Colori eoliani, atmosfera informale, musica scanzonata in sottofondo, cocktail e tanta voglia di stare insieme. Il Baretto è uno di quei posti che a Messina ha saputo ritagliarsi un’identità tutta propria, diversa da quella dei classici locali cittadini. Un angolo che richiama le isole, dove il tempo sembra scorrere più lentamente e dove l’imperativo è uno soltanto: stare «belli freschi». Non è soltanto un motto, ma una vera filosofia, fatta di leggerezza, convivialità e libertà, senza troppe formalità e senza distinzioni tra chi si accomoda ai tavoli. Alla guida del Baretto, ad oggi, con un sodalizio a due ci sono Alessio Fiumara e Francesco Battaglia, entrambi messinesi, classe 1989. Due percorsi diversi, accomunati dalla passione per il mondo del beverage e della mixology, che nel 2018 li ha portati ad intraprendere insieme ad altri soci la decisione di prendere in gestione lo storico locale di San’ Agata. Alessio, infatti, dopo gli studi in Giurisprudenza e le prime esperienze nei locali dietro al bancone, ha trasformato la curiosità per i cocktail in un qualcosa di più strutturato; Francesco, con i suoi studi in Scienze del Turismo, dopo alcune esperienze fuori città e il lavoro da Colapesce ha coltivato la passione per il vino e la miscelazione, e da quel momento tra corsi di formazione, approfondimenti e masterclass non si sono più fermati. Con Il Baretto di Sant’ Agata, in otto anni e nove stagioni, è nato, grazie a loro, un progetto riconoscibile, costruito tra cocktail diventati iconici, panini, salsine e una clientela capace di mettere insieme generazioni e mondi diversi. Dal 21 luglio 2026 il Baretto ha una nuova casa sulla litoranea: uno spazio più grande, distribuito su tre livelli, con una cucina attrezzata, una scalinata con cuscinoni a lume di candela, e tantissime nuove possibilità da esplorare. Per Alessio e Francesco, però la nuova sede rappresenta in primis un’ unica grande sfida: contribuire a spostare il baricentro della vita “mondana” messinese, dimostrando che la città può vivere il suo mare e i suoi locali non soltanto durante l’estate, ma dodici mesi l’anno. Una scommessa da affrontare, naturalmente, sempre belli freschi.

Quando e come nasce Il Baretto?

“Nasce nel 2018, quasi per caso. Ci è stata segnalata la possibilità di rilevare il vecchio Baretto di Sant’Agata, un locale storico che i precedenti proprietari avevano deciso di affidare a una nuova gestione. L’occasione è arrivata attraverso alcuni amici, tra cui Federica Vita, ad oggi la nota dj Bluemarina, e suo fratello Paolo. Noi ci conoscevamo già e avevamo condiviso alcune esperienze lavorative, così abbiamo deciso di intraprendere questa avventura insieme ad altri soci. All’inizio eravamo in sei, poi, nel tempo, il progetto si è trasformato, pian piano ognuno ha preso la sua strada, per un periodo siamo stati in tre con Ruggero e poi il tutto si è trasformato in un sodalizio a due.”

Qual è stata sin da subito l’identità del Baretto?

“Abbiamo voluto mantenere lo spirito informale della precedente gestione, creando un luogo fresco e lontano dai locali troppo impostati. Ci piaceva l’idea che si potesse venire anche in costume e infradito, piedi scalzi insomma senza troppe formalità. Abbiamo sempre cercato di trasmettere una filosofia che richiama il mondo eoliano: vivere il tempo senza fretta, stare insieme e sentirsi a proprio agio. Un posto dove potessero incontrarsi persone di qualsiasi età. Anche la struttura del vecchio locale, con i suoi colori e le caratteristiche architettoniche eoliane, si prestava perfettamente a questa atmosfera. Del resto, Alessio è originario di Alicudi e quel richiamo faceva parte anche della nostra storia.”

Anche il nome e il logo raccontano qualcosa della vostra identità?

“Il nome Baretto in realtà non è mai stato scelto dai proprietari o da chi gestiva il locale, è un soprannome dato dai messinesi. Il locale originario era piccolissimo e aveva un format molto semplice, con le birre vendute a un euro. Noi non potevamo mantenere quella formula, ma abbiamo voluto conservarne lo spirito popolare. Il logo, invece, è nato da una nostra idea, sviluppata insieme a Federica Vita, che oltre a essere dj è anche grafica, in collaborazione con Vittoria Abramo in arte Vitty. Abbiamo scelto elementi che raccontassero il nostro mondo: gli agrumi, fondamentali nel mondo delle miscelazioni, ed il sole che sorge dal mare, un richiamo fortemente siciliano.”

Otto anni a Sant’Agata: come è cresciuto il locale nel tempo?

“Il vecchio Baretto era praticamente un garage! Uno spazio molto piccolo nel quale dovevamo continuamente inventarci qualcosa. Ogni anno abbiamo cercato di apportare modifiche e miglioramenti per aumentare le possibilità di lavoro e la capacità produttiva. A volte sembrava di giocare a tetris! Abbiamo imparato a ottimizzare gli spazi e a rendere il servizio sempre più efficiente, senza perdere il nostro carattere.”

Quali sempre stati i punti forti del Baretto?

“Tre parole: inclusività, semplicità e qualità. Abbiamo sempre avuto una clientela trasversale, senza distinzioni di età, provenienza o ambiente sociale. Ci piace che tutti possano sentirsi a proprio agio. Poi c’è la qualità: non abbiamo mai voluto fare mille cose, ma quelle poche che proponiamo cerchiamo di farle bene. Crediamo che, nel lungo periodo, la qualità paghi.”

Quali sono i tre cocktail identitari del Baretto?

“I nostri cavalli di battaglia sono il Bloody Mary, il Paloma e il Civico. I primi due sono grandi classici internazionali, non li abbiamo inventati noi, ma li abbiamo fatti nostri, lavorando sulle ricette e sulla qualità delle preparazioni. Quando abbiamo iniziato, a Messina non era così scontato trovare questi drink. Il Civico, invece, è una nostra creazione nata per errore! Stavamo preparando un Americano, ma abbiamo utilizzato per sbaglio il ginger beer al posto della soda. Abbiamo aggiunto un bitter al cardamomo, cetriolo e zenzero, trasformando quello sbaglio in un cocktail fresco, perfetto per l’aperitivo. Anche il nome ha una storia: richiama il numero civico del vecchio Baretto, il 1289. Noi siamo entrambi dell’89 e abbiamo voluto celebrare questa coincidenza.”

Anche il food è diventato una parte importante della vostra proposta. Come è nato il menù?

“All’inizio potevamo preparare soltanto piatti freddi, quindi ci siamo concentrati su panini e salsine. Uno dei più amati è quello con mortadella, limone e pepe: una combinazione semplicissima, che Alessio mangiava già ad Alicudi e che abbiamo deciso di riproporre. Poi ci sono il guacamole, l’hummus e le nostre salse, nate anche dalle cose che preparavamo a casa. Abbiamo portato fuori dal contesto domestico quello che ci piaceva mangiare e abbinare ai cocktail. Anche nella miscelazione abbiamo cercato di semplificare le ricette, lavorando sulla standardizzazione per garantire che ogni drink avesse sempre lo stesso risultato, indipendentemente da chi lo preparasse.”

Dopo otto anni avete deciso di lasciare come Sant’Agata. Come mai?

“Dopo otto anni in un locale molto piccolo, ma con una risposta del pubblico davvero importante, avevamo capito di essere arrivati a un limite strutturale. Il Baretto era prevalentemente estivo, aveva pochissimo spazio interno e una forte stagionalità. Quando si è presentata l’opportunità di prendere un immobile più grande, abbiamo capito che poteva essere il momento giusto per fare un salto. Cercavamo uno spazio che ci permettesse di lavorare durante tutto l’anno e che fosse comunque vicino al mare, per conservare una parte della nostra identità.”

È stato un salto nel buio?

“Assolutamente sì. Il vecchio Baretto era un’istituzione dell’estate messinese e tante persone erano affezionate a quel posto. Spostarsi significava capire se avrebbero continuato a seguirci anche in una location diversa. In questi anni siamo riusciti a staccarci dall’immaginario del vecchio locale e ad affermarci sempre più come il Baretto di Alessio e Ciccio. Era anche una prova per noi: volevamo capire se la forza fosse soltanto la location storica o se fossimo riusciti davvero a costruire qualcosa di riconoscibile.”

Il 21 luglio 2026 avete inaugurato la nuova sede sulla litoranea. Cosa vi siete portati dietro e cosa avete aggiunto?

“Ci siamo portati dietro la nostra identità, la drink list e le proposte che negli anni ci hanno caratterizzato. Ma questa nuova sede ci permette di fare molto di più. Abbiamo preso il locale da zero e, in circa due mesi di lavori, siamo riusciti ad aprire uno spazio di circa 120 metri quadrati distribuito su tre piani. La scalinata è sicuramente uno degli elementi più suggestivi. La grande novità è la cucina: nella vecchia sede avevamo possibilità molto limitate, mentre adesso possiamo ampliare il menù. Il nostro chef Marco Lentini è sempre intento, infatti, a studiare nuove proposte non solo per rendere il menù stagionale ma per plasmarlo anche in base ai diversi eventi che organizzeremo, mantenendo sempre presenti i classiconi che ci contraddistinguono.”

Una location più grande significa anche nuove possibilità…

“Sicuramente. Possiamo pensare a menù stagionali, degustazioni di vino, masterclass ed eventi che coinvolgano non soltanto il cocktail bar, ma anche la cucina, la musica e l’arte. Abbiamo già sperimentato, per esempio, un laboratorio dedicato ai bambini: mentre i piccoli partecipano alle attività con le maestre, i genitori possono rilassarsi e trascorrere del tempo insieme. Il 19 novembre ad esempio organizzeremo una serata dedicata ai vini piemontesi da accompagnare a piatti tipici, teniamo molto al mondo del vino e ci è sempre piaciuta l’idea di organizzare dei percorsi di degustazione completa per far conoscere ed esplorare le proposte sia italiane che estere. Abbiamo anche in mente di riproporre il brunch e qualche chicca in vista del Natale e Capodanno. Vorremmo che il Baretto diventasse uno spazio fruibile in tanti modi diversi.”

Il trasferimento sulla litoranea è anche una scommessa sulla Messina che vive oltre la stagione estiva?

“È proprio questo uno degli obiettivi. Volevamo un locale che conservasse un rapporto con il mare, ma che ci permettesse anche di contribuire a destagionalizzare la vita della città. Siamo a meno di un chilometro dalla rotonda dell’Annunziata e ci piacerebbe dimostrare che questa parte di Messina può essere vissuta anche in inverno. È una sfida, perché nei mesi freddi bisogna creare occasioni e organizzare eventi per attirare le persone. Ma crediamo sia fattibile. Messina ha circa cinquanta chilometri di costa e dovremmo imparare a valorizzarli tutti, è una zona meravigliosa e ci piacerebbe contribuire a farla vivere durante tutto l’anno. Vedere che anche altri colleghi, come l’Off, l’Octopus ed il Blanco, hanno investito in questa direzione ci fa piacere e ci motiva ancora di più nel nostro intento.”

In questi anni avete lavorato con tanti ragazz* e professionist*. Che ruolo ha avuto la squadra?

“Un ruolo fondamentale. In questi anni sono passate da noi almeno trenta o quaranta persone. Tra queste ricordiamo con noi dietro al bancone Bob, Alberto e Peppe, che è ancora con noi, oltre a tanti altri ragazzi e ragazze. Alcuni hanno iniziato proprio qui il loro percorso professionale e poi hanno avuto l’opportunità di lavorare in altri locali della città. La cosa bella è che, anche quando il rapporto lavorativo finisce, resta quello umano: molti continuano a frequentare il Baretto anche nei giorni liberi. Da noi si lavora, ma quando c’è il momento giusto si fa anche festa insieme! Alessio Pettinato, che si occupa della sala è per noi una persona fondamentale. È stato uno dei primi che abbiamo coinvolto quando abbiamo iniziato a valutare questa nuova avventura. Ci ha dimostrato tantissimo e ci ha aiutato davvero tanto.”

Se si nomina Il Baretto, a molti viene subito in mente la tequila. Da dove nasce questo legame?

“Perché ci piace tantissimo!La nostra filosofia è proprio quella di proporre esclusivamente le cose che ci piacciono. Non vendiamo tutto indistintamente: ci sono prodotti che non trattiamo perché non incontrano il nostro gusto. È una scelta personale, ma anche professionale. Studiamo, selezioniamo e cerchiamo di proporre quello che riteniamo abbia senso per il nostro locale. La tequila è sicuramente una delle cose che ci rappresentano maggiormente. Negli anni, essendo un locale prevalentemente estivo, siamo riusciti a festeggiare soprattutto il Cinco de Mayo. Adesso, con la nuova sede, possiamo organizzare anche iniziative legate al Día de los Muertos, una ricorrenza molto importante della cultura messicana. L’idea è proporre più giorni di festa, proprio come questo weekend, con un menù gastronomico a tema e una drink list dedicata, in cui naturalmente la tequila avrà un ruolo importante. Ci piace celebrare il Messico attraverso il cibo, i cocktail e la musica.”

Come è cambiato negli anni l’approccio dei messinesi al mondo dei cocktail? Si beve meglio rispetto al passato?

“Secondo noi sì, c’è stata una grande evoluzione. La città ha tanti professionisti che hanno contribuito ad alzare il livello della miscelazione e a diffondere una cultura del bere più consapevole come Duilio e tanti altri. Oggi c’è molta più curiosità e attenzione alla qualità. Si beve meno, ma probabilmente meglio: le persone preferiscono concedersi due cocktail fatti bene piuttosto che quattro drink qualsiasi. Anche noi veniamo gratificati da questo cambiamento: tante persone vengono al Baretto appositamente per bere un Bloody Mary o un Paloma, e questo ci fa capire che il lavoro fatto negli anni è stato apprezzato.”

La città di Messina nel vostro progetto ed in quello che fate vi ha più aiutato ostacolato?

“Dal punto di vista burocratico e istituzionale non abbiamo incontrato ostacoli particolarmente significativi. Il periodo più complicato è stato sicuramente quello del Covid, anche perché siamo riusciti a ripartire molto tardi, con prenotazioni contingentate e distanziamento. Per il resto, la risposta della città è stata davvero positiva. Una delle cose più belle del Baretto è proprio la sua eterogeneità: ci sono persone che vengono da fuori, clienti storici, ragazzi, famiglie e professionisti. Non abbiamo mai voluto un locale con un pubblico preciso o una clientela selezionata.”

Qual è il vostro P.S. (Post Scriptum)?

“Dopo tutti i lavori, le corse e i sacrifici di questi mesi, non abbiamo ancora avuto modo di fermarci davvero a renderci conto di quello che abbiamo costruito. Ci piacerebbe organizzare una grande festa per celebrare questo nuovo capitolo. Ma il sogno più grande è che il Baretto diventi sempre più un punto di riferimento per la città, non soltanto d’estate. Abbiamo avuto la fortuna di viaggiare e vedere quanto il mare possa diventare un elemento di aggregazione durante tutto l’anno. Ci piacerebbe che anche Messina riuscisse a superare questa divisione tra centro e periferia, tra estate e inverno, che spesso sembra quasi una barriera invalicabile. Abbiamo una costa meravigliosa e dobbiamo imparare a viverla di più.”

 

 

 

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