i love messina

 

Gli Ucraini, mischini loro, quando la follia oggi in corso avrà fine dovranno darsi da fare a lungo per ricostruire dalle macerie un Paese appena appena vivibile. Ma neanche qui da noi, a Messina, si cugghiunìa. Anche nella nostra città qualcuno, auspicabilmente coadiuvato da molti, dovrà lavorare sodo per riportare a una condizione di accettabile qualità di vita la terra bruciata lasciataci in eredità da chi ha governato.

Senza voler porre mano a cielo e terra, occorre però riflettere sul fatto che viviamo in una società complessa. Anzi, in un mondo complesso. E la complessità comporta, ove la si voglia affrontare decentemente, il mutamento dei paradigmi che abbiamo fin qui adottato per comprendere la realtà. All’ampliamento delle comunicazioni, infatti, ha fatto seguito paradossalmente una confusione sostanziale delle lingue. Tale confusione ha aperto praterie e ampie zone di manovra a tutte le forme di populismo, di retorica scadente, di addomesticamento del senso comune in direzione di un’acquiescenza passiva a ogni tipo di parola d’ordine, purché opportunamente organizzata e, soprattutto, urlata in modo acconcio.

Mi spiego così il successo mediatico di Cateno De Luca, che ha instaurato in pochi anni un collaudato sistema nazional-populista, in grado di infiammare tanto la ricorrente tentazione destrorsa rimasta sotterranea a Messina alla stregua di un fiume carsico sempre pronto a riemergere in superficie, quanto la larga parte di cittadinanza costituita da sottoproletari e ceti medi mortificati dalla crisi e colpevolmente abbandonati, da almeno un ventennio, dai partiti della cosiddetta sinistra. Le risposte che il populismo è in grado di dare ai numerosi problemi con i quali una società si confronta quotidianamente non possono che essere risposte semplici, a fronte di realtà complesse.

Ho cercato di illustrare in altre occasioni come tali risposte attingano a bagagli lessicali in grado di fare presa sulle persone. Chi non si infiamma a sentir parlare di identità, di memoria, di riscoperta delle radici, di valorizzazione e recupero del passato? Il problema è che tali nobili sentimenti, accolti e coltivati in buona fede da quanti realmente avvertano di vivere in un mondo sempre più difficile, dalla qualità di vita sempre più scadente, di fatto altro non sono che pannicelli caldi utili a coprire aspirazioni e finalità assai triviali. L’accelerazione degli spostamenti dell’uomo nel pianeta hanno sortito, ci piaccia questo o meno, l’incontro con umanità diverse dalla nostra. Di fronte a tale sfida esistono due opzioni opposte tra loro: chiudersi a riccio tentando, direi inutilmente, di continuare a coltivare il proprio particulare, il proprio circoscritto recinto mentale, affettivo, esistenziale, o scegliere (faticosamente, va da sé) di provare ad ampliare i confini del proprio umanesimo, valutando se per avventura ciò non possa in prospettiva tradursi in arricchimento piuttosto che in perdita. Queste note alquanto estravaganti mi sgorgano adesso che provo a riflettere sul futuro che attende la nostra città. Già, che città vorremmo che diventasse, proiettata verso un futuro che ancora non si conosce, e quindi disposta ad avventurarsi in alto mare, o ancora una volta tendente a ripiegarsi sul passato? Un passato assai lontano, mi vien da dire, dato che è da molti decenni che questo luogo è diventato non-luogo.

Come ha reagito ad esempio una città buddace come la nostra a un’emergenza come il Coronavirus? Semplice, in modo buddace e buccazzàro. A spacca e lassa insomma. Se guardiamo Messina, adesso che si è svuotata di gran parte dei suoi abitanti, ancor più ci appare bella e sfortunata. La sua posizione invidiabile e il suo incantevole scenario marino vengono offuscati e neutralizzati. Perché? Perché il Palazzo è vuoto e il re è nudo. Il Palazzo, come quello di tante fiabe, attende ancora un Re (e sarebbe forse meglio una Regina) che venga ad insediarvisi. Un Re vestito, tanto per cominciare. E come ha da vestirsi questo candidato al trono? Mi provo a proporre qualche suggerimento vestiario, anche se un aspirante sovrano tarda a vedersi all’orizzonte…..

  • Promuovere processi educativi nuovi, anticonformisti, disposti ad assumere la complessità come risorsa e non come problema. Mi piacerebbe, in sostanza, avere un sindaco che sia una via di mezzo tra Giorgio La Pira e Don Milani.
  • Ricercare sintonie, creare reti virtuose, lavorare “per” e non “contro”, avere insomma a cuore, cazzalora!, la qualità della vita di tutti i cittadini, senza partigianerie e lavorando sempre in trasparenza.
  • Mantenere fermi – anche se in equilibrio – sistemi di valori non negoziabili. Quali valori? Direi, a occhio e croce, quelli che dal Vangelo, attraverso l’Illuminismo, arrivano al Socialismo e alla democrazia. Ognuno poi li declini come preferisce, ma senza mai mentire a se stesso!
  • Lavorare col cuore e non col ventre. Coltivare la gentilezza come prassi fondamentale di una donna (o un uomo) delle istituzioni. Coltivare il dialogo. Ricucire le ferite. Ricomporre universi sociali lacerati e disgiunti. Rispettare le regole. Lavorare seriamente. Seriamente.
  • E come si lavora seriamente? Beh, direi tanto per cominciare a dirne una, evitando l’installazione di presenze territoriali improprie, di orpelli inutili e volgari, di segni imbarazzanti di perdurante provincialismo. Dalla banale icona posta quale accesso alla nuova Via Don Blasco alla pacchianeria di Largo San Giacomo non c’è che l’imbarazzo della scelta…… Questo potrebbe essere un discreto inizio.

Volete dettati altri avvisi ai naviganti per una Messina diversa? Vi servo subito, attingendo a quanto avevo già proposto qualche anno fa, alla vigilia di un’elezione poi dimostratasi fallimentare:

“…Se dovessi pertanto suggerire al futuro Sindaco di Messina delle “azioni”, questo potrebbe essere un provvisorio decalogo:

  1. Amministrare una città è come compiere un viaggio. Si deve scegliere se farlo da soli o con tutti gli altri. I “paesaggi urbani” necessitano di occhi e di cuore in grado di apprezzarne la natura, di prendersi cura dei guasti presenti, di intravederne le potenzialità. Tutto ciò non può che essere fatto ascoltando la comunità. Nessuna società degna di questo nome può edificarsi sullo sfruttamento del territorio, sul piccolo cabotaggio politico, sull’indifferenza e l’esclusione.
  2. L’attuale realtà cittadina è il frutto di un’urbanizzazione forzata che ha prodotto in misura sempre più esponenziale l’incremento della disuguaglianza sociale. Ne è risultata una città spersonalizzata, un non-luogo la cui insignificanza si è ancor più aggravata per le devastanti scelte politico-urbanistiche dell’ultimo mezzo secolo. Si potrebbe dire, senza timore di essere tacciati di smanie apocalittiche, che Messina ha sperimentato negli ultimi decenni la morte dell’umano, intendendo con tale espressione la scomparsa di molti luoghi di aggregazione (l’agorà) e di socializzazione che non siano quelli anodini delle discoteche o di altri consimili spazi narcotizzanti.
  3. Perché una comunità possa crescere e rafforzarsi nel suo radicamento allo spazio urbano occorre che riscopra una “comunità di destini”, un sentirsi ognuno solidale con il maggior numero di concittadini (il famoso ma raramente praticato “ci troviamo tutti nella stessa barca”). Ciò comporta restituire importanza alla memoria e alle memorie condivise, e anche avvertire una sorta di coesione simbolica che riguarda tutti coloro che fanno parte della comunità. Può essere utile a tale scopo la ricerca delle “figure urbane”, di paesaggi e luoghi meritevoli di rispetto in quanto ancora in grado di veicolare senso civico, ma anche di “tesori umani viventi” che possano costituire ancoraggi di memoria.
  4. Alla città reale non deve mai sovrapporsi una città sognata (anche se il sogno promette di essere meraviglioso!).
  5. Un buon Sindaco non deve mai perdere di vista i legami che intercorrono tra la dimensione spaziale, la dimensione temporale, la dimensione estetica, la dimensione socio-antropologica. Qualche esempio a caso. Recuperare il rapporto con il mare, oggi negato e quasi rimosso, comporta restituire all’intera città una dimensione, una linea d’orizzonte la cui scomparsa ha fortemente contribuito all’attuale insignificanza di Messina. Recuperare l’area del Tirone significa ridare voce a un quartiere “muto”, il cui silenzio e la cui marginalità pesano sulla qualità di vita di tutti. Valorizzare le risorse storiche e antropologiche veicolate dai villaggi sortisce un effetto di riequilibrio sulle marginalità urbanistiche che rischiano di mutarsi in stigma sociale.
  6. Un buon Sindaco deve praticare l’abbandono deciso e consapevole di ogni logica esclusivamente “digitale”, ragionieristica, contabile, e viceversa aprirsi alla concretezza dell’incontro: lasciarsi ferire dall’incontro con l’altro, non rimanere impermeabili o indifferenti alla realtà esterna. La Caritas e l’attività di Santino Tornesi e le esperienze di accoglienza di Francesco Pati potrebbero offrire abbondanti esempi in tale direzione. Attraverso la sua azione concreta i cittadini devono essere indirizzati e accompagnati a vivere un’esperienza di amore verso questa città.
  7. Ultimo dato secondo me importante per sottrarre la città alla condizione di “deserto civile” dal quale pare non riscattarsi, è quello relativo al rispetto delle regole. Troppo a lungo queste sono state ignorate, dalle Istituzioni per prime e poi – per caduta – ai cittadini che hanno trovato comodo poter proiettare i propri piccoli egoismi anche fuori della porta di casa. Per porre un freno a tale deriva non c’è che un mezzo: rispetto delle regole e certezza del diritto (che significa anche certezza della sanzione o della pena per chiunque contravvenga)”.

Ecco quanto il triste periodo che stiamo attraversando mi ispira. Si tratta di abbattere muri e creare ponti. Non, però, l’orribile ponte sullo stretto divenuto l’osceno leit motiv di quanti intendono ancora una volta abbindolare il proprio elettorato. Un ponte, viceversa, in grado di condurci indenni facendoci scavalcare la troubled water nella quale da troppo tempo ormai ci troviamo immersi.

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domenico cogliandro
domenico cogliandro
30 Marzo 2022 16:26

Sergio, tutto chiaro. Ora bisogna capire chi ti sostiene per candidarti a sindaco. L’elezione di Accorinti fu un misto di follia e di condizioni di margine, eppure andò per il verso giusto. C’erano poche idee ma molto chiare e a chi aveva bisogno di capire era facile dar spiegazioni. Messina (e Villa, se pensiamo all’area dello Stretto) necessita di un primo cittadino come te, al più presto!