MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo un contributo del docente universitario Michele Limosani, preside della Facoltà di Economica, che immagina il futuro della città fra vent’anni.  Che non si prospetta affatto roseo.

Di seguito il testo:

“Proviamo a fare un esperimento: immaginare la Messina del futuro a partire dai dati che abbiamo oggi a disposizione, anticipare quindi le linee di tendenza dell’economia locale lungo le quali, in modo quasi automatico, essa si muoverà in assenza di un piano o un intervento in grado di modificare radicalmente la dinamica del sistema. In poche parole, che città ci toccherà vivere tra 20 anni?

Il dato di partenza è quello relativo al mercato del lavoro. Come è noto, tra tutti coloro che hanno presentato dichiarazioni fiscali alla Agenzie delle Entrate nell’ultimo anno il 40% ha dichiarato un reddito da pensione mentre il numero di soggetti che ha percepito redditi da lavoro dipendente, sia pubblico che privato, è risultato pari al 50%. In totale, quindi, le due categorie da sole rappresentano il 90% dei redditi generati in città. Da non trascurare, poi, l’allarmante dato sulla perdita del “capitale umano”; in un recente rapporto l’Istat indica che la probabilità di un laureato tra i 25 e 39 anni di lasciare il Sud è compresa tra il 31% e il 35%; più di un laureato su tre se ne va.

Ora, se con una forte dose di ottimismo assumiamo che 1) la popolazione rimane stazionaria, ossia il tasso di natalità permane uguale al tasso di mortalità (nei primi nove mesi del 2019 il saldo tra i nati e i morti è stato negativo -832); 2) il rapporto tra la popolazione residente e quella attiva (numero di occupati e persone in cerca di lavoro) si mantiene costante, allora è possibile avanzare due previsioni. La prima riguarda il numero dei pensionati che, tra venti anni, si attesterà ancora su un valore superiore al 40%. Gli impiegati di oggi, infatti, saranno la componente più importante dei pensionati di domani e le pensioni continueranno ad essere la maggiore fonte di reddito della città. Contrariamente a quanto accade oggi, tuttavia, i lavoratori che andranno via via in pensione nei prossimi anni “godranno” del regime contributivo e quindi, nel migliore dei casi, di una pensione pari a circa il 30% in meno dell’ultima retribuzione. Il “welfare familiare”, generosamente erogato dai nonni a favore dei figli e dei nipoti, conoscerà tempi duri.

Seconda previsione: gli impiegati che andranno in pensione dovranno essere “sostituiti” da nuovi occupati. Ipotizzando un turn-over pari a 0,80, e cioè 8 nuove assunzioni per ogni 10 pensionati (un numero generoso rispetto ai dati attuali di quota 100), la quota di lavoratori dipendenti sarà, a regime, circa del 40%, il 10% in meno di quelli che attualmente dichiarano un reddito. Cosa ne sarà di questo 10%? Con buona probabilità finirà per alimentare il numero di coloro che fuggono dalla città o incrementare il serbatoio della disoccupazione, anche se questo valore potrebbe comunque essere un pò sovrastimato a causa del calo delle nascite e quindi dalla decrescita della popolazione.

Gli indicatori a nostra disposizione, dunque, disegnano un’economia locale fragile e dipendente e una condizione di disagio giovanile che, se nulla cambia, potrebbe condurre la città verso un impoverimento generalizzato. La riduzione complessiva attesa dei redditi, infatti, determinerebbe un calo della domanda di beni e servizi con le professioni e gli esercizi commerciali sempre più in difficoltà. E poiché molte famiglie per mantenere lo stesso tenore di vita dovranno fare affidamento sulla ricchezza accumulata nel passato (prevalentemente immobilizzata nell’acquisto delle case), si potrebbe assistere ad un ulteriore calo del valore degli immobili. Insomma è prevedibile una drastica cura dimagrante dell’economia cittadina; per non parlare dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione e della fuga dei giovani qualificati.

Una breve considerazione finale. E’ evidente che in assenza di un sostanziale cambiamento nella conduzione della politica economica locale e del sostegno del governo regionale e nazionale non saremo in grado di evitare in futuro lo stato di crisi. Urge un’idea e una visione di città diversa da quella appena tracciata, un piano di azione coraggioso in grado di allungare lo sguardo oltre i confini della nostra provincia. E’ necessario inoltre implementare rapidamente interventi di sistema per attrarre investimenti privati dall’esterno e assumere decisioni strategiche sulle infrastrutture necessarie per collegare la Sicilia e Messina al resto d’Europa. Primun vivere deinde administrare. Se la città è destinata a “collassare” quale consolazione può arrecare alle nostre menti il fatto di sapere che le strade saranno senza buche, le fontane zampillanti, la vita nei quartieri ordinata e i giardinetti -dove gli anziani sempre più numerosi si ritroveranno-, puliti e ornati da fiori dai vivaci colori?”.

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