Una fredda mattina a San Francisco, ci troviamo sul marciapiede quando si avvicina uno dei tantissimi senzatetto che si aggirano per il quartiere. Ci sente parlare, capisce che non siamo locali e, con un sorriso beffardo e sdentato, comincia a mimare prima un passaggio e poi un pessimo tiro, borbottando: “I ragazzini non giocano che a questo maledetto soccer! Ma che cavolo è?”

Si respira calcio -più tra i turisti che tra gli americani- ma non siamo venuti fin qui solo per questo.

Facciamo le solite cose da turisti a Los Angeles, ovviamente. Andiamo anche noi al Walk of Fame, con le centinaia di stelle a scolorire sotto il sole e qualcuno che si ferma sempre ad indicarne una e a scattare una foto, per finire poi al Chinese Theatre con le impronte di divi morti da tempo e altri che stanno cominciando solo adesso.

Visitiamo gli studi Universal, mangiamo al Mercato Centrale, passiamo per la downtown dei grattacieli e delle tendopoli, ci facciamo una foto con la scritta Hollywood (ma solo da lontano), ci arrampichiamo sull’osservatorio Griffith da cui si vede tutta quell’immensa città, in quell’angolazione che solitamente nei film si mostra in notturna, passando accanto alla targa che ricorda che qui è stato girato parte di “Gioventù bruciata” con James Dean.

Ed in fondo il vero viaggio a L.A., oltre le guide turistiche, è proprio seguire ciò che ti ha personalmente ispirato, emozionato, fatto ridere, colpito -spesso in giovane età. Qualcosa che vale solo per te, e per altri no -ed è perfetto così.

Per questo ci emozioniamo come bambini quando ci troviamo davanti alla casa del Drugo dal film “Il grande Lebowski” o mangiamo nel fast food che si vede in una scena. O quando ci troviamo davanti la DeLorean usata in scena nella trilogia di “Ritorno al Futuro”.

Per questo, tra una partita e l’altra, abbiamo deciso di ritrovare i nostri eroi. È stata un’esperienza ritrovarsi al Barney’s Beanery di Hollywood, nel bar famoso per essere stato rifugio per rockstar e divi negli anni Sessanta e Settanta. Qui ci siamo presi una birra in un tavolo la cui targa diceva che quello era il posto in cui Jim Morrison si sedeva per le sue epiche sbronze, abbiamo guardato una partita facendo spaziare lo sguardo su mura e graffiti che non dovevano essere cambiati molto da allora, osservando il tavolo in cui Janis Joplin aveva inciso il suo nome e ascoltando la storia che vuole che abbia parcheggiato proprio lì la sua auto, la sera che scomparve. Perchè a Hollywood tutto è mito, ma la morte trasfigura nella leggenda.

Più tardi, e non troppo lontano da là, ci ritroviamo di fronte ad un cancello in una strada secondaria, che un tempo doveva essere povera ma adesso sembra solo anonima. Oltre il cancello ci sono delle casette, minuscole e bruciate dal sole, ma curate e con bambini che giocano nella stradina davanti. Dietro di noi c’è un cartello, piantato in mezzo ad escrementi di cane lasciati lì (lui avrebbe apprezzato quest’immagine).

Il cartello diceva che qui aveva vissuto Charles Bukowski tra gli anni Sessanta e Settanta, quando aveva scritto la maggior parte dei suoi romanzi e racconti. Ci siamo fermati per un po’ ad osservare le case oltre la rete, chiedendoci quale fosse la sua, immaginando le risse, gli incontri amorosi, le sbornie leggendarie. In quel momento ero tornato ai miei vent’anni, quando le sue parole fecero scattare qualcosa che già stava fermentando. C’era pace e gratitudine in quel momento rotto solo dalle urla di bambini che inseguivano (tanto per cambiarte) un pallone.

Alla fine, invece dei fiori, ho lasciato una copia del mio “Quando piove, diluvia” sotto il cartello (un po’ scostato dalle cacche). Perchè quelle parole le dovevo un po’ anche a lui.

È stata un po’ una delusione la targa per John Fante (un autore italoamericano gigantesco, di cui si sa ancora colpevolmente troppo poco), piantata un po’ per caso in mezzo al traffico di Bunker Hill.

Non ha deluso invece la libreria City Lights a North Beach, San Francisco, quando sono andato a visitare i luoghi che quel fermento dei miei 16 anni l’avevano fatto iniziare. Sembra un posto fuori dal tempo, non solo perchè -appunto- vende libri (e chi legge più ormai?) o per la scritta “Books, not bombs” che campeggia fuori. Qui si riunivano tutti gli artisti della Beat Generation e anche quelli venuti dopo, ci leggeva Bob Dylan, ci veniva Henry Miller, ci passava le sue giornate Allen Ginsberg.

E soprattutto c’era lui, al quale hanno dedicato il vicoletto dietro la libreria.

Jack Kerouac Alley, una strada minuscola dove, con ottima intuizione, la sera si scatenano concerti pop-up con gente che balla, fuma e si diverte.

Stavolta lascio una copia di “Latinoaustraliana” sulla scritta dedicatagli, quasi per scusarmi di aver voluto provare a usare pezzetti del suo “Sulla strada” per la mia storia, e ricordandomi come mi aveva influenzato quando l’avevo letto per la prima volta, dopo averlo comprato in una vecchia libreria di Messina che adesso non c’è più, chiedendomi se un giorno anch’io avrei visto quelle strade, sarei passato sulla Route 66 come Dean e Sal.

Ci rifletto mentre prendiamo un’altra birra nel caffè accanto, il “Vesuvio”, un’istituzione per tutti gli artisti di allora che si riunivano qui per scambiarsi idee, far festa o progettare la prossima mossa.

In quel caffè stracarico di foto alle pareti e ricordi, dove tutti sembrano Maestri di qualcosa e tu l’eterno studente della vita, ripenso a quanto i miei miti hanno pesato sulla mia traiettoria, a volte modificandola, altre rivitalizzandola o dandole un senso diverso. Mi chiedo cosa sarei stato senza quella musica, quei film, quei libri -quegli insegnamenti dati nell’ultimo posto in cui avrei pensato di trovarli.

Perchè è per questo che si viene in questo Paese folle e incomprensibile, no? Per cercare i miti, per ricordarti di quando tutto era ancora puro e non corrotto nella tua mente, e la Bellezza aveva ancora un senso che non si diluiva in giornate di orari doveri e traffico.

Sì, certo, siamo qui per il calcio -e forse la domanda del senzatetto è lecita. Per molti il calcio è assurdo, un gioco per adulti che non crescono, 22 milionari dietro un pallone mentre il mondo brucia.

Il punto è che noi lo sappiamo benissimo. Solo che scegliamo di vedere anche l’altra parte. Quella dove i cross pennellati, gli assist precisi al centrimetro, i tiri ad incrociare, i tocchi che sfidano ogni legge della fisica, non sono per niente stridenti con la visita al Moma di San Francisco, coi gol di Baggio e i dribbling di Ronaldo (il Fenomeno, chiaramente) ad inserirsi tra un Warhol e un Diego Rivera. Non resisteranno ai secoli, ma per noi hanno un senso e anche una loro bellezza.

Quella stessa bellezza che questo mese e passa di Mondiali ha cercato di strangolare tra visti negati, cartellini rossi cancellati, prezzi per stadi e trasporti pompati alle stelle, regole stracciate per far piacere al potente di turno. Noi che amiamo questo sport, lo vediamo benissimo quello che succede -così come sappiamo che questo Paese di ingiustizie ed ignoranze ci ha portato anche i miti che ora continuiamo a inseguire, scegliendo di vedere anche (ma non solo) questa parte. Noi che sappiamo che non esistono gli eroi ma scegliamo di invertarceli lo stesso, per 90 minuti o nei nostri 16 anni.

Così anche i tifosi tirano dritto anche se provano ad inquinare questo gioco, ricordando coi loro canti, una volta ogni quattro anni, che il gioco è della gente, non di quelli che lo sfruttano. Felici di seguire i Mondiali nonostante la Fifa, e non certo grazie a loro.

Tutti ci dicevano: perchè andate proprio ora in America con quello là?

Semplice: per seguire il calcio e per ritrovare i nostri eroi.

Alla fine direi che, in entrambi i casi, ne è valsa assolutamente la pena.

Marco Zangari © 2026

www.marcozangari.it

(Fine seconda parte – leggi la prima qui)

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