Catania non è un territorio povero d’acqua. L’intero ambito provinciale si regge su una delle riserve idriche sotterranee più importanti della Sicilia: l’acquifero orientale dell’Etna. Il piano d’ambito, del 2019, si caratterizza per una certa “vaghezza” nella definizione delle dispersioni. “A livello provinciale, il valore medio delle perdite in fase di distribuzione, valutate secondo i dati rilevati come rapporto tra la differenza fra il volume immesso in rete ed il volume fatturato, sul volume fatturato si attesta intorno al 51%”, si legge nella relazione. Peculiare è il fatto che ci si riferisca alle perdite non per comune, ma per gestore, con situazioni estreme: l’acquedotto Acoset Spa che serve 21 comuni della fascia pedemontana, per esempio, denuncia dispersioni del 72%, quello “Pavone”, nel territorio tra Giarre e Zafferana, di poco superiori al 5%.  Secondo l’Istat, nel capoluogo la dispersione si attesta intorno al 40,4%.

Peculiarità del sistema idrico catanese è che, contrariamente a pressoché tutto il resto dell’isola, c’è più acqua di quanta ne servirebbe. “Teoricamente si avrebbe una risorsa idrica superiore di circa il 50% rispetto alla richiesta. Tuttavia non mancano i disservizi dovuti a guasti agli impianti di sollevamento, a rotture nelle tubazioni e più in generale alle perdite in adduzione e nella distribuzione”, spiega la relazione. Vi è inoltre una marcata differenza nella disponibilità di risorsa fra l’area dell’Etna pedemontana e metropolitana, ricca d’acqua, e quella del Calatino, dove la risorsa scarseggia 

Questo perché l’area catanese è coperta da 6.287 chilometri di condotte, un sistema vasto e stratificato sviluppatosi a partire dagli anni Sessanta. In molti casi si tratta di tubazioni in materiali oggi considerati superati, poste in opera in un contesto urbanistico molto diverso dall’attuale. “Alcuni tratti sono realizzati in materiali che, pur considerati validi al tempo della loro posa, sono oggi considerati potenzialmente pericolosi per la salute (il cemento amianto) o inidonei all’uso (il lamierino zincato)”, spiega il documento. 

Non è un caso, infatti, se nei documenti tecnici diversi tratti risultano classificati come in stato di conservazione “sufficiente” o “mediocre”. Il l 4,1% dello sviluppo totale delle condotte, per esempio è stato costruito prima del 1950, così come il 9,2% dei serbatoi e l’11,7% delle reti.

Dal punto di vista organizzativo, l’abbondanza della risorsa idrica nelle falde etnee ha permesso la prolificazione dei soggetti fornitori e distributori di acqua. 

Scopri la situazione nelle altre province siciliane qui.

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