MESSINA. La prima settimana di ritorno a scuola, a Messina, si è conclusa più o meno come l’ultima, prima di Natale: con molti dubbi e un po’ di confusione e qualche interrogativo. Classi piene in alcune scuole e altre invece semivuote o deserte in qualche altra, a causa della decisione dei genitori di non portare i propri figli a scuola per paura di contrarre il Covid, nonostante l’entrata in vigore della zona arancione e i dati incoraggianti emersi dall’ultimo screening comunale (in linea con i precedenti a Messina, con quelli provinciali e regionali e con quelli delle altre città).

A tornare sui banchi, dopo le vacanze natalizie e la chiusura imposta dalla zona “ultra rossa” disposta da Cateno De Luca, sono stati gli studenti delle scuole dell’infanzia, delle elementari e delle medie, mentre per le superiori si inizierà oggi, con la didattica in presenza al 50% e la partenza ad handicap causata dallo sciopero dell’Atm (la manifestazione è nazionale e coinvolge tutti gli addetti al trasporto pubblico locale).

Nel frattempo continua a imperversare la polemica fra i due fronti opposti: da un lato chi vorrebbe proseguire con la Dad, malgrado l’assenza di focolai e il responso dei numeri; dall’altro chi è da sempre favorevole alle lezioni in presenza (anche a fronte del pericolo “dispersione scolastica”, molto accentuato in questi mesi).

Cosa dicono i numeri? In base all’ultima campagna di screening, che si è conclusa il 28 gennaio, il tasso di positività del personale scolastico che si è sottoposto al test (alunni, Ata, docenti ma anche genitori) è stato dello 0,30 per cento, ovvero 25 casi su 8180 test rapidi somministrati (in totale gli studenti del comune, di ogni ordine e grado, sono circa 30mila, di cui 19500 negli istituti comprensivi, spiega l’assessore Laura Tringali). Una percentuale che combacia perfettamente con quella riscontrata più o meno nello stesso periodo nel Comune di Palermo, dove, con le scuole aperte fino alla prima media (a differenza di Messina), il dato si è assestato allo 0,39% (su 34mila test).

E in provincia? Il responso non cambia. Secondo l’ultimo bollettino dell’Ufficio Scolastico Regionale sulla situazione epidemiologica nelle scuole di Infanzia e del I Ciclo nella provincia di Messina, con dati aggiornati al 25 gennaio 2021, la percentuale è dello 0,32 per cento: ovvero 157 alunni positivi su un totale di 49.369.

Stesso discorso per il resto della regione, dove il tasso di positività all’1 febbraio è persino più basso (0,27%, 1186 alunni su quasi 442mila), e uguale a quello della scorsa settimana al decimale (sempre 0,27%, 1168 positivi su 440mila alunni), nonostante le scuole siano rimaste aperte nella maggior parte dei comuni anche in regime di zona rossa.

 

 

Un altro dato interessante è quello che emerge dal raffronto fra i risultati dell’ultimo screening nelle scuole di Messina, con una considerevole discrepanza fra la percentuale di contagi fra gli alunni e quella del resto della popolazione (si parla sempre di test effettuati nel periodo compreso fra il 23 e il 28 all’ex Gasometro): mentre nel primo caso la percentuale di positività è dello 0,30, nel secondo il numero cresce a 1,47% (30 positivi su 2033 tamponi).

 

La tabella riepilogativa, a cui vanno aggiungi i dati del 28 (otto positivi in totale su 1894 tamponi – 3 su 1602 nelle scuole)

 

 

 

 

 

 

 

 

Un ulteriore dato significativo è che nelle tre campagne di screening effettuate a Messina città, in provincia, negli altri capoluoghi e in tutto il resto della regione, la percentuale di positivi riferibili alle scuole oscilla sempre intorno al 0,30/0,40 per cento, nonostante l’impennata di contagi dell’ultimo mese. Curiosamente l’aumento generalizzato dei positivi sembra non avere influenzato quasi per nulla i numeri “scolastici”, indipendentemente dal fatto che i plessi fossero chiusi (come a Messina e in vari comuni della provincia) o aperti (come nella maggior parte della Sicilia).

A fornire una possibile interpretazione sui numeri e sulle soluzioni da adottare è il consigliere comunale di Sicilia Futura, nonché dirigente scolastico, Piero La Tona, che già in passato aveva espresso la sua contrarietà alla chiusura degli istituti. «Sono d’accordo – spiega – con il ritorno in classe nelle scuole elementari e medie, mentre per le superiori è più complicato, considerando i maggiori pericoli di assembramenti, l’utilizzo maggiore dei mezzi pubblici e i vari “fuori sede” provenienti dalla provincia. Per questo una soluzione consona potrebbe essere quella di alternare la presenza e la didattica a distanza di metà classe ogni settimana, come prospettato».

C’è però un problema, legato alle infrastrutture tecnologiche delle scuole. «Su 102 plessi quanti sono quelli effettivamente attrezzati con computer e soprattutto connessioni adeguate per la didattica a distanza?», si chiede, facendo gli esempi agli antipodi del Cuppari («Con 20 mega come faccio a garantire la rete per tutti?») e del Minutoli, dove c’è la fibra.

Altra questione è quella della dispersione scolastica, delle ovvie ripercussioni psicologiche sui ragazzi e del crescente numero di assenze (anche in Dad): «Non abbiamo ancora dati effettivi sul Comune per quanto riguarda la dispersione, un fenomeno che avviene soprattutto alle superiori, ma di certo è una problematica di cui tenere conto».

Nonostante i numeri siano abbastanza chiari, e non ci siano controprove fattuali che portino a credere il contrario, in città c’è chi chiede ancora a gran voce il proseguimento della Dad, come alcuni genitori dell’Istituto Evemero, plesso di Faro Superiore, che hanno scritto una lettera alla Dirigente scolastica facendo riferimento a numerosi studi autorevoli di illustri scienziati (non citati) in base ai quali “la riapertura delle stesse potrebbe favorire, dopo la fine di un lockdown, la ripresa più vigorosa del contagio”. Fra le loro richieste la somministrazione di tamponi a tutti gli studenti ogni 5 giorni.

«Gentilissima Dirigente (…), Abbiamo ritenuto opportuno manifestarLe le nostre preoccupazioni in merito al rientro in classe previsto dall’ultima ordinanza regionale. La nostra richiesta – si legge – è frutto di numerosi confronti e riflessioni dettati dall’incertezza dell’attuale situazione pandemica, che ad oggi è, purtroppo, molto preoccupante. Riteniamo che le scuole non siano affatto sicure e che addirittura rappresentino uno dei possibili veicoli di diffusione del virus. Se nei giorni scorsi vi è stata una campagna di screening di massa della popolazione scolastica, compresi famiglie e personale docente e non docente, è però vero che la bassissima percentuale di partecipanti non ha offerto sufficienti garanzie di sicurezza, così come è altrettanto vero che i tamponi, effettuati più di una settimana prima del rientro a scuola, non garantiscono, dopo tanti giorni, il mantenimento della negatività. Per avere infatti maggiore sicurezza bisognerebbe fare (come è risaputo) tamponi a tutti almeno ogni cinque giorni e comunque contestualmente al rientro a scuola. Sappiamo bene però che si tratta di una cosa molto difficile da poter attuare. Illustri scienziati e studiosi, quotidianamente invitano a tenere le scuole chiuse per l’alto rischio di diffusione del virus e sottolineano che la scuola rappresenta un vero e proprio esempio di assembramento, la cui intensità non è riscontrabile in altri ambiti. Riteniamo, sempre sulla base di indicazioni scientifiche, che non sia prudente, quindi, la presenza di più alunni in una stessa aula, soprattutto per sei ore di seguito, e, per di più, costretti ad indossare mascherine durante tutto l’arco della mattinata. Come sappiamo, inoltre, studi recenti dimostrano che il virus si diffonde con l’emissione di droplets parlando anche a due metri di distanza e che è sufficiente stare anche trenta secondi vicini ad un soggetto positivo che parla per potersi contagiare. Figuriamoci quindi, cosa può succedere in un’aula con tanti alunni che parlano seduti vicini per sei ore, sia pure a distanza di un metro. Le mascherine chirurgiche, poi, non sono certamente efficaci e le finestre in inverno non possono restare aperte. A ciò – proseguono – si aggiunga che i ragazzi soffrono nell’indossare le mascherine per tutte quelle ore ma, come è ovvio, di esse non si può fare a meno. Studi autorevoli, ancora, dimostrano come la chiusura delle scuole sia la seconda misura utile ad evitare il diffondersi dei contagi e come la riapertura delle stesse possa favorire, dopo la fine di un lockdown, la ripresa più vigorosa del contagio medesimo», sostengono, chiedendo quindi l’attuazione della didattica a distanza e facendo riferimento a regioni come la Puglia e la Calabria, dove sono stati adottati provvedimenti che consentono alle famiglie l’opzione di scelta tra la didattica in presenza e quella a distanza.

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