MESSINA. Da Messina a Baltimora: andata e… nessun ritorno. Questa è la storia delle quattro statuette con i simboli degli evangelisti Matteo, Giovanni, Marco e Luca (ultimo quarto del XV secolo) che fino al terremoto del 1908 facevano parte del grande Evangelistiario del Duomo. È la storia di un gruppo di opere che nel 1910 ha varcato l’Atlantico e che dal 1931 si trova esposto al “Walters Art Museum” (fino al 2000 “The Walters Art Gallery”) di Baltimora. Le Statuette, nonostante la notorietà in ambito specialistico (con scritti che coprono un arco di tempo che va dal 1606 al XXI secolo), a Messina sono stranamente assenti nella pubblicistica locale. L’ultimo testo che le menziona si deve a Giampaolo Distefano (Università di Torino) che, nel suo saggio Il cofanetto di Siracusa con i Mesi e lo Zodiaco e le sue implicazioni (2020), scrive “[…] Nella cattedrale messinese erano conservati importanti bronzi di produzione fiamminga poi confluiti nelle raccolte del Walters Art Museum di Baltimora” (in Corrispondenza e scambi tra il Mediterraneo e le Fiandre: la cultura artistica in Sicilia tra Medioevo e Rinascimento, Atti del convegno, p. 85).

La pubblicazione più completa ed esaustiva sulle opere è di Maia Wellington Gahtan, The “Evangelistario” from the Cathedral of Messina, The Journal of the Walters Art Museum, 59 (2001), pp. 59–72. Il saggio ricostruisce la storia, la funzione e il significato liturgico della struttura di cui le quattro statue facevano parte, ovvero un “Evangelistario”, che l’autrice descrive come “quattro magnifici reggilibri in ottone che un tempo appartenevano a un grande leggio multiplo alto forse fino a tre metri”. Ciascun piano di lettura era sostenuto dal relativo simbolo evangelico: l’uomo/angelo che rappresenta San Matteo, il leone (San Marco), il bue (San Luca) e l’aquila (San Giovanni). L’apparato era sormontato da un pellicano, simbolo del sacrificio di Cristo. Lo stile e la tecnica – in particolare l’uso di perni rettangolari in lega di ottone – secondo Wellington Gahtan permettono di attribuirne la produzione all’area di Maastricht verso la fine del Quattrocento, all’interno della più ampia tradizione dei leggii in bronzo prodotti tra XIV e XVI secolo nell’Europa settentrionale, sottolineando come Messina fosse uno dei principali punti di importazione in Italia.
Una testimonianza diretta dell’Evangelistiario” è quella di Matthew Digby Wyatt, che, nel suo Metal-work and its Artistic Design (Londra, 1852), scrive come la struttura fosse “fatta per ruotare, così che… il sacerdote… deve soltanto far girare il piano di lettura finché non ha davanti a sé il Vangelo richiesto”.

Il saggio della Wellington Gahtan mette in relazione l’opera con altri due leggii, uno alla Certosa di Champmol e l’altro a Dunkeld. Per quanto riguarda la definizione, che si deve a Giuseppe Buonfiglio Costanzo, essa potrebbe derivare dal drappo liturgico usato per adornare l’Evangeliario, ovvero l’Evangelistario. L’opera apparteneva, quindi, a una lunga tradizione di arredi liturgici bronzei che caratterizzava la Cattedrale. L’autore nel suo Messina. Città Nobilissima descritta in VIII Libri (Venezia, 1606) a pagina 28, così la descrive: “Dinanzi alle tre cappelle maggiori si veggono dieci grossi e alti doppieri di bronzo, oltra del sostengo de’ lampadari a meraviglia bello, l’Evangelistario con i quattro animali descritti da Ezechiele e l’eminentissima colonna d’alabastro cotognino di non poca valuta dirizzata per sostengo del Cero Pasquale”.
Nel testo della Wellington Gahtan, si sottolinea come Messina, grazie ai suoi intensi rapporti commerciali, possedesse in più chiese leggii bronzei di alta qualità. Oltre a quello del Duomo, si ricorda, ad esempio, l’esemplare della chiesa di San Francesco, oggi al Museo Regionale di Messina, studiato da J. Squilbeck in Le lutrin-pélican de Borneval, Bulletin des Musées royaux d’art et d’histoire, 11 (1939), 126–36.

Ma le statuette, come arrivano negli Usa? Nel 1910, si legge, l’Evangelistiario entra nelle collezioni di Henry Walters, che lo acquista dal commerciante parigino Raoul Heilbronner. Le note interne del Walters Art Museum dichiarano che l’antiquario sosteneva di aver ottenuto i frammenti dalla cattedrale di Reggio Calabria. Tuttavia, la spiegazione viene contestata e definitivamente smentita da Marvin Chauncey Ross, il quale, nel suo Vier Evangelistenpulte aus Messina, Pantheon, 22 (1938), 290, scrive: “Non vi è alcuna prova che la Cattedrale di Reggio Calabria abbia mai posseduto un leggio di questo tipo, e vi è documentazione fotografica che invece lo possedesse la cattedrale di Messina”. A questa testimonianza Ross aggiunge un elemento determinante: “Lo stesso Mr. Walters, parlando con un amico, affermò che questi pezzi provenivano da Messina e che erano stati venduti per contribuire alla riparazione dei danni alla Cattedrale causati dal terremoto”.
Ciò che resta da capire è come le quattro statuette siano giunte in possesso di Heilbronner. Un documento fondamentale per capire ciò che accade a Messina dopo il terremoto del 1908 è la lettera del Soprintendente Antonio Salinas, datata 30 gennaio 1909 e pubblicata in Scritti scelti (Palermo, 1976–77), vol. II, pp. 423–24: “Ad eccezione degli avanzi del soffitto, pei quali non era possibile di trovare posto, tutto il materiale artistico del Duomo si è lasciato nel Duomo stesso e nei magazzini espressamente costruiti presso”.
L’autrice, per ricostruire il clima in città, parla anche dello scontro tra il Consiglio Comunale di Messina e la Soprintendenza. Il caso esplode pubblicamente quando un componente d’aula, il Professor Fleres, pubblica una lettera sul Corriere di Sicilia (6–7 agosto 1913), criticando la gestione del patrimonio. La risposta di Salinas – pubblicata il 9 agosto 1913 – è netta: “Tornando ora all’interpellanza Fleres, è notorio che i negozi di antichità di Palermo son pieni di oggetti provenienti da Messina e così pure quelli di Taormina, di Catania, di Napoli, di Roma; oggetti venduti dai proprietari ma più di sovente risultato di furti che si fecero e che si continuano a fare, pur troppo, presso chiese o presso enti morali, amministrati da gente ignorante o, talvolta, ladra addirittura”.

Come già accennato, la “scomparsa” dell’Evangelistario si colloca tra il terremoto del 1908 e il 1910, quando i quattro reggilibri superstiti vengono acquistati da Walters. Al momento del sisma, i beni ecclesiastici non erano protetti automaticamente: le normative esistenti (legge Lanza 1865, Regolamento 1871, legge 1904) permettevano solo interventi caso per caso e non prevedevano un divieto generale di esportazione per i beni mobili delle chiese. La situazione cambia però pochi mesi dopo il disastro, con la legge 364/1909, che rende i beni ecclesiastici di interesse storico-artistico vincolati ope legis e non esportabili senza autorizzazione ministeriale. Poiché lo spostamento negli States avviene nel 1910, il leggio era quindi ormai soggetto a tale regime.
In assenza di un’autorizzazione, la sua uscita dall’Italia sarebbe stata quindi non conforme, configurando un caso emblematico di dispersione in un momento cruciale di transizione legislativa. La legge del 1909 è stata assorbita dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, approvato con il Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, ma non risulta che ci sia mai stato un interessamento da parte dello Stato per la restituzione delle Statuette.



