di Carmelo Celona

E’ adagiato sul punto più alto di un sistema di dolci colline, un tempo prevalentemente coltivate a vite, che si affacciano con uno sguardo ampio sul Mar Tirreno con ad est la penisola di Capo Milazzo, ad ovest la falesia sulla quale svetta la “mite” Tindari e di fronte, all’orizzonte, le galleggianti splendide isole e del dio dei venti. Davanti l’incanto dell’istmo dei laghetti di Marinello visti da una prospettiva mozzafiato.  Si tratta di un gruppetto di case, frazione del Comune di Falcone. Un piccolo abitato con un panorama così suggestivo come potrebbe chiamarsi se non Belvedere? Questo toponimo al visitatore che vi giunge e gode ammirato la sublime visione pare scontato. Semmai può sembrargli una denominazione abusata. Quanti luoghi panoramici usano in Italia la denominazione “Belvedere”? Invece la storia di questa denominazione è singolare e recente. Si tratta di una forzata sostituzione amministrativa per ragioni di opportunità, per non ingenerare imbarazzanti equivoci semantici. Il generico e scontato Belvedere sostituisce un toponimo secolare che può essere sinonimo di postribolo. Questo ameno piccolo nucleo urbano per secoli sì è chiamato “Casino”. Ancor oggi per gli abitanti della zona quel borgo è il “Casino”. Un toponimo che per ingentilirlo, alle orecchie di donne e bambini, lo vezzeggiano in “Casineddu”. In origine fu l’amena casina di caccia del feudatario attorno alla quale pian piano sorsero le case della servitù. Queste favorirono l’insediamento di strutture funzionali alla fiorente produzione agricola del latifondo: palmenti, frantoi, silos, stalle, cantine, etc.  Presto il luogo si trasformò in un borgo rurale (con i servizi, la chiesa e persino un carcere) ove si trasferirono una parte degli abitanti del paese di Falcone. Nei palmenti si produceva un ottimo vino da taglio forte e scurissimo al quale alcune leggende locali conferirono grandi proprietà taumaturgiche. Pare che quel vino così corposo e denso, durante un’epidemia influenzale, abbia reso immuni tutti coloro che ne avevano fatto largo consumo. Così il rinomato nettare richiamava i beoni più girovaghi della provincia che con il pretesto vaccinale potevano farne immodesto uso terapeutico.

Ma quando è perché avvenne il cambio del toponimo da Casino a Belvedere? A seguito delle frequentazioni “eversive” il governo, come attività di controllo e deterrenza, concepì l’idea singolare di spostare nel borgo la Caserma dei Carabinieri che serviva tutto il comprensorio. Il luogo era sì ameno ma difficile da raggiungere per via di un aggrovigliato sistema di strade e stradelle. Così accadde che chiunque nella zona doveva rivolgersi ai carabinieri e raggiungere la caserma arrivato a Falcone era costretto a chiedere indicazioni agli abitanti. Dunque era frequente che durante quel via vai di persone si verificassero dialoghi come questo: “Scusate dove si trovano i Carabinieri?e la risposta era sempre: “.. o Casinu ”, marcando una sfumatura beffarda. Sull’ubicazione della caserma dall’equivoca denominazione toponomastica l’umorismo popolare ricamò molto. Così la Benemerita fu oggetto di continua ironia e sarcasmi imbarazzanti, fino a quando questo continuo dileggio, che alludeva alla sede della caserma come un lupanare, non fu più tollerato. A quel tempo  la legge Merlin non aveva ancora abolito le frequentatissime case di piacere e quindi è facile immaginare quanti doppi sensi lascivi e sfottò si creassero facendo riferimento a quel presidio militare. Anche la carta intestata della caserma si prestava a facili ironie. Leggere nei dispacci o nei verbali che la caserma era ubicata nel Casino di Falcone lasciava immaginare scenari lubrichi. Questo toponimo per un’istituzione così seria e celebrata era motivo di ricorrente profondo imbarazzo, e non potendo spostare la caserma per i motivi strategici di cui sopra andava necessariamente cambiato nome alla località. Così, pressato dal Ministero della difesa, il Comune di Falcone si determinò per una variazione toponomastica, sostituendo il secolare toponimo con la denominazione più ovvia e scontata: Belvedere. Finita l’emergenza militare la caserma fu spostata in paese dove è comodo raggiungerla e più facile la sua operatività, ma il toponimo ufficiale rimase, anche se ancor oggi, come già accennato, per tutti, falconesi e non, quel borgo ameno sulla collina si chiama: “Casino”.

L’abitato nel XIX secolo subì un ulteriore espansione grazie all’insediamento di una nuova funzione produttiva: la salatura del pesce azzurro. Falcone per molto tempo basò la sua economia sul “salato”. Il centro tirrenico era rinomato per la lavorazione delle acciughe e la loro conservazione sotto sale, la cui qualità era considerata alla stregua di quella delle celebri acciughe di Sciacca. Il pesce azzurro abbondava nel golfo di Patti ma non era trattato dalle tonnare che in esso si operavano (S.Giorgio, Oliveri, Tonnarella) così si specializzò Falcone. Si trattò di un’economia di ripiego ma efficiente, complementare a quella prospera delle tonnare. Il tonno era riservato alle tavole dei ricchi e dei borghesi, la povera gente che non poteva permetterselo e ripiegava sul pesce azzurro, specie salato, di cui poteva fare un frequente consumo e garantirsi le proteine necessarie al sostentamento. La lavorazione di sarde, acciughe e altro pesce azzurro all’inizio si svolgeva in prossimità dell’arenile, ma presto, per comodità e per liberare la spiaggia, il pesce, privato delle interiora, veniva portato su in collina, al Casino, dove sorsero dei piccoli opifici che trattavano la salagione.

Il Casino fu un luogo in cui passò un pezzo della storia recente della Sicilia. Pare che per un lungo periodo nel piccolo borgo, per via della sua posizione strategica, si davano convegno i separatisti dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana). Si narra che vi soggiornò anche il suo comandante Antonio Canepa, l’intellettuale anarchico e guerrigliero che insieme a Finocchiaro Aprile fu leader del MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), un soggetto politico che riscosse molto consenso nell’isola dal 1943 al 1945. Movimento che aveva due anime: una capeggiata da Andrea Finocchiaro Aprile ideologo e rappresentante politico del movimento; l’altra, radicale, attivista e guerrigliera rappresentata da Antonio Canepa. I due furono il Castro e il Guevara di Sicilia. Canepa raffinato intellettuale, filosofo del diritto, anarchico, antifascista, scrisse, con lo pseudonimo di Mario Turri, “la Sicilia ai siciliani”. Un manifesto indipendentista d’ispirazione socialista nel quale Canepa inneggiava ad “una Sicilia pacifica, laboriosa, ricca, felice, senza tiranni e senza sfruttatori”. Canepa fu un autentico patriota siciliano. Il movimento separatista marcatamente socialista fu presto infiltrato anche da conservatori e latifondisti che si fecero spazio anche ai vertici, depotenziandolo del suo portato progressista. Uno di questi fu il conte Lucio Tasca che dichiarandosi separatista, in contrapposizione al manifesto di Canepa, pubblicò: “Elogio del latifondo siciliano”. All’interno del movimento si verificò un fatale corto circuito che culminò prima nell’uccisione, in circostanze oscure, del Canepa, da parte dei Carabinieri, e subito dopo nella concessione dell’autonomia della Regione Sicilia da parte del nuovo governo repubblicano. Non è da escludere che la presenza di Canepa e del suo esercito socialista volontario nel piccolo borgo panoramico siano stati il lievito che dette origine alla ferrea tradizione progressista dei falconesi. In un’area geografica dove governavano forze reazionarie ed il consenso popolare era ovunque intercettato dalla D.C., nella quale i latifondisti e i baroni già da tempo avevano messo a capo i loro uomini, a Falcone il partito di maggioranza era il PCI capeggiato da un illuminato medico condotto, tale Giuseppe Pelleriti. Si pensi che nelle prime elezioni politiche del 1946 il partito comunista a Falcone, raggiunge lo storico suffragio di 800 voti, quando ad Oliveri, il paese limitrofo, i voti dati al PCI furono solo 3. Chi scrive ha avuto l’onore di frequentare spesso questo borghetto e di bere il suo vino, accompagnato da Emilio Minghetti, un’autorità morale per il paese. Egli fu l’ultimo vero, grande e puro comunista, detentore di quel Genius loci progressista seminato dall’Evis e dal Canepa. Dal compagno Minghetti ho appreso questa storia e ad egli, raccontandola, rivolgo un commosso ricordo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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