

A Messina è proprio la governance ad essere una sciarada, anche a causa dell’elevato numero di comuni e delle disomogeneità del territorio: per il servizio di adduzione e di distribuzione per uso civile dei 108 comuni che compongono la provincia, spiega il piano d’ambito, sono state individuate 90 gestioni comunali, 3 di Enti pubblici (l’EAS, da tempo in liquidazione, l’ASM Taormina, l’A.C.A.V.N.), e la gestione dell’AMAM S.p.A., la partecipata del comune di Messina che cura l’approvvigionamento idropotabile del capoluogo. C’è poi una gestione mista da parte di Siciliacque S.p.A., gestore regionale della fornitura di acqua all’ingrosso, partecipata al 75% da Italgas S.p.A. e al 25 % dalla Regione Siciliana. A servizio dei 108 comuni che compongono l’Ambito territoriale integrato (ATI), ovvero l’ente di governo del servizio idrico integrato, coincidente con il territorio provinciale di Messina, vi sono ben 122 acquedotti , divisi in otto comprensori.
Cosa comporta il dedalo governativo? Innanzitutto una gestione non efficiente delle risorse: dei 313 pozzi (71 dei quali non in esercizio), il 12% (37 pozzi) non raggiunge la sufficienza e il 16% (49 pozzi) non ha ricevuto alcuna valutazione qualitativa. Per quanto riguarda le sorgenti, 491 funzionanti su un totale di 587, il 30% (175 sorgenti) non raggiunge la sufficienza e il 7% non ha avuto una valutazione qualitativa.
Sull’erogazione, a parte il capoluogo, non esistono dati precisi: le ricognizioni effettuate in sede di redazione del piano d’ambito del servizio idrico integrato, hanno evidenziato, con la sola eccezione degli impianti di AMAM S.p.A e di qualche altro comune, la quasi totale assenza di sistemi di misura delle acque captate e addotte. Ciò non consente di avere contezza dei volumi captati e immessi nei sistemi di adduzione, nonché delle perdite lungo queste infrastrutture e le reti di distribuzione. E infatti le uniche informazioni possono essere reperite nel report “volumi di acqua immessa, acqua erogata per usi autorizzati e perdite idriche totali nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile per provincia – Anno 2015”, secondo cui in provincia di Messina si disperde il 45,1% dell’acqua immessa in rete.
L’unico dato disponibile è relativo al capoluogo Messina, con perdite che si aggirano intorno al 53% (26,7 % di acqua dispersa per perdite reali e 27% di “volumi non conturati”): perdite determinate anche dalle caratteristiche e vetustà della rete terziaria cittadina, realizzata oltre 40 anni fa e oggetto di continui interventi di riparazione, che determinano turnazioni giornaliere e sistemiche, non legate cioè a eventi esterni. Sulla rete terziaria cittadina sono in corso al momento lavori di sostituzione integrale.
Per quanto riguarda lo stato di conservazione delle infrastrutture, la ricognizione non ha evidenziato una situazione complessiva di grossa inefficienza legata alla vetustà delle tubazioni o al loro cattivo stato di conservazione: il 18% delle opere esistenti invece risulta scarso e il 7% pessimo. Oltre all’inefficienza e alla vetustà della rete, esistono anche fattori di criticità legati alla fragilità del territorio dal punto di vista geomorfologico, che hanno comportato significative interruzioni del servizio. Un caso eclatante ha riguardato l’Acquedotto Fiumefreddo: a fine ottobre 2015, una frana nel comune di Calatabiano ha danneggiato la condotta adduttrice mettendo in crisi l’approvvigionamento idrico della città di Messina (distante da Calatabiano circa 60 km) per quasi un mese.
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