare che ha drasticamente tagliato fondi e risorse per gli aiuti a quelle famiglie che molto spesso si ritrovano costrette a scegliere tra il mantenimento di un’occupazione stabile (solitamente quella della donna) e il ricorso ai nonni. O, magari, contro la riduzione dei servizi territoriali e di assistenza a domicilio per gli alunni e le alunne che necessiterebbero della figura dell’educatore/trice per non rischiare di rimanere indietro rispetto a chi ha la possibilità di essere seguito dai genitori o ha acquisito dimestichezza con i dispositivi elettronici. Oppure contro un sistema scolastico che lascia molto spesso indietro gli alunni e le alunne, stranieri oppure italiani, che hanno maggiormente bisogno di stimoli e di aiuto, e che lascia il personale docente solo a districarsi (da casa o in presenza) tra le difficoltà di una pandemia e una campagna di delegittimazione che va ormai avanti da molti anni.

Letta in questa prospettiva e a partire da tutti questi elementi, la vicenda che ha riguardato lo scontro tra la dirigente scolastica e il gruppo di genitori, assume i contorni di una criticità che affonda le proprie radici in venti anni e più di tagli e smantellamenti, e che solo apparentemente (e per convenienza) ci ostiniamo a interpretare come il risultato della pandemia.

In questo quadro, le cui responsabilità sono lontane nello spazio e nel tempo, la politica locale può verosimilmente fare molto meno di quanto spesso non lasci intendere. Può, tuttavia, rinunciare alla compulsione di indicare capri espiatori su cui scaricare responsabilità. Oppure rinunciare ad adottare misure inutilmente punitive che postulano da un lato l’infantilismo dei cittadini e, dall’altro, la necessità di un politico-padre. Inoltre la politica può smettere di inseguire il governo sul piano delle irrazionalità, come quelle che, contrariamente a ogni evidenza scientifica, ma perseverando nella produzione di politiche unicamente simboliche, individuano gli spazi aperti come aree a rischio e gli utilizzatori come irresponsabili (è il caso delle spiagge o dei colli).

Insomma se non è realisticamente possibile fare molto sul piano della struttura economica, le autorità locali potrebbero quantomeno decidere di svolgere il proprio ruolo con autorevolezza, facendo molta attenzione a non confondere quest’ultima con l’autoritarismo.

 

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