MESSINA. “Con l’I-Hub, Messina ha costruito un polo dell’innovazione o soltanto la sua narrazione pubblica?“. E’ la domanda con cui Giacomo Risitano, ordinario di Costruzione di macchine all’università di Messina, coordinatore del Dottorato di Ricerca In Bioingegneria Applicata alle Scienze Mediche, autore di brevetti e fondatore di 2 spin-off universitari, entra nella querelle sul progetto di polo tecnologico e di innovazione che è diventato nei giorni scorsi terreno di scontro politico tra l’ex assessora Carlotta Previti, che ne era stata l’ideatrice, e Federico Basile, che ha deciso di delocalizzarlo rispetto alla collocazione originaria, dall’area oggi liberata che ospitava i Magazzini generali e il Mercato ittico, alla via Santa Cecilia bassa: Previti accusa inoltre l’ex sindaco di averlo definanziato da 72 a 26 milioni, Basile risponde all’ex vicesindaca dicendo che il progetto va avanti e prescinde dalla collocazione geografica.

Di seguito gli interrogativi che Giacomo Risitano pone.

“Chiamatelo come volete: I-Hub, Mediterranean Innovation Hub, polo tecnologico, distretto dell’innovazione. Il punto non è il nome. La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: Messina ha davvero costruito le condizioni per un hub dell’innovazione oppure ha costruito soltanto la sua narrazione pubblica? Prima di parlare di I-Hub vale la pena soffermarsi sul perché. L’innovazione, al Sud Italia, non è una questione di prestigio urbano o immagine istituzionale, ma una priorità sociale. Secondo i dati ISTAT 2023, nel Mezzogiorno il tasso di NEET (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano) supera il 25%, con picchi del 31% nella fascia fino a 34 anni. Un giovane su quattro, fermo. È un numero che dovrebbe rendere urgente qualsiasi ragionamento sull’ecosistema produttivo del territorio.

Le esperienze internazionali mostrano che l’innovazione d’impresa non è solo crescita economica astratta, ma reale occupazione concreta, riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento del tessuto civico, sviluppo del capitale umano.  A Torino, tra il 2015 e il 2020, le imprese innovative hanno registrato una crescita dell’occupazione del 13% contro il 5% delle aziende tradizionali, con salari medi più alti del 17%. A Milano, le startup deep tech incubate nel PoliHub hanno generato in cinque anni oltre 2.500 posti di lavoro e più di 210 milioni di euro di investimenti privati. A Lione, l’ecosistema nato intorno all’università vale oggi oltre un miliardo di euro l’anno di valore aggiunto e 18.000 nuovi posti di lavoro. Quando l’innovazione è guidata dalla ricerca universitaria, l’impatto si moltiplica: si crea un circolo virtuoso in cui la conoscenza diventa impresa, le università crescono di valore scientifico e il territorio attrae investimenti invece di perdere talenti. (qui per approfondire)

Tutto questo, però, non nasce dagli edifici. Nasce dagli ecosistemi. Molte amministrazioni pensano che basti realizzare uno spazio fisico (coworking, incubatori, sale conferenze) per generare innovazione. In realtà gli hub che funzionano nel mondo condividono tre elementi fondamentali: ricerca forte, imprese tecnologiche capaci di crescere e capitale disposto a investire. Senza questi fattori che interagiscono tra loro, qualsiasi struttura rischia di diventare soltanto un contenitore (un luogo per eventi o per uffici), ma non un vero motore di sviluppo.
Gli esempi non mancano. Station F a Parigi è nato all’interno di un ecosistema già maturo di università, venture capital e imprese tecnologiche. Il Cambridge Science Park è cresciuto attorno alla ricerca dell’Università di Cambridge e a un sistema consolidato di spin-off scientifici. L’infrastruttura fisica è arrivata dopo, come punto di aggregazione di qualcosa che esisteva già.

Anche a Messina il tema dell’innovazione è entrato negli ultimi anni nel dibattito pubblico. Dal 2019 a oggi, il progetto I-Hub ha cambiato nome, sede e importo, passando da 71 milioni a 22,9 milioni. Inoltre, l’orizzonte temporale è slittato da gare d’appalto previste per il 2027 ed il completamento per il 2030. Nel frattempo, sono stati abbattuti gli ex Magazzini Generali, i Silos Granai, il Mercato Ittico. Una spianata da 8.500 metri quadri. Un simbolo potente di discontinuità, ma una spianata, per quanto suggestiva, e lo è, non è un ecosistema. È evidente che molte amministrazioni commettono sempre lo stesso e identico errore pensando che basti costruire uno spazio fisico, come un coworking, un incubatore o sale conferenze, per generare innovazione. È un equivoco comprensibile, perché lo spazio è visibile, inaugurabile, fotografabile e, soprattutto, politicamente spendibile, ma, purtroppo per tutti noi, l’innovazione non nasce dagli edifici, ma unicamente da ecosistemi pianificati, curati e nutriti.

Gli hub che funzionano nel mondo hanno tre ingredienti strutturali e sempre identici. Il primo è la ricerca universitaria e/o di centri che producono conoscenza trasferibile e non solo pubblicazioni. Il secondo sono le imprese tecnologiche come startup e aziende innovative che crescono, assumono, rischiano capitale privato. Il terzo è il mercato e il capitale di cui fanno parte investitori, grandi imprese, filiere industriali disposte a comprare e a scommettere. Senza questi tre elementi che si parlano e si contaminano, qualsiasi edificio, per quanto bello, rischia, inevitabilmente, di diventare un coworking vuoto, un contenitore per eventi, un simbolo architettonico, non certo un hub di innovazione.

Allora la domanda non è “Abbiamo fatto l’I-Hub?”, ma “Messina ha costruito un ecosistema di innovazione?” In altre parole, ci sono spin-off universitari che escono dal laboratorio e diventano imprese? Ci sono startup tecnologiche che crescono in città, invece, di spostarsi al Nord appena ottengono il primo finanziamento? Ci sono venture capital che guardano a Messina, corporate interessate, programmi di accelerazione attivi, trasferimento tecnologico reale tra ricerca e mercato? Mi spiace dire, con molta sincerità, che sono domande a cui non si può rispondere inaugurando una cerimonia di demolizione.

Il vero paradosso messinese è che alcuni ingredienti ci sarebbero. L’Università degli Studi di Messina esiste, produce ricerca, ha competenze scientifiche. Ci sono centri di ricerca, qualche spin-off, aziende tecnologiche nascenti. Il territorio non è un deserto, ma manca la cosa fondamentale, la più importante: la strategia! La strategia che metta queste componenti in relazione perché non basta costruire uno spazio, ma bisogna costruire relazioni, programmi, filiere. Bisogna che il ricercatore incontri l’imprenditore, che l’imprenditore incontri l’investitore, che l’investitore abbia un motivo concreto per stare a Messina e non a Milano.

C’è un altro elemento che pesa, e che raramente viene nominato nel dibattito pubblico, ma che per me è fondamentale. In tutti questi anni, l’amministrazione non ha mai aperto un tavolo reale con chi, sul territorio, avrebbe potuto contribuire concretamente. Per un hub dell’innovazione che non coinvolge chi innova è già in partenza una contraddizione in termini!

Non sarebbe la prima volta che Messina scambia l’annuncio per il risultato. Ricordiamo tutti la stagione in cui la città veniva presentata come la “città più smart d’Europa”. Un proclama rimasto tale; ancora oggi il sistema dei parcheggi cittadini utilizza tecnologie non certo all’avanguardia. Un progetto che resta per anni sulla carta rischia inevitabilmente di diventare uno specchietto per le allodole. L’innovazione reale è un’altra cosa, mi si consenta; è quella che crea posti di lavoro, che rafforza i centri di ricerca, che costruisce relazioni industriali, che attrae aziende e capitali anche oltre lo Stretto. Un esempio vale più di mille analisi. Il Sud Innovation Summit, l’evento sull’innovazione organizzato a Messina, ha totalizzato in tre edizioni una spesa di 657.580 euro. Duecentoventimila euro all’anno, circa, per portare relatori, allestire palchi, riempire sale di platea. Per raccontare l’innovazione, nella speranza di noi tutti che la costruisse anche. Speravamo in mattoni veri per un fulgido ecosistema, invece, sono stati messi in una narrazione.

Il vero investimento non si misura in metri quadri o in milioni di fondi europei, ma in anni di lavoro silenzioso fatto di programmi universitari ripensati attorno alla cultura d’impresa, bandi comunali per chi apre una startup in città, accordi con acceleratori e fondi, politiche abitative che rendano Messina attrattiva per i trentacinquenni qualificati che oggi scelgono città più dinamiche.

Quando nel 2030 l’I-Hub aprirà i battenti, chi ci sarà dentro? Ricercatori o render architettonici? Fondatori di impresa o funzionari in trasferta? Capitali privati o fondi pubblici che cercano di giustificarsi? La risposta non dipende dalla qualità del progetto edilizio. Dipende da quello che Messina sarà disposta a costruire, davvero, prima ancora di tagliare il nastro. La vera sfida, oggi, non è alimentare la polemica su chi ha gestito meglio o peggio il dossier, ma è mettere da parte divisioni e personalismi e costruire qualcosa di utile per la città, per i giovani, per l’economia locale. Se vogliamo davvero parlare di innovazione, badi bene di quella che crea lavoro, rafforza la ricerca, attrae capitali oltre lo Stretto, allora è il momento di smettere di raccontarla e iniziare a farla. Insieme. Perché un hub dell’innovazione non nasce quando si costruisce un edificio, ma quando si costruisce un ecosistem”a.

 

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