MESSINA. Ci vuole un notevole sforzo di immaginazione, ed un’altra tanto grande sospensione dell’incredulità, anche solo per iniziare a capire quanta energia cinetica le onde abbiano scaricato sul litorale di Letojanni per sbriciolare letteralmente, e poi fare scomparire, un muro di 4 metri e l’intero scatolato che supportava la strada, lasciando a nudo le fondamenta del palazzo, le “case bianche”, ultimo avamposto del paese prima del campo sportivo e del cimitero, che per sicurezza sono state evacuate.
Qualcosa di inimmaginabile, che nemmeno i vecchi pescatori del paese, vecchi davvero, che dal mare hanno avuto ma hanno anche subìto molto, fanno fatica a ritrovare qualcosa di simile nei loro ricordi e nei racconti di genitori e nonni: quattro generazioni non ricordano che a Letojanni, paese in cui di mareggiate ce ne sono tre, quattro all’anno, il mare si sia accanito con così tanta ferocia.
Dopo un lunedi passato a scrutare il mare che sinistramente si ingrossava, il martedi trascorso a pregare letteralmente per la vita, il mercoledi a contare i danni e leccarsi le ferite, il giovedi in paese ha portato una strana frenesia. Operai e mezzi tolgono il grosso della sabbia e delle macerie, centinaia di cittadini puliscono le strade, gli appartamenti, le cantine: sono tutti all’opera, non ce n’è uno che stia con le mani in mano, o segua i lavori sentenziando con le mani dietro la schiena.
Perchè c’è una comunità che è isolata: la ferrovia non funziona, e i pullman viaggiano come possono, mezzo paese non ha luce, l’altro mezzo non ha acqua. Le scuole superiori Sono a Santa Teresa o a giardino, per entrambe le strade sono interrotti. Pazienza, ci si penserà a tempo debito. Sul lungomare, dalla mattina al tardo pomeriggio, totalmente al buio lavorano incessantemente i trattori ed i Bobcat per liberare la strada dalla sabbia il più presto possibile, in maniera che i locali possano fare la conta dei danni e iniziare ad organizzarsi per la stagione estiva. Sempre che ci sia una stagione estiva.
Non esiste più una struttura sulla spiaggia, tutto spazzato via. Non esistono più nemmeno le piattaforme di cemento o i tubi e le travi che li sorreggevano. I celebri ristoranti da Nino e da Peppe, che per decenni si sono guardati in cagnesco l’uno accanto all’altro, sono accomunati stavolta da una devastazione generalizzata che li ha resi un ammasso di lamiere, così come si fatica a riconoscere quello che resta degli altri locali, ritrovi, terrazze, lidi e lounge che negli anni hanno animato il litorale letojannese.
In un luogo che vive essenzialmente di turismo per quei tre mesi in cui le strutture funzionano più o meno a pieno regime, il non sapere se riusciranno tutte ad aprire è un dramma di proporzioni epiche, che letteralmente coinvolge due terzi del paese, che non sanno se quest’estate potranno mettere insieme il pranzo con la cena. Per questo si lavora tutti, nessuno escluso.
L’aspetto pacioso del sindaco Alessandro Costa nasconde due coglioni così, e la ferma determinazione di fare di tutto perché il paese torni come prima. “Abbiamo ipotizzato che servono 20 milioni di euro per il lungomare, ma per la zona dal museo in poi è necessario ricostruire tutto, in maniera diversa, anche perché lì prima della mareggiata, l’erosione della spiaggia era stata importante, riducendola di molto nel corso degli anni. Quello che si deve garantire ora e la piena funzionalità per la stagione estiva”, afferma con forza, dando voce a quello che i suoi concittadini stanno facendo dalle prime ore della mattina, col mare che ancora non si è del tutto placato e i cui spruzzi ogni tanto arrivano ancora in strada.
Un paese martoriato che sembra che in alcune zone sia stato bombardato, con strade crollate e bucate ogni cinquanta metri, si è rimboccato le maniche da subito, a sfatare gli imbecilli luoghi comuni sui piagnoni del sud, (spesso perpetrati da chi al sud viene a fare le vacanze), a dimostrare, per primo a sè stesso, che nemmeno la furia devastatrice di onde come non ci si ricorda, mette in ginocchio una comunità. “Mi raccomando, scrivete, documentate – dice la gente a chiunque abbia in mano una macchina fotografica, una telecamera o un taccuino – che qui sembra che non sia successo niente e nessuno fuori dalla Sicilia ne parla”. E meno male, viene quasi da dire: oggi, dopo tre giorni, il primo servizio su una rete nazionale, che in 35 secondi ha trovato persino il modo di sbagliare il nome del sindaco di cui si stava mandando in onda un’intervista.
Come sempre, figli di un dio minore. Considerazioni delle quali a chi ha le mani dentro il fango e le galosce sulla sabbia gliene fotte meno di zero. C’è un paese da rimettere in piedi e la più dura prova da affrontarer: letteralmente, ne va della sopravvivenza di una comunità. Il mare ha tolto molto, ad alcuni quasi tutto. E’ tempo che torni a dare. Come ha sempre fatto.








