MESSINA. L’inchiesta della Procura di Trapani che ha portato alle dimissioni dell’assessore alla Salute della Regione Siciliana Ruggero Razza, ai domiciliari per tre tra funzionari e dirigenti regionali (Letizia Di Liberti, Emilio Madonia e Salvatore Cusimano) e l’iscrizione nel registro degli indagati per Mario Palermo e Ferdinando Croce, ha fatto emergere “un quadro a di poco sconcertante e sconfortante del modo in cui sono stati gestiti i dati pandemici regionali, in un contesto in cui alla diffusa disorganizzazione ed alla lentezza da parte degli uffici periferici incaricati della raccolta dei dati si è sommato il dolo di organi amministrativi e politici ai vertici dell’organizzazione regionale”, scrive il giudice per le indagini preliminari Caterina Brignone, che ha firmato il provvedimento.

In pratica l’inchiesta, nata dalla scoperta che in un laboratorio di Alcamo erano stati forniti dati falsati su decine di tamponi, indaga su una quarantina di casi di falso, in cui i dati di contagi e tamponi (ma anche di guariti e di morti) venivano “spalmati” su giorni diversi da quelli della rilevazione, con l’obiettivo di mantenere il rapporto positivi/tamponi (questi ultimi in qualche occasione gonfiati) al di sotto di soglie di allerta che avrebbero fatto scattare misure restrittive (che poi sono comunque scattate, tra l’altro su richiesta dello stesso Razza). Dall’inchiesta, però, non emerge, perlomeno in maniera chiara e inequivocabile, la circostanza che i contagi siano stati “cancellati”.

Tra le carte dell’inchiesta rientra direttamente Messina, i cui numeri sono stati aumentati o diminuiti, in un periodo di tempo che va dal 15 novembre fino a grossomodo l’inizio della zona rossa (11 gennaio per Messina, 17 gennaio per il resto della Sicilia), data in cui il pregresso si assesta. Il 18 gennaio, infatti, si legge nell’ordinanza della Procura di Trapani, Razza “ha disposto che oggi devono recuperare i dati pregressi non comunicati e terminarli tutti oggi stesso, così da concludere il recupero dei dati“.

Il primo episodio risale al 15 novembre quando, secondo Di Liberti, “Messina ne deve caricare 736“. Il 29 novembre sono 662. Si salta al 22 dicembre, in cui, scrivono gli inquirenti, Di Liberti “decide di far aumentare di almeno 500 il numero complessivo dei tamponi ed abbassare il numero dei soggetti positivi al Covid-19, riferiti alla Provincia di Messina di 40 unità“. Nel giorno di Natale, a Messina vengono tolti altri 50 positivi. Da notare che i contagi non vengono “cancellati”, non spariscono: vengono “spalmati” su più giorni, approfittando anche del fatto che durante le festività ed i weekend il numero dei tamponi, cos’ come quello dei contagi, inevitabilmente scende. Conclusione alla quale arrivano gli inquirenti. “E’ chiaro che il Dirigente Generale, in considerazione delle festività natalizie, ha in qualche modo “spalmato” i dati della pandemia in modo da poter comunicare un dato statistico costante senza far presupporre, in tal modo, un abbassamento dei dati giornalieri“. E infatti, i contagiati riappaiono nei giorni di “calma”. Per il 26 dicembre, nell’ordinanza si legge che Di Liberti,  visto che “il dato dei tamponi che si attesta a 1.200. gli suggerisce (a uno degli indagati, Salvo Cusimano, ndr) dapprima di innalzarlo a 3.038 e subito dopo a 4.038. La stessa Di Liberti gli dice di innalzare il dato dei positivi di ulteriori 100 portandolo a 337“.

Tornando a Messina, il 2 gennaio Di Liberti dice “io però su Messina vedo che ne devono caricare ancora 366“, e secondo Cusimano il problema è che nei giorni precedenti qualche dato non è stato caricato direttamente dall’Asp, perchè i numeri sono troppo bassi (“Messina ce ne sono caricati 146 tamponi“, spiega). L’azienda sanitaria provinciale scontava ancora il ritardo nel caricamento dei positivi delle settimane addietro. Alla fine, a Messina ne sono imputati 103, un dato che si discosta da quello dei giorni precedenti e successivi di un centinaio di unità.

La data fatidica è l’8 gennaio: a Messina il contagio è ormai fuori controllo, e i positivi sono 500: talmente tanti che Di Liberti ipotizza possano esserci problemi con il laboratorio del Policlinico che esamina i tamponi: su 878 tamponi molecolari, la metà sono positivi, spiegano dall’Asp, aggiungendo che su 350 ne sono risultati positivi 101. Sono i numeri che, negli stessi istanti della conversazione, inducono Maria Grazia Furnari a chiedere la zona rossa per Messina, città e provincia. Il numero fuori scala ha una sua spiegazione: si tratta infatti di risultati di test che erano stati somministrati fino a una settimana prima, e vuoi per le feste, vuoi per i finesettimana, avevano finito con l’arrivare tutti in una volta, sballando numeri e percentuali.

La spiegazione è di Ferdinando Croce (“abbiamo fatto fare tutti in una volta quelli dal 30 dicembre ad ora, perché abbiamo avuto un sovraccarico con il drive in del gasometro, della Caronte, quindi è possibile che sia questo il numero ma è spalmato su 8 giorni”): plausibile ad osservare i numeri. “Il dato dei positivi comunicato risulta “scremato” di almeno 300 “positivi” tolti dalla provincia di Messina che, invero, riporta solo 361 casi e non i 761, riferiti ad alcuni giorni addietro“, conferma l’ordinanza del Gip. Il problema è che a fronte dei contagi in impennata, non ci sono altrettanti guariti.

Che ci sono, probabilmente molti, ma aspettano di essere “caricati” nel sistema da trenta giorni, e quindi non sono conteggiati. Lo spiega la stessa Di Liberto. “Sto facendo estrapolare i guariti da 30 giorni, che questi ai tempi della circolare sono quelli che si possono caricare già come guariti, va fatta la fine isolamento e la guarigione“, spiega la dirigente. Oltre che per far quadrare correttamente i numeri, l’inserimento dei guariti, mai caricati, “serve per bilanciare le polemiche su Cateno De Luca, cioè quindi per fare bella figura, per far vedere che ci sono i guariti“, si legge nelle carte dell’inchiesta: il sindaco di Messina è in guerra aperta contro l’Asp e la Regione sulla gestione della pandemia. Ma ormai è fatta, Messina è in zona rossa.

I guariti c’erano, o era solo una strategia? C’erano, eccome: nel giro di tre giorni, dal 13 al 15 gennaio, in tutta la Sicilia passano da 654 a 1294 per arrivare a 1643: segno che la Regione aveva iniziato a caricarli. Solo che, come i contagiati, nella concitazione dei giorni di festa, che coincidevano con quelli dell’esplosione dei contagi, non erano stati conteggiati nel sistema informatico, e in molti casi erano stati dimenticati: chi dopo la positività ha subìto 21 giorni di isolamento, per la legge risulta guarito. In questa situazione, a Messina ce n’erano parecchi, un  numero tale da bilanciare quasi il numero dei nuovo contagi. Che rimaneva comunque alto e allarmante, tanto da spingere l’allora commissario ad acta per l’emergenza covid a Messina, Maria Grazia Furnari, a chiedere l’istituzione della zona rossa, successivamente concessa con decreto di Razza e del presidente della regione Siciliana Nello Musumeci, l’8 gennaio 2021, la stessa data della telefonata in questione. A conferma del fatto che i contagi non erano comunque nascosti, c’è l’affermazione di Diliberti del giorno dopo: “no anche 100 ce ne puoi aggiungere a Messina.. vediamo di recuperare”.

Poi c’è la questione del “35 percento”: ad un certo punto, ad inizio anno, la percentuale di tamponi positivi a Messina aveva superato di poco il 35%. Percentuale altissima, che avrebbe imposto le misure restrittive che poi sono arrivate, ma che è piuttosto fuorviante. Perchè il numero (comunque alto, e segno di un contagio diffuso in atto) era calcolato presumibilmente solo sui tamponi molecolari, quelli con attendibilità maggiore rispetto ai rapidi, ma proprio per questo con maggior percentuale di positivi (la positività al tampone rapido deve essere confermata col molecolare, effettuato quindi in situazioni di conferma di diagnosi su soggetti già probabilmente positivi, quindi il campo di possibilità di negativi si restringe di parecchio). Per questo, il Governo dal 15 gennaio ha disposto che i due valori confluissero poi in un unico conteggio, influenzando direttamente il calcolo del tasso di positività basato sul rapporto fra casi positivi e tamponi eseguiti. Troppo tardi: Messina era appena entrata in zona rossa, la Sicilia ci sarebbe entrata nel giro di qualche giorno.

La riprova è data dalla percentuale bassissima tamponi/positivi rilevata all’ex Gasometro, aperta sia per chi (messinese) sbarcava in Sicilia, sia per il resto della popolazione. Nelle prima settimana, dal 14 al 21 dicembre, su 10548 tamponi (rapidi) sono stati riscontrati 59 positivi, lo 0,55%. La percentuale si è alzata nei giorni successivi, anche di molto, oltrepassando il 6%, per esempio, il 10 gennaio, il giorno prima che per Messina fosse disposta la zona rossa, e iniziando a scendere drasticamente mentre erano in atto le disposizioni restrittive. Numeri molto lontani dal 35%.

Proprio i tamponi (non specificamente per Messina) sono uno dei cardini dell’inchiesta: gli inquirenti, infatti, puntano a dimostrare come Letizia Di Liberti avesse deliberatamente aumentato il numero di test per far rientrare i contagi dentro la percentuale del 10%, o comunque quanto più vicino possibile (il “cut-off”, che fa scattare la soglia di allerta è fissato dal Governo nazionale al 15%). “Viene gonfiato ad arte il numero dei tamponi, nella più chiara e piena consapevolezza della falsità del dato e con l’intento di “giocare” sul rapporto tra numero complessivo dei tamponi e numero dei soggetti risultati positivi per restare al di sotto delle percentuali giudicate di massimo allarme. Peraltro, il progressivo aumento del numero di soggetti positivi “costringe” a ritocchi del numero di tamponi effettuati tanto consistenti da arrivare a diverse migliaia“, scrive nell’ordinanza il Gip, concludendo con un tranciante “I valori indicati sembrano totalmente disancorati dalla realtà“.

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Pupi
Pupi
31 Marzo 2021 22:27

Chiunque abbia letto le intercettazioni capisce che non erano nascosti o cancellati, ma perché questa frenesia durata QUATTRO mesi?! Politica e amministrazione passavano le giornate a far e falsar le quadrature (caderu tri chili e tri, chi fazzu, LASSU?!) anziché migliorare il sistema e i processi di tracciamento? In galera solo per questo, grazie.

Domenico
Domenico
1 Aprile 2021 19:27

Già il fatto che zia e nipote lavorassero insieme è di per sè strabiliante, solo in Sicilia…