Qualche settimana fa ho ricevuto una telefonata da Alba Crea, stimata studiosa di storia della musica e instancabile animatrice della vita culturale messinese. Con tono preoccupato, mi ha aggiornato sulla situazione – a tratti surreale – dell’Archivio di Stato di Messina, chiedendomi se volessi intervenire anch’io nel dibattito pubblico per evitare che l’attenzione calasse su una vicenda tanto delicata.
A dire il vero, una volta chiusa la conversazione, mi sono chiesto che senso avesse, per uno come me che da qualche tempo vive fuori città, esporsi sulle questioni messinesi, quando ci sono già tante persone sul territorio, più presenti e forse più efficaci. Tuttavia, le avevo dato la mia parola, anche nel ricordo del compianto marito Giovanni Molonia, che tanto ha dato alla nostra città. Ed è per questo che oggi mi unisco a questa battaglia civile.
Ho frequentato a lungo l’Archivio di Stato di via La Farina per le mie ricerche e la notizia della sua chiusura prima, e della sua successiva “riapertura” – il termine va usato con molte cautele – mi ha lasciato profondamente perplesso. Non spetta a me ricostruire nel dettaglio gli ultimi passaggi della vicenda, già ampiamente raccontati anche su queste pagine. È però necessario ricordare alcuni elementi essenziali.
La soluzione individuata dal Ministero della Cultura, tramite la Direzione Generale Archivi, per superare il problema della sede vacante consiste in circa 240 metri quadrati: dieci stanze e una sala studio con quattro postazioni, all’interno di un condominio nel centro cittadino. Una superficie che, come studiosi e frequentatori avevano da tempo pronosticato, rende impossibile la reale fruizione del patrimonio dell’Archivio di Stato, che custodisce quasi mille anni di storia messinese (anche della provincia), cinquemila metri lineari di documentazione, settecentoventi pergamene, con documenti che risalgono addirittura al 1184 e una biblioteca di circa diecimila volumi.
Quel patrimonio, infatti, non è più a Messina. È stato trasferito oltre due mesi fa in un deposito di una società privata a Riposto, in provincia di Catania. Pochi giorni fa, la direzione dell’Archivio ha comunicato che, a partire dal 30 dicembre, è possibile richiedere su prenotazione “fino a cinque pezzi per ogni settimana”, che verranno resi disponibili in sede solo a partire dal martedì successivo. Per chi non ha dimestichezza con il lavoro d’archivio, è necessaria una traduzione. La ricerca storica si basa, quasi sempre, sulla consultazione talvolta di singoli documenti, talvolta delle cosiddette “buste”, ossia faldoni che raccolgono tali documenti, individuati attraverso inventari. Limitare a cinque buste la consultazione settimanale significa compromettere gravemente qualsiasi attività di ricerca seria. Per dare un’idea, in condizioni normali cinque pezzi rappresentano il limite massimo di una singola giornata, non di un’intera settimana. Le conseguenze sono evidenti: una fruizione ridotta, frammentaria e inefficace, che penalizza studenti, tesisti, ricercatori, docenti, studiosi e cittadini. Di fatto, l’Archivio di Stato di Messina è stato avviato verso una gestione “in outsourcing”, trasformandosi in una sorta di archivio pendolare: i documenti viaggeranno settimanalmente tra il deposito nel Catanese e la sede messinese, a seconda delle richieste.
Oltre ai disagi per l’utenza, questa modalità comporta rischi non trascurabili. Parliamo del trasporto autostradale continuo di un patrimonio di valore inestimabile, in gran parte privo di adeguate copie digitali di sicurezza. Qualcuno potrebbe sostenere che sia comunque meglio di niente. Che, in fondo, non sia poi così grave se la nostra storia viaggia avanti e indietro sull’A18 come un pacco di Amazon. Ma qui non si misura la storia “a peso”: la memoria collettiva non è merce, è un faro. Ciò che a Messina viene presentato come un compromesso accettabile, altrove sarebbe considerato un affronto oltraggioso. Basta osservare come funzionano (bene) molti altri Archivi di Stato, nel resto d’Italia, ma anche in Sicilia. Luoghi dove nessuno si sognerebbe di fare ciò che è stato fatto a Messina, spesso nel silenzio opaco delle sue istituzioni e nell’indolenza di parte della sua cittadinanza.
Per questo, un modo per far sentire la propria voce esiste ed è importante: partecipare alla manifestazione pubblica indetta per il 3 gennaio alle ore 11.00 in piazza Unione Europea, promossa da un comitato spontaneo guidato da Lelio Bonaccorso e da altri cittadini sensibili alla tutela della storia locale. Si è protestato giustamente quando mancava l’acqua; ma essere privati dei documenti che raccontano la storia della città (archivi privati di famiglie, fondi di chiese e confraternite, atti notarili, prefettizi, dei tribunali, ruoli matricolari ecc.) significa subire una perdita altrettanto grave.
Va però ricordato che la vicenda dell’Archivio di Stato non è un caso isolato. Il panorama della fruizione culturale a Messina è segnato da criticità analoghe. Basti pensare alla Biblioteca Regionale “Giacomo Longo”, costretta da decenni in pochi locali in affitto in via Primo Settembre, con il patrimonio librario movimentato su richiesta, o alla sua emeroteca di Sant’Agata, che conserva preziose raccolte di giornali dell’Ottocento e del Novecento – tra cui la “Gazzetta di Messina e delle Calabrie” – e che rischia la chiusura per uno sfratto imminente. Senza dimenticare il grande tema, ancora incredibilmente irrisolto, della sua digitalizzazione.
I motivi per protestare, dunque, non mancano. Il valore di una città si misura anche, e forse soprattutto, dalla cura che riserva alla propria memoria storica e ai luoghi che la custodiscono.



