MESSINA. Confermata anche in appello la condanna alla pena dell’ergastolo per Faouzi Dridi, tunisino, che uccise la moglie, Omayma Benghaloum, 33 anni, colpendola con un bastone al culmine di un litigio il 4 settembre 2015. La donna, anche lei tunisina, lavorava come mediatrice culturale ed era madre di quattro bambine. La Corte d’Assise d’Appello al termine della camera di consiglio, ha confermato la condanna alla pena dell’ergastolo per il tunisino così come era stato chiesto anche dal sostituto procuratore generale Felice Lima. I giudici hanno confermato tutte le statuizioni civili nei confronti dei familiari della donna e del Cedav Onlus “Centro donne antiviolenza”, che si erano costituiti parte civile. In generale il processo d’appello non ha aggiunto particolari novità rispetto al quadro che era emerso nel corso del processo in Corte d’Assise. Ai giudici sono bastate circa due ore per decidere di confermare completamente la sentenza emessa il 20 gennaio scorso.

L’omicidio si verificò in un’abitazione di Sperone, villaggio della zona nord di Messina, dove la coppia viveva insieme alle loro quattro figlie. Conoscendo il francese e l’arabo, Omayma era riuscita a trovare un lavoro e collaborava con la Questura in occasione degli sbarchi di migranti. Anche l’ultimo giorno della sua vita aveva lavorato fino a notte fonda per l’arrivo in porto di una nave con circa 800 migranti. Tornata a casa, come ricostruito dagli investigatori della Squadra mobile, ci sarebbe stata una lite con il marito, che da tempo stava maturando l’idea di tornare in Tunisia. Omayma invece si era rifiutata. Dal processo è emerso che a lei piaceva stare in Italia, coltivava tante speranze per le sue bambine, era una donna impegnata ma molto legata alla sua famiglia. Lui invece voleva andare via. Quella sera, durante il litigio, Faouzi avrebbe afferrato all’improvviso un bastone scagliandosi contro la moglie. All’alba l’uomo si recò al Commissariato Nord, raccontando tutto ai poliziotti. Faouzi Dridi è stato difeso dall’avvocato Alberto D’Audino, mentre per le parti civili sono stati impegnati gli avvocati Paola Rigano e Maristella Bossa, rispettivamente in rappresentanza delle bambine e dei familiari, e l’avvocato Maria Gianquinto per il Cedav Onlus

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