MESSINA. È stato presentato sabato scorso, 22 giugno, presso la Multisala Apollo, il film “Gli Immortali”. Ispirata alla storia vera della regista Anne Riitta Ciccone, la pellicola vede tra i suoi protagonisti Gelsomina Pascucci, come Chiara, e David Coco, nei panni del padre Vittorio.

Già presentato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, “Gli Immortali” è prodotto da The Film Club, Launchpad39a con Rai Cinema e distribuito da Europictures e Vision.
Con Ciccone, erano presenti all’Apollo anche la protagonista Gelsomina Pascucci e Lorenzo d’Amico De Carvalho che ha curato il montaggio.

Prima della presentazione, regista e protagonista non si sono sottratte alle domande, raccontando la genesi e le emozioni del film, nato da una promessa che Anne Riitta Ciccone aveva fatto al padre ed ispirato alle esperienze vissute mentre lui stava male.

La storia racconta infatti del ricongiungimento tra padre e figlia nel momento in cui lui torna a farle visita per trascorrere insieme il tempo rimasto. La protagonista Chiara, però, non vuole arrendersi e inizia a sentirsi in lotta con gli stessi dei ai quali aveva smesso di credere, condizionata anche dallo spettacolo teatrale che sta seguendo come tecnico luci.

“Quando ho vissuto la storia autobiografica che c’è dietro questo film – racconta Ciccone – stavo effettivamente lavorando al testo de Le Baccanti e mi ha fatto impressione la sovrapposizione tra sentimenti e tematiche. Da qui l’idea per il film.” Mentre Dioniso si vendica su Penteo e i tebani per aver dubitato della sua natura divina, infatti, anche la malattia di Vittorio sembra essere percepita da tutti come una punizione divina.

“Euripide – spiega ancora la regista – è un autore che ha sempre sbeffeggiato chi credeva negli dei, nell’ultima fase della sua vita evidentemente ha avuto qualche dubbio ma ha descritto un dio vendicativo. Questo mi interessava molto da diversi punti di vista, dal punto di vista filosofico e personale. Nel mio film la protagonista è un tecnico delle luci, non una regista, ma il testo a cui sta lavorando improvvisamente irrompe nel ricordo della storia reale che lei ha vissuto in ospedale con suo padre, com’è successo a me.”

La prima stesura delle sceneggiatura arriva nel 2004 e già nel 2005 la Rai propone di realizzare il film, ma Ciccone non era ancora pronta a riaprire quel capitolo. “Comunque – dice – Milena Jelinek, la script doctor a cui mi ero rivolta, mi aveva detto che ero 20 anni avanti, quindi in questo senso mi sono raggiunta.”

Le precisazioni temporali arrivano anche a causa di un’osservazione diffusa, quella, cioè, che il film sembra fare riferimento al Covid.
La pellicola porta infatti sullo schermo i travagli interiori della protagonista, proiettando lo spettatore all’interno del suo incubo in cui tutti sembrano spaventati dalla malattia e quindi si tengono a distanza e indossano mascherine. “Forse sono una veggente – scherza – oppure è stata semplicemente una formula narrativa per raccontare la sensazione di paura che c’era attorno a questo virus. Lì dove noi ci siamo ritrovati non abbiamo incontrato tanti angeli della corsia, c’era molto pregiudizio verso questi malati. Ovviamente c’erano anche l’infermiere con grandissimo senso di responsabilità, medici che restavano oltre il proprio turno, gente che rischiava, ma altri hanno reso ancora più orribile quei 19 giorni che abbiamo passato in ospedale.”

Arriva dall’influenza paterna anche l’idea di conferire al film un ritmo da opera fantascientifica e distopica. “Io e mio padre eravamo legati anche da un amore enorme per questo genere,” racconta nello spiegare la duplice natura di questa scelta che diventa quindi un ulteriore omaggio, ma è anche l’espediente per allontanarsi dal realismo completo e rendere di tutti la storia.

Per portare in scena questa storia così intima eppure universale, la scelta vincente è stata quella di affidare il ruolo a Gelsomina Pascucci che ha saputo emozionare e far comprendere.
“Inizialmente è stato pauroso,” dice del dover interpretare qualcuno ispirato alla stessa regista che la stava dirigendo. “Avevo una grande responsabilità, ma grazie all’aiuto di Anne (Riitta Ciccone), di David (Coco) e del resto del cast, dal momento in cui abbiamo iniziato a girare è stato semplicemente bello ed emozionante.”

“Questo film – conclude l’attrice – tratta di qualcosa che tutti prima o poi dovremo affrontare e mi piacerebbe che rimanesse la consapevolezza che non c’è un modo giusto di farlo. Ognuno di noi affronta certe cose in una maniera sua e personale.”

 

 

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