MESSINA. L’autorizzazione ad un intervento chirurgico per l’adeguamento del sesso da femminile a maschile ed anche il cambiamento del nome di battesimo. Un provvedimento dal contenuto molto delicato, con il quale il tribunale civile (presidente Caterina Mangano, componenti Corrado Bonanzinga e Viviana Cusolito) ha riconosciuto ad una giovane messinese il diritto di cambiare sesso. Il tribunale ha autorizzato il trattamento medico-chirurgico per l’adeguamento dei caratteri sessuali, e il cambio dati nei documento d’identità: l’ufficiale di stato civile del Comune peloritano sarà obbligato a rettificare, nel proprio registro, sia indicazione del sesso, sia il nome di battesimo.

“La sentenza del Tribunale di Messina può essere considerata una pietra miliare in questa materia che attiene alla sfera più intima della persona” spiega l’avvocato Giovanni Scavello che ha assistito la persona nel giudizio davanti al tribunale civile. “I giudici – prosegue – hanno salvaguardato la libertà individuale e relazionale, che rappresenta una delle parti più rilevanti della sfera privata”. Nella sentenza il tribunale evidenzia che oggi “la scoperta dell’identità di genere costituisce un percorso che, grazie al minor stigma sociale, prende spesso avvio già in età preadolescenziale e si compone di terapie ormonali, di chirurgia estetica, sostegno psicoterapeutico”.

Ad avviso del collegio, “il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è, anche in mancanza dell’intervento di demolizione chirurgica, il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale”. Il tribunale ha disposto anche una consulenza tecnica d’ufficio che ha fatto emergere come “il trattamento ormonale avviato nel 2015 e il percorso di psicoterapia condotto dalla giovane hanno portato a una piena e irreversibile definizione dell’identità di genere maschile”.

Un passaggio della sentenza è dedicato anche al diritto al nome. Secondo i magistrati, esso “rappresenta l’elemento identificativo di una persona nella vita relazionale, che contribuisce alla creazione dell’immagine sociale di un soggetto. Limitare l’individuo nella scelta del nome con cui condurre la propria vicenda esistenziale significherebbe frustrare il suo interesse ad una piena corrispondenza tra identità anagrafica e psico-fisica”.

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