Io non ho mai considerato la musica come semplice ascolto, ritmo, danza, canto, ma anche e soprattutto come racconto. Come testimonianza del tempo in cui quella musica risuonava, e come motore inconsapevole di cambiamenti che, per le suggestioni evocate, per quella rabbia priva di violenza ma decisamente più prorompente, la musica porta con sé. Qualche lettore mio coetaneo ricorderà la frase “che dischi porto”: in una festa, su un’isola deserta, per fare il programma alla radio. Siamo al secolo scorso, perché oggi portiamo con noi, in tasca o in una borsa, migliaia di canzoni in formato compresso e già questo diverso modo con cui usiamo, consumiamo e trasportiamo la musica testimonia lo spirito del tempo ed i suoi cambiamenti. Il vinile impiega quasi cento anni prima di cedere al cd l’ esclusiva di essere il mezzo per  la riproduzione e l’ascolto. Poi nel giro di pochissimo tempo, gli strumenti e l’ imparare ad usarne uno perdono il loro fascino, il pc diventa il principale strumento di riproduzione e creazione, niente dischi ma moltissima musica, la musica che si produce in autonomia, si distribuisce mediante canali digitali, trionfa il file che sopprime il cd dopo appena vent’anni dal suo avvento. Questa trasformazione racconta come sia cambiato il mondo meglio di qualunque trattato.

Per chi ha avuto la fortuna, lasciatemelo ripetere, la fortuna, di essere un ragazzo negli anni 60, ricorda perfettamente lo spirito del tempo: all’improvviso la provincia italiana si mise in sintonia con il mondo sviluppato, ed il mondo moderno era soprattutto Londra. Qualsiasi individuo ragionevolmente eversivo (come Edmondo Berselli definì quella generazione) intorno ai 15 anni cominciò a considerarsi cittadino londinese. La socializzazione alla modernità inizia proprio lì, fra i Beatles, i Rolling, gli Animals, gli Who. Quello che era un mondo grigio diventa a colori, come se un software si fosse messo a riprogrammare tutto, ed è in questo momento che tutta la cultura italiana cambia per assorbire quello che arrivava dal mondo moderno, non solo la musica, ma la letteratura il cinema, le arti visive. Ecco perché la musica non è un comunicare attraverso le note, ma un lungo elenco di opportunità che si sono aperte a chi ha saputo non solo ascoltare ma soprattutto guardare. Le utopie losangeline e californiane della Summer of Love, la rabbia di Springsteen, la trasgressione dei Rolling Stones, le poesie di Bob Dylan. Mano a mano che il tempo passa, la musica smette di essere un valore in sé, un elemento autosufficiente che si autonutre. Può essere colonna sonora ma anche fattore della memoria, documentazione di tutte le vicende della nostra storia, personali e storiche, Del singolo e di una comunità

Quando in Italia infuria il dibattito sul divorzio con il referendum abrogativo del 1974, tra i dischi più venduti in quegli anni ci sono una canzone in cui un uomo telefona e alla bambina che risponde chiede notizie della madre. Il dialogo non ammette dubbi,  lui è il padre che è scappato lasciando sola la donna ad affrontare la maternità; ed un’altra indimenticata hit, una donna che chiama il suo uomo e si sente rispondere “Buonasera dottore”: lui non può parlare, la moglie è lì, la sua amante deve restare nell’ombra anche dietro la cornetta. Due successi che testimoniano di una nazione, di un popolo, di un sentire morale e civile decisamente diverso dalla sua classe politica. Uno scollamento che in questo Paese ha origini antiche e usanze sempre attuali. Ed è fuor di dubbio che ha contribuito all’abbattimento di tabù e pregiudizi molto più una cantante come Mina che non la classe politica.

 Mina non fu mai accettata da quell’establishment di obbedienza vaticana che non poteva sopportare che una donna che aveva avuto un figlio da una relazione fuori dal matrimonio (era la sua chiacchierata storia con l’attore Corrado Pani ed il loro figlio, Massimiliano) apparisse in tv e per di più con successo: che esempio si dava alla donna italiana? Ma il pubblico non la abbandonò mai, meno che mai dopo che i vertici della Rai decisero di abolire lo spettacolo del sabato sera, un appuntamento sacro nell’Italia degli anni 60, approfittando delle polemiche suscitate da Dario Fo, a cui era stato affidato il sabato sera del 1969. Aveva osato parlare di operai, di diritti, insomma, troppo comunista. Lontana dalla Tv, Mina iniziò a girare per i teatri italiani insieme ad un altro giovane cantante, Giorgio Gaber, ma soprattutto piazzò tre micidiali successi che la riportarono a furor di popolo a tornare ad essere la regina della tv non solo della canzone: Insieme, che rimane in vetta per 14 settimane, scalzata da Io e te da soli, e infine Amor mio. Tre colpi micidiali firmati dalla premiata ditta Mogol-Battisti. Non sono canzonette, sono un pezzo di storia di questo Paese, sono parte integrante della nostra cultura, tanto è vero che qualunque sia la vostra età, ne avete canticchiato il motivo al solo sentire il titolo. Cosi come nessun falò italiano sarebbe tale senza La canzone del sole ed Emozioni.

Quanto le canzoni di Mina e Battisti siano parte della nostra storia, quanto l’abbiano a volte anticipato, sta tutto nella sera del 23 aprile 1972. Domenica, gli italiani sono ancora a cena o hanno finito da poco. Sul canale 1 della Rai c’è Teatro 10, il grande varietà erede del celebre Studio Uno, con Alberto Lupo e Mina. Quella sera c’è un grande ospite, uno che in tv va molto malvolentieri. Quella sera Mina e Lucio Battisti si incontrano per la prima volta su un palcoscenico, per la prima volta cantano dal vivo e insieme. Non succederà mai più. Mina annuncia il suo ritiro nel settembre di quell’anno mentre Battisti tornò invisibile ad incidere solo dischi senza apparire fino alla sua morte. Al lungo applauso del pubblico segue un lungo silenzio, come se il pubblico in studio e a casa avesse capito che quell’evento era una sorta di linea di confine: l’ Italia del boom, dell’ entusiasmo, dal giorno dopo non ci sarà più, al suo posto ci saranno la crisi, il terrorismo, la recessione: il 2 dicembre 1973 iniziano le “domeniche a piedi” le domeniche dell’ austerity, simbolo di un Paese diverso.

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