MESSINA. È trascorsa una settimana dalle elezioni regionali del 5 novembre, ma l’esito del voto continua a far discutere. Dopo aver ospitato numerosi interventi, fra i quali quelli di Giampiero Neri ed Elio Conti Nibali, ospitiamo su queste pagine l’ex assessore della giunta di RenatoAccorinti, Filippo Cucinotta, che analizza nello specifico le modalità di voto e in particolare la riduzione delle “poltrone” e la frammentazione delle sezioni elettorali in città. Cucinotta è stato uno dei sostenitori ed aniumatori della campagna elettorale per l’Ars di Ketty Bertuccelli. Questa esperienza gli ha suggerito alcune riflessioni procedurali sul voto.

 

Di seguito il testo integrale del contributo:

All’indomani delle elezioni siciliane, che ci hanno riservato esiti annunciati accompagnati da colpi di teatro davvero inattesi, tanto da destare l’euforia dei media nazionali in genere abbastanza indifferenti alle questioni nostrane, vorrei provare a dare una lettura, personale, diversa da quella che sento “mainstream” su giornali e commenti social.

Certamente mi hanno divertito, e preoccupato, gli arresti ad orologeria, le indagini di compravendita, gli enfant prodige, i trombati e gli astri nascenti, ma mi interessa di più capire la direzione che sta imboccando il sistema elettorale attuale, figlio della lotta alla casta e ai “costi della politica”.

Mi chiedo ad esempio a chi davvero faccia un favore la riduzione delle, tanto odiate, “poltrone”. Il dato concreto e misurabile è che, nella nostra Provincia, ben 3 liste che superavano lo sbarramento, non hanno avuto comunque rappresentanza, rendendo il 5% una soglia del tutto virtuale (caso eclatante quello di Beppe Picciolo, cui non sono bastate 10mila e duecento preferenze personali e 17mila e cinquecento di lista, per un totale del 6,72%, a garantire un seggio). Questo mi fa pensare che, riducendo poltrone, si faccia il gioco del bipolarismo di P2-ista memoria, con una notevole contrazione della rappresentatività popolare e quindi della democrazia. E non ditemi che il risparmio di qualche stipendio possa controbilanciare l’accentramento di potere che ne deriva. Se l’obiettivo fosse stato quello del contenimento della spesa, forse operare nella direzione della riduzione delle indennità e dei privilegi avrebbe avuto un effetto migliore.

L’altra riflessione che mi sovviene è quella della inutile (?) frammentazione delle sezioni elettorali. Solo nel comune di Messina sono 254 nelle quali in 91mila elettori hanno espresso il proprio voto. Ciò significa che mediamente meno di 360 persone hanno depositato la propria scheda in un’urna e che, sempre mediamente, ogni candidato ha trovato in ogni sezione circa 4 voti. È chiaro, il dato medio significa poco, ma, a conti fatti, con pochissime eccezioni eclatanti (i cosiddetti seggi-feudo), anche i candidati più quotati trovavano in ogni sezione non più di 20-30 voti (per scendere drasticamente a 2-3 nel caso dei candidati meno quotati).

Che significa questo? Non voglio certamente parlare di riduzione dei costi degli scrutatori, quanto invece del vero tema elettorale odierno: il controllo capillare delle preferenze. È risaputo che i “cavalli di razza” sappiano con esattezza quanti voti attendersi da ogni singola urna e che abbiano i mezzi per verificare in quanti (e quasi sempre anche chi) hanno tradito la promessa di voto. A queste regionali, in provincia i candidati erano in totale un’ottantina. Immaginate cosa succederà alle prossime amministrative quando i candidati saranno, sulla scorta delle ultime votazioni, quasi 700?
In una legge regionale che consentiva di aprire la conta il giorno dopo del momento elettorale (con non poche polemiche), non sarebbe stato semplice chiedere allora di far confluire le urne, sigillate e scortate, in un unico luogo di spoglio dove non fosse possibile risalire alla provenienza della sezione? E se ciò potrebbe apparire complicato e suscettibile a brogli, perché quanto meno non procedere ad un accorpamento di sezioni, procedendo ad esempio all’interno delle stesse sedi che le ospitano?

Nell’istituto dove voto io, ad esempio, ci sono 10 sezioni che potrebbero diventare tranquillamente una sola, aumentando il numero delle cabine, naturalmente. E se in anni, complice anche il costante calo dell’affluenza, non mi è mai capitato di dover attendere più di un minuto in fila al seggio, forse possiamo anche permetterci di chiedere all’elettorato il sacrificio di aspettare 5 minuti in più.

La frammentazione delle sezioni è invece un toccasana per il controllo capillare, consentendo: a chi chiede il voto con metodi estorsivi o clientelari di accertarsi del risultato, a chi lo dà di sentirsi controllato e alle piccole forze politiche di incrementare la difficoltà a tutelare i propri diritti di rappresentanza al momento delle operazioni di spoglio.

(Filippo Cucinotta)

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