MESSINA. Lavori di messa in sicurezza della frana di Letojanni affidati d’urgenza a una ditta fiduciaria senza esercitare nessun controllo sull’esecuzione, di fatto realizzando una struttura dalla dubbia stabilità e dai costi gonfiati. È la triste storia raccontata nei dettagli nelle pagine dell’ordinanza che oggi ha portato alla sospensione del direttore generale del consorzio autostrade siciliano, Salvatore Pirrone, del dirigente, Gaspare Sceusa, responsabile dell’Ufficio tecnico, del funzionario responsabile della sicurezza Antonino Spitaleri. Ordinanza che ha imposto anche il divieto di esercitare impresa per 8 mesi all’imprenditore di Letojanni, Francesco Musumeci, titolare della ditta che eseguì i lavori in regime di somma urgenza.

La storia di lavori “inadeguati”, eseguiti in barba alla più basilare normativa, senza le necessarie autorizzazioni. Costi gonfiati, lavori consegnati in ritardo, penale sul ritardo ignorata, ditta che esegue nella più totale autonomia lavori pubblici, e manco a dirlo, documentazione deficitaria quando non assente.  Dopo quel lontano 5 ottobre 2015, gli unici lavori fatti sulla frana, sono quelli immediati della messa in sicurezza e oggi pare chiaro dalle indagini della procura di Messina come sono stati fatti e a spese dei contribuenti. Sono gli unici e sono inadeguati, infatti un anno dopo, e precisamente il 24 novembre del 2016, la barriera protettiva cede, lasciando che si riversi sulla carreggiata dell’autostrada impiegata per il transito dei veicoli un fiume di fango e detriti. Un vero e proprio pericolo per gli automobilisti cos’ come sottolineato dagli inquirenti, che contestano i reati di disastro ambientale, peculato e falsità ideologica.

Si inizia dal fatto che il Cas consegna i lavori senza alcuna indicazioni sugli interventi da effettuare così come previsto dalla legge, di fatto un “mandato in bianco”, così lo definisce il gip Eugenio Fiorentino. Nessuna indicazioni sul tipo di intervento né sul costo “appare indiscutibile infatti che, con delibera menzionata, il Cas, abbia sostanzialmente preso atto della determinazione dell’importo da liquidare operata dall’impresa, senza effettuare alcun tipo di vaglio della stessa, di fatto rimessa arbitrariamente al privato esecutore dei lavori”. Ma non basta: “Risulta ancora più anomalo che la Stazione appaltante (il Cas, ndr), abbia abdicato – nonostante l’importanza e la delicatezza dell’intervento – a vagliare l’idoneità dell’intera opera ad assicurare effettivamente la messa in sicurezza del tratto autostradale in oggetto. Anche prescindendo dall’assenza di qualsivoglia riferimento al progetto esecutivo dell’opera da realizzare, elemento certo è che questo non è stato elaborato dall’ufficio tecnico del Cas, nonostante nel verbale di affidamento dei lavori venisse delegata all’impresa Musumeci la sola esecuzione e non la progettazione dei lavori”.

In sostanza, niente è andato come previsto dalla legge: “La procedura di affidamento della progettazione avrebbe dovuto essere preceduta da selezione da parte della stazione appaltante (anche attraverso gara informale), soprattutto in un caso del genere, in cui i progettisti dovevano dimostrare un elevato livello di professionalità, quest’ultima, viceversa, si affidava totalmente al Musumeci (imprenditore di Letoianni, a capo della ditta che ha eseguito i lavori, ndr) – il quale conferiva l’incarico al Crinò ed al Torre, progettisti esterni, simulando che il progetto esecutivo fosse atto proprio del Cas, attraverso l’espediente di redigerlo su carta intestata del Consorzio, con le firme dei due progettisti e dello Spitaleri, che si autoqualificava direttore dei lavori, senza apporre però alcuna data all’elaborato, che risultava altresì sprovvisto di data di deposito presso l’Ente e di numero di protocollo”.

Peraltro il geometra addetto alla sicurezza delle strade, Spitaleri, sottoscriveva l’atto, così dandogli veste formale, ma “risultava privo delle competenze tecniche necessarie ad operare una valutazione di tale natura: l’assunzione (peraltro di fatto, non essendo stato emesso all’epoca alcun formale provvedimento) della direzione lavori non può che essere interpretata come indice inequivoco di mancata conoscenza dell’elaborato progettuale da parte del direttore dell’Ufficio tecnico.

Nessuna richiesta di nulla osta al Genio Civile, poi, da parte dell’ingegnere Francesco Crinò e del geologo Giuseppe Torre, a cui erano stati affidati progettazione e direzione lavori. Né il Cas interveniva a sopperire l’inadempienza.

Il compenso per i progettisti veniva poi fissato in 40.880 euro, a questo da aggiungersi 11 mila euro come compenso per il responsabile del procedimento e per il direttore dei lavori.

Somme che non potevano pesare sul Cas: nel caso della somma urgenza, infatti, l’indennità non può essere erogata, in questo caso poi mancava perfino la nomina formale e direttore dei lavori e responsabile del procedimento non avevano nessun rapporto formale con il Consorzio. Nonostante tutti questi punti, le somme venivano lo stesso fissate. Come se non bastasse Antonino Spitaleri, il 28 dicembre, autorizza un aumento di spesa di 100 mila euro, lo fa attraverso la stipula di una perizia di variante e suppletiva “non giustificata da alcuna documentata esigenza rappresentata nel provvedimento e non approvata” dal Cas. Il tutto porta il gip a scrivere: “Risulta plausibile ritenere che si sia cercato di mascherare, attraverso lo schermo della variante, l’effettiva destinazione dell’importo citato, aggiunto a quello inizialmente stabilito e volto a coprire anche i costi relativi alla progettazione delle opere”.

Eppure l’impresa aveva già ricevuto il 25 novembre la prima tranche di 313,586 euro, mentre il 22 gennaio sarebbe stata emessa la seconda per un importo di 161.335: “Per cui la variante, inserendosi tra i due s.a.l. (stato di avanzamento lavori, ndr) non trovava alcuna plausibile spiegazione alternativa”. Manco a dirlo, poi “i beni definiti necessari risultavano sostanzialmente superflui”, il gip infatti più avanti sottolinea che nella variante vengono inserite voci simili a quelle inserite nel progetto originario e che la “barriera leggera di contenimento massi veniva sostituita con altra con caratteristiche generiche”.

Ma c’è di più, la voce per la sorveglianza del movimento franoso nei 45 giorni successivi alla frana è stata inserita due volte aumentando il compenso per l’impresa fino a 22.102 euro senza che venisse “computata alcuna penale per la ritardata ultimazione dei lavori”.

Nel capitolato era infatti prevista una penale del 10 per cento per ogni giorno di ritardo, considerata la somma urgenza, la data di inizio è da considerarsi il 5 ottobre e di consegna, 45 giorni dopo, ovvero il 18 novembre: la conclusione dei lavori è però del 22 gennaio 2016. La penale, dunque sottolinea il gip “non avrebbe dovuto essere inferiore a 32.5000”, che non viene calcolata.

La stima economica dei lavori, poi, era stata fatta fuori dal prezziario dell’Anas, perlomeno per la parte più consistente della cifra finale di oltre 500 mila euro, per questo il consulente della procura scrive: “la soluzione progettuale adottata non è stata l’unica praticabile né tanto meno la più economica. Non si è riusciti a comprendere il motivo per cui non sia stata adottata la tipologia della terra rinforza per l’intera altezza del rilevato, prevedendo, con significativo risparmio in termini di costi dell’intervento, lavorazioni incluse nel prezziario Anas e sia stato invece previsto, con costi decisamente più elevati, l’impiego nella parte inferiore del rilevato di una complessa struttura di contenimento in acciaio, il cui sistema di ancoraggio peraltro, essendo stato verificato con codici di calcolo non confacenti al caso in esame, non fornisce ancor oggi sufficienti certezze circa la sua idoneità statica”.

Inoltre, “non risulta prodotta alcuna calcolazione geotecnica riguardante le verifiche sia dell’idoneità dei materiali impiegati per l’esecuzione della terra rinforzata che della stabilità interna ed esterna del rilevato, verifiche indispensabili per poter valutare il livello di sicurezza del rilevato realizzato, che, allo stato, resta indeterminato nonostante ridetto rilevato sia posizionato a ridosso della carreggiata autostradale riaperta al traffico”.

Il consulente più avanti sottolinea le “gravi irregolarità” nella contabilizzazione dei lavori. Somme in eccesso nella prima tranche, poi detratte nella successiva, di fatto pagando lavori prima che venissero effettuati, ma soprattutto variante che innalzava i costi non approvata dal Cas, con il risultato che la somma pagata dal Consorzio all’Impresa di 40.000 euro è del tutto illegittima.

Una ditta che, manco a dirlo, non aveva fornito alcuna garanzia fideiussoria “a garanzia dell’adempimento di tutte le obbligazioni del contratto e del risarcimento dei danni derivante dall’eventuale inadempimento”. Né aveva presentato polizza assicurativa. A queste richieste, infatti, il 24 novembre del 2016 il Cas rispondeva “la documentazione richiesta non è presente all’interno del fascicolo”. Per questo il gip scrive che “il Cas si sia disinteressato anche della (pur obbligatoria) costituzione delle predette garanzie da parte dell’Impresa – pur essendo come detto prevista in assenza la revoca dell’affidamento – provvedendo peraltro ad effettuare regolarmente i pagamenti dovuti”.

Il direttore generale del Cas, Salvatore Pirrone, trasmetteva il conto finale dei lavori “solo a seguito di apposita richiesta della polizia giudiziaria datata 16 settembre 2016”. La richiesta della polizia a settembre, il conto finale presentato da Pirrone che consegna solo dopo che gli agenti glielo chiedono porta la data del 12 ottobre successivo e con atto di liquidazione del saldo privo di data.

In conclusione: “Il progetto, redatto contro ogni disposizione di legge  – afferma il consulente della procura – da professionisti incaricati dall’Impresa affidataria, ha privilegiato la scelta di lavorazioni non ordinarie, e pertanto non previste nei Prezziari Anas di riferimento, il cui costo, determinati dai progettisti stessi con apposite analisi comunque discrezionale, è apparso non di poco superiore rispetto ad altre possibili soluzioni… l’intera gestione dell’appalto da parte dei dirigenti del Cas è stata in più occasioni inadempiente.. negli stati di avanzamento redatti dal direttore dei lavori si sono riscontrati errori e omissioni che hanno comportato la corresponsione all’Impresa di somme in eccedenza”.

Il 24 novembre del 2016 la barriera protettiva cedeva, lasciando che si riversasse sulla carreggiata dell’autostrada impiegata per il transito dei veicoli un fiume di fango e detriti.

Il Genio civile così descriveva l’accaduto il 6 dicembre del 2016: “… danno consistente principalmente in colamento materiale sciolto mista a detriti e rotolamento a valle di blocchi di diversa pezzatura e constatata l’inadeguatezza dell’esistente rete di bordo risultata sfondata a seguito dell’impatto del materiale franato… si ritiene utile la realizzazione dei sottoelencati ulteriori interventi in aggiunta a quelli previsti da codesto Ente: realizzazione di una nuova rete di protezione di bordo con materiali idonei all’assorbimento dell’impatto lapideo e adeguatamente tirantata…”.

E non è ancora tutto. Nel prezziario Anas venivano elencati criteri e procedure precise per la strutturazione dell’opera, completamente ignorate dall’impresa di Musumeci. L’opera poi doveva avere un adeguato collaudo e dei calcoli che ne confermassero la resistenza: inezie per i responsabili dei lavori, da quel che emerge dall’inchiesta. Nelle zone sismiche, ancora, è prevista la richiesta di autorizzazione al Genio civile, che inizialmente non è stata inoltrata, ma solo dopo la richiesta dell’ingegnere capo e cioè il 16 dicembre, Pirrone inviava una nota a Leonardo Santoro con gli elaborati dei lavori.

Ed è Santoro a sottolineare che una parte della documentazione da lui richiesta cioè quella relativa alla capacità di resistenza delle barriere di contenimento, gli era stata fornita direttamente da Crinò e per questo scriverà: “Quest’Ufficio prenderà in considerazione esclusivamente atti progettuali ufficialmente trasmessi dal soggetto pubblico proponente l’intervento, che rimane codesto Consorzio”.

 

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