MESSINA. Il liquido velenoso si era accumulato nella botola a causa di un guasto, e forse era lì da anni. Quando D’Ambra e Parisi svitarono le prime viti della cassa, giù in sentina, non sapevano che lo “scarico” era rotto e che lì dentro ci fossero liquidi stagnanti chissà da quanto tempo. Non lo sapeva neanche Micalizzi che li raggiunse per cercare di salvarli. Un guasto all’impianto per cui dovranno essere ora verificate le responsabilità. Perché questo accerterebbe l’errore nei protocolli di sicurezza.

È quanto emerso dal sopralluogo di periti e consulenti fatto ieri pomeriggio.

Durante l’ispezione, che si era svolta giovedì scorso con i consulenti della procura, i periti di parte e i difensori,  per la prima volta era stata aperta la cassa stagna della Sansovino.  Non era stato possibile prima perché ad avere la priorità era la bonifica. Dopo l’incidente, infatti, era stato accertato che la nave  fosse una vera e propria bomba ecologica. La procura di Messina ha dovuto rintracciare una ditta specializzata in questo genere di rischio ambientale prima di procedere con le indagini. Finita la bonifica, lo scorso 3 febbraio, è finalmente stato possibile aprire la botola. Ripetere cioè lo stesso gesto che ha portato alla morte Santo Parisi, Gaetano D’Ambra e Christian Micalizzi. Tutti e tre uccisi dall’acido solfidrico sprigionato nell’aria dopo l’apertura della cassa dove i liquidi ristagnavano forse da anni.

“Abbiamo riempito la cassa fino a passo d’uomo, poi abbiamo riempito quella incriminata fino al livello e non c’era alcun cenno di movimento”, spiega il consulente della famiglia D’Ambra, Giorgio Orlando.

Un guasto però non confermato la Caronte&Tourist Isole minori: gli ambienti dell’azienda fanno sapere che a loro risulta che la pompa fosse invece funzionante.

Si apre adesso una fase molto complessa per le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Giovannella Scaminaci. Tutti i responsabili della sicurezza sulla nave dovranno adesso rispondere del guasto. Responsabilità potrebbero estendersi anche al di fuori di Messina. Fu a Porto Empedocle, per esempio, che lo scorso aprile un Psc, – more detailed inspection, ovvero un’ispezione dettagliata fece emergere come carente “la sicurezza nella gestione e nell’esercizio delle navi e la prevenzione dell’inquinamento”. Una carenza segnalata, scritta nera su bianco dagli ispettori che però decisero di non fermare la nave. Soltanto sette mesi dopo quella decisione la Sansovino sarebbe diventata una bomba ecologica uccidendo tre uomini.

 

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