di Andrea Aliferopulos

 

Nell’ultimo anno la pratica degli scacchi sembra avere conosciuto, quanto a diffusione a livello globale, un consistente balzo in avanti: se la pandemia, e le conseguenti restrizioni sulle interazioni sociali, hanno imposto la riduzione e in molti casi la sospensione delle attività sportive e più in generale agonistiche, l’isolamento forzato nella propria abitazione ha rappresentato per molti l’occasione per avvicinarsi (o riavvicinarsi) ad un’attività che non presuppone la compresenza fisica e che può benissimo essere praticata a distanza.

Se, infatti, esistono ormai da decenni piattaforme su cui è possibile giocare online (al punto che i circoli scacchistici veri e propri sono andati incontro a un lieve spopolamento), i dati relativi alle iscrizioni di nuovi utenti, a partire dall’inizio della pandemia, su tali piattaforme (le più note delle quali, oggi, sono chess.com, lichess, chess24; su quest’ultima, peraltro, se si è abbastanza abili e piuttosto fortunati è persino possibile sfidare il campione del mondo Magnus Carlsen) testimoniano come molte persone abbiano cercato nel gioco un alleato in tempi di lockdown e quarantene.

​Gli scacchisti professionisti, d’altra parte, non sono rimasti con le mani in mano, e ben presto, grazie soprattutto all’attivismo del già ricordato Carlsen e del suo team, si è arrivati alla costituzione di un tour di tornei online, che ha avuto riscontri molto positivi tra gli appassionati. Naturalmente, gli scacchi online non sono esenti da problemi, il più manifesto dei quali è senz’altro il “cheating elettronico”: la possibilità che, nel privato della propria abitazione, uno dei giocatori faccia ricorso, durante la partita, all’assistenza di un programma scacchistico (negli ultimi 25 anni la forza dei programmi è progressivamente aumentata, al punto che oggi tutti i professionisti vi fanno quotidianamente ricorso per allenarsi e per migliorare la propria comprensione del gioco; al giorno d’oggi – a differenza di quanto non accadeva, ad es., negli anni ’90 o nei primi anni 2000 –, tra i programmi e i top players c’è un divario di forza piuttosto consistente a favore dei primi). In ogni caso, gli esperimenti relativi al tour online sembrano essere stati nel complesso molto positivi, al punto che Carlsen ha annunciato un nuovo tour di dieci eventi che si concluderà nel settembre 2021.

​A dare una ulteriore, notevolissima, nonché inaspettata spinta alla diffusione del gioco – come testimonia, tra le altre cose, l’impennata delle vendite su Amazon di set scacchistici, così come di manuali introduttivi –, è poi intervenuta, a fine ottobre, l’uscita su Netflix della serie ‘The Queen’s Gambit’ (il titolo italiano è ‘La regina degli scacchi’), che sta riscuotendo grande successo internazionale. La serie, che si basa su un romanzo omonimo dello scrittore statunitense Walter Tevis, pubblicato nel 1983, è ambientata negli anni ’60 e racconta le vicende di Beth Harmon (interpretata dalla bravissima Anya Taylor Joy), una ragazza prodigio del Kentucky; filo conduttore della storia è la sua ascesa nell’agone scacchistico statunitense prima e internazionale poi. Il grande successo che la serie sta riscuotendo, a cui si è già accennato, è testimoniato dai dati forniti dalla stessa piattaforma Netflix: a 28 giorni dall’uscita, la serie è stata vista da 62 milioni di utenti unici, e in ben 63 paesi ha raggiunto, in un dato momento, la posizione di serie più vista in assoluto.

 

 

Tra i vari pregi della serie, vi è quello – non molto comune, a dir la verità, tra le opere cinematografiche dedicate agli scacchi – di avere reso con notevole precisione la componente relativa al gioco in senso stretto: le posizioni che si vedono e le partite che vengono giocate sono assolutamente plausibili, così come in larga misura verosimili risultano essere le movenze degli attori (rispetto a come effettivamente muovono i pezzi gli agonisti) e i dialoghi che concernono il gioco. Questo notevole sforzo di accuratezza e di ricostruzione filologica da parte dei realizzatori della serie – che hanno fatto ricorso, al riguardo, alla consulenza dell’ex campione del mondo Garry Kasparov e del noto istruttore statunitense Bruce Pandolfini – si è meritato il plauso della comunità scacchistica, che complessivamente ha accolto la serie con entusiasmo; dato che, appunto, forse per la prima volta, un prodotto cinematografico mainstream ha veicolato contenuti scacchistici in maniera assolutamente fedele (qualche critica, a essere pignoli, si potrebbe rivolgere a chi ha tradotto in italiano l’ultimo episodio, in cui occorrono svariati strafalcioni; ma si tratta chiaramente di una questione che non riguarda la produzione della serie in sé).
​Tra i contenuti strettamente scacchistici che possono avere stuzzicato la curiosità dei profani, in particolare italiani e siciliani, vi è la menzione, a più riprese, da parte di Beth, di una specifica apertura, e cioè la “Difesa Siciliana”. Si può quindi cogliere l’occasione per raccontare il modo in cui, nel corso della storia del gioco, si è arrivati a battezzare come ‘Siciliana’ una delle aperture fondamentali.

​Al riguardo, occorre prendere le mosse dalla fase storica in cui, in Europa, cominciano a emergere i primi nomi di campioni e inizia a svilupparsi la trattatistica sul gioco: tale fase è l’epoca rinascimentale, e in particolare il XVI secolo. Nel corso del ‘500, dunque, e per almeno la prima metà del ‘600, sono in particolare i giocatori e i teorici italiani e spagnoli a occupare il centro della scena; ne è dimostrazione, tra le altre cose, il fatto che entrano a far parte del lessico scacchistico internazionale, per rimanervi fino a oggi nella forma originaria, alcune parole ed espressioni italiane, come ‘fianchetto’ o ‘giuoco piano’. In Italia, più specificamente, la grande maggioranza dei teorici e dei giocatori noti è di provenienza meridionale: calabresi sono Leonardo da Cutro e Gioacchino Greco (forse il giocatore in assoluto più noto di quella fase storica), campano è Alessandro Salvio, abruzzese è Giulio Cesare Polerio, siciliano, e precisamente di Siracusa, è Paolo Boi.

Colui da cui più probabilmente prende il nome la Difesa Siciliana, però, non è Paolo Boi, che era il giocatore siciliano più noto ai tempi, bensì il teorico Pietro Carrera, una figura piuttosto peculiare: sacerdote ed erudito eclettico – pubblicò testi sia letterari che storici –, viene considerato anche un falsario per avere utilizzato, nella stesura di un testo sulla storia di Catania che gli era stato commissionato dal Senato catanese negli anni ’30 del ‘600, fonti di cui gli era nota l’inattendibilità, o che aveva persino confezionato ad hoc di suo pugno (tra queste, un improbabile scambio epistolare fra Platone e i catanesi). Qualche notizia biografica su Carrera: nacque nel 1573 a Militello, dove visse quasi ininterrottamente fino al 1623, prima di spostarsi, dopo una breve permanenza a Messina, a Canicattini, dove rimase alcuni anni, prima di stabilirsi a Catania negli anni ’30; ebbe ripetuti rapporti con Messina: oltre alla permanenza di cui si è detto, a Messina pubblicò, tra il 1623 e il 1625, testi di argomento vario (fra cui una favola pastorale e una descrizione dei monumenti di Siracusa), e a Messina, presso l’ospedale cittadino, morì il 18 settembre 1647.

 

 

 

Dal punto di vista della storia degli scacchi, il testo fondamentale di Carrera è il trattato ‘Il gioco de gli scacchi’, in otto libri, pubblicato a Militello nel 1617. Dopo che tale testo venne attaccato, precisamente nel 1634, dallo scacchista irpino Alessandro Salvio, Carrera diede alle stampe, nel 1635 a Catania, sotto lo pseudonimo ‘Valentino Vespaio’, la ‘Risposta di Valentino Vespaio in difesa di Don Pietro Carrera contra l’Apologia di Alessandro Salvio’, in cui tentava a sua volta di confutare le tesi di Salvio (sia de ‘Il gioco’ che della ‘Risposta’ sono state riproposte di recente ristampe anastatiche, a cura di Santo Daniele Spina).
Per tornare alla “Siciliana”: è nel trattato del 1617, e in particolare nel sesto libro, che Carrera fornisce una breve analisi delle mosse d’apertura – il Bianco comincia la partita muovendo di due case in avanti (dalla casa e2 alla casa e4) il pedone di Re; il Nero replica spingendo anch’egli di due case in avanti (da c7 a c5) il pedone d’Alfiere di Donna – che prenderanno poi il nome di ‘Difesa Siciliana’. Va detto, però, che Carrera non fu il primo a prendere in considerazione da un punto di vista teorico l’apertura, né fu colui che la battezzò con il nome che poi le è rimasto.

 

 

 

 

Per imbattersi nella coniazione vera propria del nome, occorre compiere un salto in avanti di due secoli e concentrarsi sugli scacchi nel XIX secolo. L’Ottocento è il secolo in cui si forma e si sviluppa una vera e propria comunità scacchistica internazionale: la quantità di pubblicazioni a tema scacchistico aumenta sensibilmente, nascono le prime riviste di settore e, dalla metà del secolo (Londra, 1851), e poi con frequenza sempre maggiore nel corso dei decenni, vengono organizzati tornei internazionali a cui si cerca di far accorrere i migliori maestri in circolazione – nel frattempo, i paesi scacchisticamente più rilevanti sono diventati la Francia, la Germania, il Regno Unito. È dunque nei primi decenni del secolo, a Londra, che è attivo colui che battezza la Siciliana con il nome che le è poi rimasto: il teorico inglese Jacob Sarratt. Sarratt conosceva le opere dei trattatisti italiani di ‘500 e ‘600 – il nome di un trattatista calabrese, Orazio Gianuzio, figura addirittura nel titolo di una delle opere di Sarratt stesso –, e pubblica a sua volta dei trattati sul gioco. È in questo contesto che, prendendo le mosse da un antico manoscritto italiano in cui ci si riferiva alla sequenza 1.e4 c5 con il nome ‘Il giocho siciliano’ – tale manoscritto, risalente al 1623, è stato peraltro rinvenuto di recente ed è stato attribuito a Gioacchino Greco, il quale, nel proporre la denominazione suddetta, aveva presumibilmente tenuto presenti le analisi fornite da Carrera, – Sarratt ribatezza l’apertura come ‘Difesa Siciliana’, denominazione che di lì a breve diverrà standard presso gli scacchisti.

Nel corso dell’ ‘800, l’apertura non sarà molto popolare: se alcuni tra i migliori giocatori della prima metà del secolo la usano con una certa frequenza – benché con uno spirito piuttosto distante dal modo in cui la difesa è giocata modernamente –, nella seconda metà del secolo, quando gli scacchi cominciano ad assumere una fisionomia che somiglia in maniera più definita a come il gioco è praticato oggi (i primi giocatori, da un punto di vista cronologico, che verosimilmente possono essere studiati con profitto ancora oggi sono l’americano Morphy, attivo per un breve periodo alla fine degli anni ’50, e il boemo Steinitz, che divenne il primo campione del mondo ufficiale nel 1886; entrambi vengono menzionati nella serie, peraltro), la Siciliana è considerata un’apertura senz’altro secondaria, e tale situazione si protrae per i primi decenni del nuovo secolo.

Le cose cambiano drasticamente tra gli anni ’30 e ’40 del ‘900, a seguito di una profonda rivoluzione nella comprensione del gioco, nota come ‘rivoluzione ipermoderna’. In questa fase, le potenzialità della Siciliana vengono capite sempre meglio e l’apertura acquista crescente popolarità, per poi esplodere definitivamente negli anni ’50 e ’60 (gli anni, peraltro, in cui si suppone Beth sia attiva), anni in cui diventa senz’altro una delle aperture più importanti e diffuse. Tale situazione – al di là dei progressi che si sono fatti nel frattempo nella comprensione del gioco – è rimasta in sostanza immutata fino a oggi; e non c’è stato campione del mondo, a partire dal dopoguerra a oggi, che non abbia incluso la Siciliana come arma del proprio arsenale: da Botvinnik (campione per la prima volta nel 1948) a Carlsen (campione dal 2013 a oggi), e passando, tra gli altri, per due leggende assolute del gioco come Bobby Fischer e Garry Kasparov, i quali ricorsero quasi esclusivamente a essa contro l’apertura di Re, tutti i numeri uno sono stati, chi in misura maggiore chi in misura minore, “sicilianisti”.

Da qualche settimana, è senza dubbio possibile aggiungere alla lista di coloro che hanno contribuito ad accrescere la popolarità dell’apertura anche Beth Harmon.

 

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